KAZUO ISHIGURO.

GLI INCONSOLABILI.

Parte 2.

Titolo originale: The Unconsoled.
Traduzione di: Gaspare Bona.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte terza.
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21.
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Quando mi svegliai, un bel sole filtrava attraverso i listelli verticali degli scuri. Al pensiero di
essermi lasciato sfuggire buona parte della mattina, fui preso dal panico. Poi mi ricordai che la sera
prima avevo deciso di fare visita alla signorina Collins, e scesi dal letto sentendomi molto pi calmo.
La camera era pi piccola e assai pi soffocante della precedente. Provai un nuovo impeto di
rabbia nei confronti di Hoffman, che mi aveva costretto a cambiarla. Ma la questione delle stanze mi
parve meno essenziale della mattina precedente; mentre mi lavavo e mi vestivo, non ebbi difficolt a
concentrarmi totalmente sull'incontro con la signorina Collins, dal quale ormai dipendeva tutto.
Quando uscii dalla camera, avevo smesso di preoccuparmi per essere rimasto addormentato; sapevo
che alla lunga il sonno si sarebbe rivelato preziosissimo. In compenso, non vedevo l'ora di sedermi
davanti a una bella colazione per riordinare le idee su ci che avrei dovuto domandare alla signorina
Collins.
Fui dunque meravigliato, arrivando davanti alla sala da pranzo, di essere accolto dal rumore di
un aspirapolvere. Le porte erano chiuse, e quando le spinsi aprendole di qualche centimetro vidi due
donne in tuta da lavoro che pulivano la moquette dopo avere ammucchiato i tavoli e le sedie contro le
pareti. La prospettiva di affrontare un incontro cos importante senza colazione non era delle pi
allegre, quindi tornai nell'atrio di pessimo umore.
Scansando un gruppo di turisti americani mi avvicinai al banco della reception. Il portiere stava
leggendo una rivista, ma non appena mi vide scatt in piedi.
- Buon giorno, signor Ryder.
- Buon giorno. Sono molto contrariato che non servano pi la colazione.
Per un attimo il portiere parve sconcertato. Poi disse: - In condizioni normali, signore, ci
sarebbe qualcuno in grado di servirle la colazione anche a quest'ora. Ma lei capisce. Visto che giorno 
oggi,  abbastanza naturale che buona parte del personale sia al palazzo dei concerti per dare una mano
coi preparativi. Persino il signor Hoffman  l dalle prime ore del mattino. Temo proprio che l'albergo
sia a mezzo servizio.
Purtroppo abbiamo dovuto chiudere anche il patio fino all'ora di pranzo. Naturalmente, se  solo
questione di una tazza di caff e di un paio di paste...
- Va bene cos, - dissi freddamente. - Non ho tempo di aspettare che me le trovi. Si vede che
questa mattina  destino che resti senza colazione.
Il portiere cominci di nuovo a scusarsi, ma io tagliai corto con un cenno della mano e me ne
andai.
Uscii nella luce del sole, ma solo dopo un po' che camminavo per la strada intasata dal traffico
mi resi conto di non sapere dove fosse la casa della signorina Collins. La sera che ci eravamo andati
con Stephan non avevo fatto attenzione, e ora le strade erano cos affollate di pedoni e automobili da
essere irriconoscibili. Mi arrestai un momento sul marciapiede e pensai di chiedere indicazioni a un
passante. Probabilmente la signorina Collins era abbastanza conosciuta. Stavo per fermare un signore
in giacca e cravatta che mi veniva incontro a grandi passi, quando mi sentii sfiorare una spalla da
dietro.
- Buon giorno, signor Ryder.
Mi girai e vidi Gustav, con un'enorme scatola di cartone che quasi gli nascondeva la met
superiore del corpo. Stava ansimando, ma non riuscii a capire se ci fosse dovuto solo al carico o anche
al fatto di essermi corso dietro. In ogni caso, quando lo salutai e gli domandai dove stesse andando, ci
volle un momento prima che potesse rispondere.
- Oh, stavo solo portando questa scatola al palazzo dei concerti, signor Ryder, - disse finalmente
il facchino. - Gli oggetti pi ingombranti sono stati trasportati con un furgone ieri sera, ma c' ancora
bisogno di un'infinit di cose.  da questa mattina presto che devo fare la spola tra l'albergo e il palazzo
dei concerti. Le posso assicurare che laggi regna gi una grande eccitazione. C' il clima delle grandi
occasioni.
- Mi fa piacere sentirlo, - dissi. - Anch'io non vedo l'ora che si cominci. Ma chiss se pu
aiutarmi. Vede, questa mattina ho un appuntamento dalla signorina Collins, ma in questo momento
temo di essermi un po' smarrito.
- La signorina Collins? Be', non siamo affatto lontani.  da quella parte, signor Ryder. Se vuole,
l'accompagno. Oh, no, non si preoccupi,  proprio sulla mia strada.
Forse la scatola era meno pesante di quel che sembrava, perch Gustav si mise a camminare al
mio fianco di buon passo.
- Sono contento della coincidenza, signor Ryder, - prosegu il facchino, - perch, se devo essere
sincero, volevo parlarle di una cosa. In realt,  da quando ci siamo conosciuti che voglio parlargliene,
ma per una ragione o per l'altra non l'ho mai fatto. E adesso manca poco all'inizio della serata, e io non
le ho ancora chiesto niente.  un'idea che ci  venuta qualche settimana fa al Caff Ungherese, durante
una delle nostre riunioni domenicali. Avevamo saputo da poco che avrebbe visitato la nostra citt, e
naturalmente, come tutti d'altronde, stavamo commentando la notizia. Qualcuno, credo Gianni, ha detto
di avere letto che lei  una persona per bene, l'opposto di quei tipi che amano fare la prima donna, e che
ha fama di essere molto attento ai bisogni della gente comune. Questo ci diceva Gianni. Eravamo seduti
intorno il tavolo, in otto o nove, perch quella sera Josef non c'era; guardavamo il sole tramontare
dietro la piazza e sono sicuro che tutti pensavamo alla stessa cosa. Sulle prime siamo rimasti zitti; non
osavamo aprire bocca. Ma alla fine il solito Karl ha detto quello che tutti avevamo in mente. Perch
non glielo chiediamo? Che cosa abbiamo da perdere? Chiederglielo non costa niente. All'apparenza 
completamente diverso da quell'altro. Non si sa mai, potrebbe persino accettare. Perch non
chiederglielo? Potrebbe essere la nostra ultima possibilit.
E di colpo ci siamo messi tutti a parlarne, e non la finivamo pi. Le posso assicurare che da quel
giorno, signor Ryder, non siamo mai rimasti a lungo seduti a quel tavolo senza sollevare l'argomento.
Magari stavamo chiacchierando d'altro, o ridendo allegramente, quando di colpo scendeva il silenzio e
tutti ci accorgevamo di pensare di nuovo alla stessa cosa. Per questo cominciavo a sentirmi un po' in
colpa, signor Ryder. Se ci penso!
L'ho gi vista parecchie volte, ho avuto persino l'onore di parlare con lei e non ho mai trovato il
coraggio di farle la nostra richiesta. E adesso mancano poche ore al concerto e io non le ho ancora
accennato alla cosa. Come avrei fatto a spiegarlo ai ragazzi domenica prossima? Cos questa mattina,
quando mi sono alzato, mi sono detto: devi trovarlo, devi almeno provare a chiederglielo, lo sai che i
ragazzi ci contano. Ma poi non ho avuto un attimo di respiro, e lei chiss quanti impegni ha, cos ho
pensato, be', mi sa che ho perso il treno. Quindi capisce che sono proprio contento della coincidenza, e
spero che non me ne voglia se le faccio la nostra richiesta. Naturalmente, se ritiene che la cosa sia
impossibile, non insister un istante di pi; oh s, i ragazzi sapranno mettersi il cuore in pace.
Avevamo svoltato in un viale gremito. Mentre lo attraversavamo a un semaforo, Gustav tacque,
e solo quando fummo dall'altra parte, davanti a una fila di caff italiani, disse: - Sono sicuro che ha gi
indovinato che cosa ho intenzione di chiederle, signor Ryder. Vorremmo solo una menzioncina. Tutto l.
- Una menzioncina?
- Solo una menzioncina, signor Ryder. Come lei sa, molti di noi lavorano da anni e anni per
cercare di modificare l'atteggiamento di questa citt nei confronti del nostro mestiere. Qualcosetta
abbiamo ottenuto, ma nel complesso non siamo riusciti a ribaltare la situazione. Com' comprensibile,
la delusione serpeggia tra le nostre file. Gli anni passano anche per noi, e c' la diffusa sensazione che
di questo passo le cose non cambieranno mai. Ma una sua parolina questa sera, signor Ryder, potrebbe
mutare il corso degli eventi. Potrebbe costituire una svolta storica per il nostro mestiere. Cos, almeno,
pensano i ragazzi. Anzi, alcuni sono convinti che questa sia l'ultima possibilit, se non altro per la
nostra generazione. Quando si ripresenter un'occasione simile? continuano a domandarsi. Per
questo ho voluto accennargliene, signor Ryder. Naturalmente, se ritiene sconveniente la richiesta, posso
anche capirlo, visto che  venuto qui per affrontare temi molto importanti e questo invece  un'inezia.
Grande per noi, ma un'inezia, me ne rendo conto, in un contesto pi generale. Se ritiene che la cosa sia
impossibile, signor Ryder, la prego di dirlo e non se ne parla pi.
Riflettei un momento, consapevole dello sguardo penetrante del facchino che mi sbirciava da
dietro la scatola.
- Mi sta proponendo, - dissi dopo un po', - di nominarvi durante... durante il mio discorso alla
cittadinanza?
- Solo poche parole, signor Ryder.
Sicuramente, l'idea di aiutare in quel modo il vecchio facchino e i suoi colleghi aveva il suo
fascino. Ci pensai su un momento, poi dissi: - Va bene. Dir volentieri qualcosa in vostro favore.
Sentii che Gustav inalava a fondo mentre il significato della mia risposta si faceva strada nella
sua mente. Poi, con voce pi calma del previsto, disse: - Le saremo per sempre debitori, signor Ryder.
Stava per continuare, ma per qualche ragione mi venne voglia di ostacolare almeno per un po' i
suoi tentativi di manifestarmi la sua gratitudine.
- S, bisogna pensarci bene. Come possiamo fare? - mi affrettai ad aggiungere, assumendo
un'aria preoccupata. - S, non appena salgo sul podio potrei dire qualcosa come: Prima di cominciare,
vorrei fare una piccola ma importante precisazione. Una cosa cos. S, non dovrebbe essere difficile.
All'improvviso vidi con grande vividezza il gruppetto di vecchi dalle spalle robuste riuniti
intorno al tavolo di un bar; vidi l'espressione del loro volto - incredulit, incommensurabile gioia -
mentre Gustav dava loro la notizia. Poi vidi me stesso farmi avanti in mezzo a loro con atteggiamento
pacato e modesto, vidi le loro facce che si giravano a guardarmi. Nel frattempo ero consapevole che
Gustav camminava al mio fianco e senza dubbio scoppiava dal desiderio di finire di ringraziarmi. Ci
nonostante continuai a chiacchierare.
- S, s. Una piccola ma importante precisazione. Potrei cominciare cos. Io ho girato il
mondo e conosco molte altre citt, ma in questa c' qualcosa che mi sembra davvero singolare... Forse
singolare  troppo forte. Magari  meglio usare originale.
- Oh, s, - mi interruppe Gustav. - Originale  la parola giusta. Nessuno di noi vuole scatenare
antagonismi. Ed  proprio per questo che lei rappresenta per noi un'opportunit irripetibile. Vede, anche
se fra qualche anno un'altra celebrit accettasse di venire in questa citt, anche se riuscissimo a
convincerla a parlare di noi, che probabilit ci sarebbero che dimostri un simile tatto? Originale 
perfetto, signor Ryder.
- S, s, - continuai. - Poi magari faccio una breve pausa, lanciando sul pubblico uno sguardo
lievemente accusatorio, in modo che in sala tutti tacciano e si crei un po' di attesa. E alla fine potrei dire
qualcosa come... vediamo un po'... s, potrei dire: Signore e signori, voi che vivete qui da tanti anni
considerate normali certe cose che invece vsaltano agli occhiv di un osservatore esterno... Gustav si
ferm all'improvviso. Sulle prime pensai che non resistesse pi al bisogno di manifestare la sua
riconoscenza. Ma quando mi voltai, capii che il motivo non era quello. Il facchino si era paralizzato sul
marciapiede, con la testa tutta inclinata da una parte e la guancia schiacciata contro la scatola. Aveva
gli occhi chiusi e un'espressione leggermente accigliata, come se stesse cercando di eseguire
mentalmente un calcolo difficile.
Mentre lo osservavo, il pomo d'Adamo gli and su e gi lentamente, una, due, tre volte.
- Si sente bene? - domandai, mettendogli un braccio dietro la schiena. - Santo cielo,  meglio
che si sieda da qualche parte.
Feci per prendergli la scatola, ma le mani di Gustav non mollarono la presa.
- No, no, signor Ryder, - mi disse il facchino senza aprire gli occhi. - Sto benissimo.
- Ne  sicuro?
- S, s, sto benissimo.
Per qualche secondo ancora Gustav rimase immobile. Poi riapr gli occhi e si guard intorno,
proruppe in una flebile risata e riprese a camminare.
- Non ha idea di che cosa significhi per noi, signor Ryder, disse dopo avere percorso un tratto al
mio fianco. - Dopo tutti questi anni -. Scosse la testa sorridendo. - Dar la notizia ai ragazzi alla prima
occasione. Questa mattina sono oberato di lavoro, ma una telefonata a Josef sar sufficiente. Lo dir lui
agli altri. Riesce a immaginare che cosa proveranno? Ah, ecco il suo incrocio. Io proseguo ancora per
un pezzo. Oh, non si preoccupi, signor Ryder, sto benissimo. La casa della signorina Collins, come sa,
 quella laggi, sulla destra. Bene, non ho parole per ringraziarla, signor Ryder. I ragazzi aspetteranno
questa sera come non hanno mai aspettato nulla in vita loro. Ne sono sicuro.
Augurandogli una buona giornata, imboccai la via che mi aveva indicato. Quando, dopo
qualche passo, mi girai, Gustav era ancora fermo sull'angolo e mi guardava da dietro la sua scatola.
Vedendo che mi ero voltato, mi fece un energico cenno con il capo - lo scatolone gli impediva di
agitare una mano - poi and per la sua strada.
La via in cui mi trovavo era prevalentemente residenziale, e dopo qualche isolato divenne molto
tranquilla. Presto vidi sopra la mia testa i condomini con i balconi spagnoleschi che avevo notato due
sere prima dalla macchina di Stephan. Ce n'era una lunga serie, e mentre camminavo cominciai a
temere di non riuscire a riconoscere quello davanti al quale avevo aspettato con Boris. Ma poco dopo
mi fermai di fronte a un ingresso dall'aspetto familiare, salii i gradini e andai a sbirciare nei pannelli di
vetro ai due lati del portone.
L'atrio era ordinato e asettico, e non mi diede alcun indizio.
Poi ricordai che quella sera ero rimasto per un pezzo a osservare Stephan e la signorina Collins
che conversavano dietro al portone prima di entrare in casa. A rischio di essere preso per un ficcanaso,
scavalcai con una gamba il basso muretto e mi sporsi per guardare nella finestra pi vicina. Il riflesso
del sole mi impediva di vedere con chiarezza, ma riuscii a distinguere un ometto tarchiato in camicia
bianca e cravatta seduto solo soletto in una poltrona rivolta pi o meno verso la finestra. I suoi occhi
sembravano puntati su di me, ma lo sguardo era assente; non avrei saputo dire se si fosse accorto della
mia presenza, o se stesse semplicemente guardando fuori della finestra immerso nei suoi pensieri.
Neppure questo mi disse molto, ma quando ritirai la gamba dal muretto e osservai di nuovo il portone,
mi convinsi di avere trovato quello giusto e schiacciai il campanello dell'appartamento al pianterreno.
Dopo una breve attesa ebbi la soddisfazione di vedere attraverso i vetri smerigliati la figura
della signorina Collins che veniva verso di me.
- Oh, signor Ryder, - disse la donna aprendo la porta. - Mi chiedevo proprio se questa mattina
l'avrei vista.
- Come va, signorina Collins. Ci ho riflettuto e ho deciso di approfittare del suo cortese invito.
Ma ho visto che questa mattina ha gi un ospite -. Feci un gesto in direzione del salottino affacciato
sulla strada. - Forse preferisce che torni in un altro momento.
- Non se ne parla nemmeno, signor Ryder. In realt, anche se le sembro molto occupata, questa
 una mattina pi tranquilla del solito. Come vede ho una sola persona in sala d'aspetto. In questo
momento sono con una giovane coppia.  gi da un'ora che parliamo, ma hanno dei problemi cos
radicati e un tale bisogno di sfogarsi, cosa che finora non erano riusciti a fare, che non me la sento di
mettergli fretta. Comunque, se non le dispiace aspettare nel salottino, credo che non ci vorr pi molto
-. Poi, abbassando improvvisamente la voce, aggiunse: - Il poveretto che aspetta di l ha solo bisogno
di qualcuno che lo stia ad ascoltare qualche minuto per potergli raccontare che si sente tanto triste e
solo. Nient'altro. Con lui me la sbrigo in quattro e quattr'otto. Viene quasi tutte le mattine, e non se la
prende se di tanto in tanto gli faccio premura. D'altronde gli dedico un sacco di tempo -. Poi la sua voce
riprese il tono normale. - Be', entri, per piacere, non stia l sulla porta, anche se oggi c' una
temperatura davvero piacevole. Pi tardi, se ne ha voglia e se non c' nessun altro che aspetta,
possiamo andare a spasso nel Giardino Sternberg.  qui vicino, e noi abbiamo parecchie cose da dirci,
ne sono sicura. Ho gi analizzato a fondo la sua posizione.
- La ringrazio, signorina Collins. In realt, immaginavo che questa mattina avrebbe avuto da
fare, e non sarei piombato cos a casa sua se non avessi un po' di fretta. Vede, il guaio... Sospirai
rumorosamente e scossi la testa. - Il guaio  che per una ragione o per l'altra non sono riuscito a fare le
cose come mi ero proposto, e adesso eccomi qui, con il tempo che stringe e... Be', tanto per cominciare,
come sapr, questa sera devo rivolgere un discorso alla cittadinanza, e se devo essere sincero, signorina
Collins... - Fui sul punto di rinunciare, poi vidi che l'anziana signorina mi guardava con aria benevola e
feci uno sforzo per continuare. - Onestamente, ci sono alcuni temi... temi di carattere locale... sui quali
desidererei il suo parere prima... prima di dare la veste definitiva... - Feci una pausa nel tentativo di
eliminare il tremito dalla mia voce. - Prima di dare la veste definitiva al mio discorso. In fondo, tutta
questa gente si fida di me...
- Signor Ryder, signor Ryder, - disse la signorina Collins posandomi una mano sulla spalla. - La
prego, si calmi. E soprattutto entri, per piacere. Cos va meglio, venga dentro. E adesso la smetta di
preoccuparsi.  comprensibile che si senta un po' agitato,  pi che naturale. Anzi, il fatto di darsi tanto
pensiero le rende onore. Discuteremo di tutto ci che vuole, temi locali compresi, fra pochissimo,
niente paura. Ma lasci che le dica subito una cosa, signor Ryder. Secondo me, si sta preoccupando
inutilmente.  vero, questa sera sulle sue spalle ricadr una grande responsabilit, ma non  la prima
volta che si trova in una situazione del genere, e a detta di tutti ha sempre assolto onorevolmente il suo
compito. Perch non dovrebbe andare cos anche questa sera?
La interruppi: - Ma quello che le sto dicendo, signorina Collins,  proprio che questa volta la
situazione  diversa.
Questa volta non ho avuto modo di vesaminare i fattiv... Sospirai di nuovo. - Il guaio  che non
ho avuto la possibilit di prepararmi come al solito...
- Ne riparleremo fra un momento. Ma sono sicura che sta perdendo il senso delle proporzioni,
signor Ryder. Perch si preoccupa tanto? Ha un'esperienza inuguagliabile, il suo genio 
universalmente riconosciuto, davvero, di che cosa ha paura? Se vuole sapere la verit, - aggiunse la
signorina Collins abbassando la voce, - la gente, in una citt come questa, le sar riconoscente
qualunque cosa dica. Si limiti a riferire le sue impressioni generali, non se lo sognano nemmeno di
lamentarsi.
Non ha proprio nulla da temere.
Annuii, rendendomi conto che la signorina Collins aveva ragione. E quasi subito mi sentii
sollevato.
- Ma ne discuteremo a fondo fra poco -. Senza togliermi la mano dalla spalla, la signorina
Collins mi stava guidando verso il salottino che dava sulla strada. - Le prometto che torno subito.
Intanto si sieda e si metta comodo, per piacere.
Entrai in una piccola stanza quadrata, piena di sole e di fiori freschi. L'assortimento poco
omogeneo delle poltrone e le riviste sul tavolino da caff mi ricordarono la sala d'aspetto di un dentista
o di un dottore. Alla vista della signorina Collins, l'ometto tarchiato balz subito in piedi, non saprei
dire se per educazione o perch sperava di essere invitato a passare in soggiorno. Mi aspettavo di venire
presentato, ma evidentemente le regole erano simili a quelle delle sale d'aspetto, perch la signorina
Collins si limit a sorridere all'ometto, poi usc dalla stanza mormorando in tono di scusa: - Torno
subito, apparentemente rivolta a entrambi.
L'ometto tarchiato si risedette e si mise a fissare il pavimento. Per un momento pensai che
avrebbe detto qualcosa, ma vedendo che restava zitto mi girai e andai verso il divano di vimini che
occupava la nicchia soleggiata della finestra da cui avevo sbirciato poc'anzi. Mentre mi sedevo,
l'intreccio di vimini cigol in maniera rassicurante. Un'ampia striscia di sole mi cadeva in grembo;
accanto al mio volto c'era un grosso vaso di tulipani. Mi sentii subito a mio agio e cominciai a
considerare ci che mi aspettava con animo ben diverso rispetto a pochi minuti prima, quando avevo
suonato il campanello. La signorina Collins aveva perfettamente ragione. Una citt come quella mi
sarebbe stata riconoscente qualunque cosa avessi detto. Era quasi inconcepibile che i suoi abitanti
potessero muovermi appunti o assumere un atteggiamento critico. E come mi aveva fatto notare la
signorina Collins, mi ero gi trovato in situazioni analoghe un'infinit di volte. Anche se non avevo
potuto prepararmi come avrei voluto, ero sicuramente in grado di pronunciare un discorso autorevole.
Mentre me ne stavo l seduto al sole, mi sentii invadere da una crescente tranquillit, e soprattutto mi
meravigliai di aver potuto cedere in quel modo all'ansia.
- Mi stavo chiedendo, - mi disse all'improvviso l'ometto tarchiato, - se hai ancora visto qualcuno
della vecchia banda?
Per esempio Tom Edwards? O Chris Farleigh? O quelle due ragazze che vivevano alla Fattoria
Allagata?
Solo allora mi accorsi di avere davanti Jonathan Parkhurst, un tizio che conoscevo abbastanza
bene quand'ero studente in Inghilterra.
- No, - gli risposi, - purtroppo ho perso ogni contatto con gli amici di allora. Dovendo girare da
un paese all'altro come faccio io, diventa impossibile.
Parkhurst annu senza sorridere. - S, immagino che sia difficile, - disse. - Be', loro, invece, si
ricordano tutti di te. Quando sono tornato in Inghilterra l'anno scorso, ne ho rivisti parecchi. Credo che
si riuniscano pi o meno una volta all'anno. Ogni tanto li invidio, ma sono ben contento di non essere
rimasto invischiato in quel giro. Mica per niente mi piace vivere qui, dove posso essere chi voglio e
nessuno si aspetta che faccia il pagliaccio in continuazione. Perch sai, quando sono tornato in
Inghilterra e ci siamo trovati in quel pub, hanno subito ricominciato. Ehi, ma  il vecchio Parkers! si
sono messi a gridare tutti insieme. Mi chiamano ancora cos, come se il tempo si fosse fermato.
Parkers! Il vecchio Parkers! Ti assicuro che quando sono entrato mi hanno accolto cos, ragliando
come asini; oh, Dio, non ti dico che pena. E nell'istante stesso in cui si sono messi a ragliare, io mi sono
sentito di nuovo il patetico pagliaccio di un tempo. E dire che sono venuto via proprio per fuggire da
quella dannazione. Non credere, era un bel pub, un tipico vecchio pub delle campagne inglesi, con un
fuoco vero, una spada antica sopra la mensola del caminetto e un padrone cordiale che diceva
spiritosaggini. Da farti venire la nostalgia. Vivendo qui tutte queste cose mi mancano. Ma per il resto,
Dio mio, mi vengono i brividi solo a pensarci. Si sono messi a ragliare come asini aspettandosi che io
saltellassi verso il tavolo facendo il pagliaccio. E hanno passato la sera a ricordare i nomi dei
compagni, l'uno dopo l'altro. Mica per parlarne; si limitavano a fare dei versacci, oppure dicevano un
nome e subito scoppiavano a ridere. Sai cosa intendo, per esempio nominavano Samantha, e
cominciavano a ridere, applaudire e schiamazzare. Poi tiravano fuori un altro nome, che so, Roger
Peacock, e attaccavano tutti insieme una specie di coro calcistico. Spaventoso, te l'assicuro. Ma la cosa
peggiore  che si aspettavano di rivedere il vecchio pagliaccio, e io non ho potuto farci niente. Il
pensiero che potessi essere diventato una persona diversa non li ha nemmeno sfiorati, e cos ho
ricominciato da capo, con le vocine buffe, le smorfie, oh s, ho scoperto che me la cavo ancora bene.
D'altronde, perch avrebbero dovuto supporre che qui avessi smesso di fare queste cose? Uno di loro
l'ha persino detto. Credo sia stato Tom Edwards. A un certo punto, quando tutti erano ubriachi, mi ha
dato una gran pacca sulla schiena e ha detto: Parkers! Dove stai adesso devono essere pazzi di te!
Parkers! Probabilmente avevo appena fatto uno dei miei numeri; che ne so, magari avevo raccontato
qualche aspetto della vita di quaggi facendo un po' il buffone, ma Edwards ha detto proprio cos,
mentre gli altri si sbellicavano dalle risate. Oh, s, ho fatto furore. Continuavano a ripetermi che
avevano sentito la mia mancanza, che nessuno li faceva ridere come me. Oh, quanto tempo che nessuno
mi diceva una cosa del genere, quanto tempo che non ricevevo un'accoglienza cos, piena di calore e di
amicizia. Eppure mi sono chiesto perch ci fossi ricascato. Mi ero ripromesso di non farlo pi, per
questo ero venuto a vivere qui. Quella sera, per strada... faceva freddo e c'era la nebbia quella sera... ad
ogni modo, per strada, mentre andavo al pub, continuavo a dirmi: sono passati tanti anni, non sei pi
quello di una volta, fagli vedere chi sei diventato, e me lo ripetevo per farmi forza, ma nell'istante in i
cui sono entrato, in cui ho visto quel bel fuoco e li ho sentiti ragliare a quel modo per accogliermi... oh,
non sai com' triste la vita in questa citt. Certo, qui non devo fare smorfie e voci buffe, ma almeno
queste cose funzionavano. Non le sopportavo, ma funzionavano, e tutti mi volevano bene. E i miei
vecchi compagni di universit, poveri stronzi, devono essere convinti che io sia ancora cos. Non
indovinerebbero mai che i miei vicini di casa mi considerano un inglese molto serio e noioso. Educato,
ma molto noioso. Molto solo e molto noioso. Be', sempre meglio che tornare a essere Parkers. Oh, quei
versacci erano proprio patetici; un gruppo di signori di mezza et che si mette a ragliare, e io che faccio
le smorfie e parlo come uno scemo. Oh, Dio, che spettacolo' nauseante. Ma non ho potuto farci niente,
era da cos tanto tempo che non mi trovavo in mezzo ad amici. E tu, Ryder, non provi un po' di
nostalgia per quei giorni? Anche se ormai sei un uomo di successo? Ah, s, ecco che cosa volevo dirti.
Magari tu non te li ricordi pi, ma ti assicuro che loro si ricordano benissimo di te. Da quello che ho
capito, tutte le volte che si ritrovano, ti dedicano un angolino della serata. Proprio cos, ho assistito
anch'io. Prima passano in rassegna una sfilza di altri nomi, sai, per non arrivare subito a te; come se
volessero scaldarsi un po'. Poi fanno una pausa, fingendo di non ricordare nessun altro compagno dei
tempi dell'universit, finch uno salta su e dice: E Ryder? Ne sapete qualcosa? Allora scoppia il
finimondo, e tutti si mettono a faro dei rumoracci disgustosi, a met fra il dileggio e il conato di
vomito. Li fanno tutti insieme, ripetutamente; anzi, per almeno un minuto dopo che  stato pronunciato
il tuo nome non fanno altro. Poi cominciano a ridere e a mimare qualcuno che suona il pianoforte, sai
cosa intendo, cos... - Parkhurst assunse un'espressione altezzosa e strimpell su un'invisibile tastiera
con raffinata eleganza. Proprio cos, poi fingono altri sforzi di vomito. Solo a questo punto cominciano
con le storielle, con le piccole cose che ricordano di te, e ti accorgi subito che se le sono gi raccontate
un'infinit di volte, perch tutti sanno benissimo quand' il momento di fare di nuovo i versacci, o di
dire: Come?
Vorrai scherzare! e cos via. Oh, si divertono un mondo. La volta che c'ero io, qualcuno ha
ricordato la sera in cui sono finiti gli esami. Pare che tutti si stessero preparando per uscire a fare
baldoria quando ti hanno visto arrivare serio serio. Allora ti hanno detto: Su, Ryder, vieni a prenderti
una bella sbornia con noi! E pare che tu abbia risposto... - e qui Parkhurst si trasform di nuovo in un
individuo altezzoso e la sua voce assunse un tono ridicolmente pomposo, - s, pare che tu abbia
risposto: Ho da fare. Questa sera non posso permettermi di non esercitarmi. Ho gi perso due giorni
per colpa di questi orrendi esami! Poi tutti hanno finto di nuovo di vomitare e di suonare il pianoforte
a mezz'aria, ed  stato allora che hanno cominciato a... ma non star a raccontarti le altre cose che
hanno tirato fuori, sono davvero spaventose. Un branco di bastardi, quasi tutti cos infelici, cos
frustrati e pieni di rancore.
Mentre Parkhurst parlava, mi era tornato in mente un ricordo dei tempi dell'universit; per un
attimo quel frammento di memoria mi diede una grande tranquillit, tanto che per un po' non badai pi
a ci che Parkhurst stava dicendo. Mi ero ricordato di un'altra bella mattina - non dissimile da questa -
in cui me ne stavo pacifico su un divano accanto a una finestra inondata di sole. Mi trovavo nella mia
stanzetta, nella vecchia fattoria in cui abitavo con altri quattro studenti. In grembo avevo la partitura di
un concerto che avevo studiato svogliatamente per almeno un'ora, e stavo pensando di abbandonarla
per uno dei romanzi dell'Ottocento impilati accanto ai miei piedi sul pavimento di legno. Dalla finestra
aperta entrava una brezza leggera, che mi portava le voci di un gruppetto di studenti seduti nell'erba
alta e intenti a discutere di filosofia, poesia o argomenti simili. Oltre al divano, nella mia stanzetta c'era
ben poco: un materasso sul pavimento e, in un angolo, un piccolo scrittoio con una sedia. Ma le ero
molto affezionato. Spesso il pavimento si ricopriva interamente di libri e riviste che io leggiucchiavo in
quei lunghi pomeriggi; avevo preso anche l'abitudine di lasciare la porta spalancata, in modo che chi
passava potesse entrare a fare quattro chiacchiere. Chiusi gli occhi, e per un momento mi venne una
gran voglia di essere di nuovo in quella piccola fattoria, circondato dai campi e dai compagni che
oziavano nell'erba alta. Ci volle quindi un po' di tempo perch il significato delle parole di Parkhurst si
facesse strada nel mio cervello. Solo allora mi accorsi che le persone di cui stava parlando, i cui volti
ormai si confondevano nella mia memoria, erano le stesse che una volta si affacciavano alla porta di
camera mia, le stesse che accoglievo pigramente e con le quali discutevo per un'ora o due di qualche
romanziere o di un chitarrista spagnolo. Ci nonostante, era cos piacevole crogiolarsi al sole sul
divano di vimini della signorina Collins che le parole di Parkhurst mi lasciarono solo una vaga e remota
sensazione di disagio.
L'ometto continu a parlare. Avevo smesso da un pezzo di prestargli attenzione, quando fui
riscosso da qualcuno che picchiava sul vetro alle mie spalle. Parkhurst parve non curarsene, e anch'io
cercai di ignorare il rumore, un po' come facciamo con la sveglia quando ci disturba nel bel mezzo di
un sonno voluttuoso. Ma i colpi alla finestra continuarono, e alla fine Parkhurst si interruppe, dicendo: -
Oh cielo, ci mancava Brodsky.
Riaprii gli occhi e mi guardai alle spalle. Brodsky stava proprio sbirciando dalla finestra. Forse
per l'intensa luminosit esterna, forse per qualche difetto della vista, sembrava avere difficolt a vedere
dentro. Teneva il volto premuto contro il vetro e si schermava gli occhi con entrambe le mani, ma ebbi
l'impressione che non ci avesse ancora notati e che picchiasse sul vetro convinto che nella stanza ci
fosse la signorina Collins.
Alla fine Parkhurst si alz in piedi e disse: - Meglio che vada a vedere che cosa vuole.
...
.
...
22.
.
Sentii Parkhurst che apriva la porta, poi delle voci che discutevano nell'ingresso. Dopo un
momento Parkhurst torn nel salottino, alz gli occhi al cielo e sospir.
Dietro di lui entr Brodsky. Sembrava pi alto dell'ultima volta che l'avevo visto, in un salone
affollato; mi colp di nuovo lo strano atteggiamento del suo corpo, leggermente inclinato in avanti
come se dovesse ribaltarsi da un momento all'altro. Notai per che era perfettamente sobrio. Portava un
farfallino scarlatto e un vestito nero da damerino, chiaramente nuovo di zecca. Il caletto della camicia
bianca aveva le punte in fuori, se di proposito o per eccessiva inamidatura non avrei saputo dire.
Brodsky aveva in mano un mazzo di fiori, e i suoi occhi erano stanchi e tristi. Si ferm sulla soglia e si
guard intorno con cautela, forse aspettandosi di trovare la signorina Collins.
-  occupata, gliel'ho detto, - disse Parkhurst. - Senta, io sono in confidenza con la signorina
Collins, e posso dirle a colpo sicuro che non avr nessuna voglia di vederla -. Parkhurst mi lanci
un'occhiata, aspettandosi una conferma da parte mia, ma io avevo deciso di non immischiarmi e mi
limitai a rivolgere a Brodsky un sorrisetto. Solo allora Brodsky mi riconobbe.
- Signor Ryder, - disse, inchinando solennemente la testa Poi si rivolse di nuovo a Parkhurst. -
Se la signorina  in casa, la prego di chiamarla -. Cos dicendo accenn al mazzo di fiori, come se
quest'ultimo fosse sufficiente a spiegare l'urgenza. - La prego.
- Gliel'ho gi detto, non posso aiutarla. La signorina Collins non ha nessuna intenzione di
vederla. E poi in questo momento sta parlando con due persone.
- Ho capito, - mormor Brodsky. - Ho capito. Non vuole aiutarmi. Ho capito.
Detto questo, si avvi verso la porta attraverso la quale un istante prima era sparita la signorina
Collins. Parkhurst fu lesto a bloccargli la strada, e per un attimo la figura alta e allampanata di Brodsky
si scontr con la mole bassa e tarchiata dell'altro. Per arrestare Brodsky, Parkhurst gli mise le palme
delle mani contro il petto. Brodsky, invece, aveva posato una mano sulla spalla di Parkhurst e teneva
gli occhi fissi sulla porta interna, come se si trovasse in mezzo alla folla e stesse educatamente
sbirciando oltre la persona che gli stava davanti.
Nel frattempo, strisciava i piedi sul pavimento con insistenza e borbottava: - La prego.
- D'accordo! - url Parkhurst alla fine. - D'accordo. Vado a parlarle. So gi che cosa dir, ma ci
vado lo stesso. D'accordo!
I due si separarono. Poi Parkhurst sollev un dito e disse: - Ma lei aspetti qui! Badi a non muoversi!
Dopo avere lanciato un'ultima occhiata di fuoco a Brodsky, Parkhurst si gir e varc la porta,
richiudendola con decisione alle sue spalle.
Sulle prime Brodsky rimase a fissare la maniglia, tanto che pensai che volesse seguire
Parkhurst, ma dopo un attimo lasci perdere e venne a sedersi.
Per qualche minuto ebbi l'impressione che stesse provando mentalmente un discorso. Dalle
labbra gli sfuggivano parole isolate, e mi parve inopportuno interromperlo. Di tanto in tanto esaminava
i fiori che aveva in mano, come se da quel mazzo dipendesse tutto, e la minima pecca potesse
provocare un disastro. Poi, dopo un bel po' che ce ne stavamo zitti, mi guard e disse: - Signor Ryder.
Sono felice di fare finalmente la sua conoscenza.
- Il piacere  mio, signor Brodsky, - dissi. - Come sta?
- Oh... - Brodsky fece un gesto un po' vago con la mano. - Non posso dire di stare bene. Sa, ho un dolore.
- Davvero? Un dolore? - Poi, vedendo che non aggiungeva altro, gli domandai: - Intende dire un dolore spirituale?
- No, no. Una ferita. Sono passati molti anni, ma continua a darmi problemi. Forti dolori. Forse
 per questo che bevevo tanto. Quando bevo, non la sento.
Aspettai altre spiegazioni, ma Brodsky ricadde nel suo mutismo.
Dopo un po' dissi: - Sta parlando di una ferita del cuore, signor Brodsky?
- Del cuore? Il mio cuore sta benissimo. No, no... Improvvisamente Brodsky scoppi a ridere. -
Adesso capisco, signor Ryder. Crede che stia facendo il poetico. No, no, sto parlando di un taglio bell'e
buono. Mi sono ferito molti anni fa, in Russia. I dottori non valevano gran che e hanno fatto un pessimo
lavoro. Il dolore non mi  mai passato perch la ferita non si  rimarginata a dovere. Sono passati tanti
anni, ma mi fa ancora male.
- Mi spiace. Deve essere una bella scocciatura.
- Scocciatura? - Brodsky ci pens su, poi rise di nuovo. - Pu dirlo forte, amico mio. Una bella
scocciatura. Una scocciatura d'inferno -. Di punto in bianco parve ricordarsi dei fiori che aveva in
mano. Li annus e respir a fondo. - Ma non parliamo di queste cose. Mi ha chiesto come sto e io
gliel'ho detto, ma non avevo intenzione di tirare fuori questo argomento. Faccio del mio meglio per
sopportarla, quella ferita. Per anni non ne ho parlato con nessuno, ma adesso che sono vecchio e non
bevo pi mi fa molto male. Non  assolutamente guarita.
- Ci sar pur qualcosa da fare.  andato da un dottore? Magari da uno specialista?
Brodsky guard di nuovo i suoi fiori e sorrise. - Voglio fare di nuovo l'amore con la signorina
Collins, - disse, quasi a se stesso. - Prima che la ferita peggiori. Voglio fare di nuovo l'amore con lei.
Vi fu un silenzio imbarazzato. Poi dissi: - Se la ferita  cos vecchia, signor Brodsky, mi sembra
improbabile che possa peggiorare.
- Eh, le vecchie ferite -. Brodsky fece spallucce. - Restano uguali per anni. Ti illudi di
conoscerle bene. Poi invecchi e loro ricominciano a crescere. Ma per il momento non sono ancora cos
mal ridotto. Forse posso ancora fare l'amore. So che sono vecchio, ma a volte... - Si sporse in avanti
confidenzialmente. Ho provato, sa. Per conto mio. Ce la faccio ancora. Riesco persino a dimenticare il
dolore. Quando ero ubriaco, il mio uccello era come se non esistesse. Non ci pensavo pi. Buono per
fare la pip, nient'altro. Ma adesso ce la faccio di nuovo, nonostante il male. Ho provato, l'altroieri
notte. Non  detto che ci riesca sempre, sa, non sino in fondo. Il mio uccello  vecchio, e per troppi anni
l'ho usato solo, s, insomma, solo per fare la pip. Ah! - Brodsky si appoggi allo schienale della
poltrona e guard il sole che entrava dalla finestra alle mie spalle. Gli venne un'aria malinconica. - Ho
proprio voglia di fare di nuovo l'amore con lei. Ma non vivremo qui. Non in questo posto. L'ho sempre
odiato. Venivo spesso a passeggiare da queste parti, s, lo confesso, venivo a notte fonda, quando
nessuno poteva vedermi. La signorina Collins non l'ha mai saputo, ma io mi piazzavo spesso l fuori e
tenevo d'occhio la casa. Odiavo questa strada, odiavo questo alloggio. No, non potremmo vivere qui.
Sa,  la prima volta, la prima in assoluto che entro in questo luogo spaventoso. Ma perch ha scelto un
posto cos? Sono sicuro che non piace nemmeno a lei. Vivremo fuori citt. E se non vuole tornare alla
fattoria, poco male. Troveremo un'altra sistemazione, magari una casetta. Un posto circondato dall'erba
e dagli alberi, dove il nostro animale possa vivere bene. Al nostro animale non piacerebbe stare qui -.
Brodsky esamin con cura le pareti e il soffitto, forse riconsiderando per un attimo i pregi dell'alloggio.
Poi concluse: - No, il nostro animale non starebbe bene qui. Andremo a vivere dove ci siano erba,
alberi, campi. Sa, fra un anno, forse sei mesi se il dolore peggiora, il mio uccello non ce la far pi, non
potremo pi fare l'amore, ma non m'importa. Purch possa farlo ancora una volta. No, una volta non
basta, perch sa, dovremo tornare indietro, ritrovarci. Sei volte, ecco, sei volte saranno sufficienti per
ricordare tutto, non voglio altro. E dopo, pace. Se qualcuno, che so, un dottore, o Dio, mi dicesse: puoi
fare l'amore con lei ancora sei volte, poi basta, sarai troppo vecchio, la ferita ti far troppo male, ancora
sei volte poi chiuso l'argomento, lo userai solo per fare la pip, be', non ci farei una malattia. Direi,
d'accordo, a me sta bene. Purch possa di nuovo stringerla fra le mie braccia, sei volte saranno
sufficienti; mi basta tornare come eravamo allora, poi me n'infischio, pu succedere quello che vuole.
Ci sar il nostro animale. Non avremo bisogno di fare l'amore. Fare l'amore serve ai giovani, che non si
conoscono bene, che non si sono mai odiati e riamati. Sa, mi funziona ancora. Ho fatto la prova per
conto mio, l'altroieri notte. Non sono arrivato fino in fondo, ma mi  venuto duro.
Brodsky fece una pausa e annu con espressione grave.
- Accipicchia, - dissi sorridendo. - Ma  magnifico.
Brodsky si appoggi allo schienale della poltrona e guard di nuovo fuori della finestra. Dopo
un po' riprese a parlare. -  stato diverso, non come quando si  giovani. Quando si  giovani si pensa
alle puttane, sa, alle puttane che fanno le porcherie, o cose del genere. Ma adesso tutto ci mi lascia
indifferente; c' una sola cosa che chiedo ancora al mio uccello, di fare l'amore con lei nella vecchia
maniera, come prima di lasciarci, tutto l.
Se dopo vuole andare a riposo, mi sta bene, non gli chiedo altro.
Ma voglio farlo di nuovo come un tempo, sei volte saranno sufficienti. Da giovani non eravamo
grandi amanti. Non facevamo l'amore dappertutto come pare che facciano i giovani d'oggi. Per ci
intendevamo bene. S,  vero, a volte, quando ero giovane mi stufavo di farlo sempre nello stesso
modo. Ma lei era cos, era... non voleva provare in nessun altro modo. Io mi arrabbiavo, e lei non
capiva perch. Ma adesso voglio ritrovare le vecchie abitudini, passo dopo passo, esattamente come un tempo.
L'altroieri notte, sa, mentre provavo, pensavo a puttane, puttane immaginarie, puttane
fantastiche che facevano cose fantastiche, e non succedeva niente, niente di niente. E mi sono detto, be',
 logico. Povero vecchio uccello, lo attende solo un'ultima missione, perch tormentarlo con tutte
queste puttane? Cosa c'entrano ormai le puttane con il mio vecchio uccello? Se lo attende solo
un'ultima missione, allora dovresti pensare a quella. E cos ho fatto. Sdraiato al buio, ho ricordato,
ricordato, ricordato. Come lo facevamo una volta, passo dopo passo. Ed  cos che lo rifaremo. Certo, i
nostri corpi sono invecchiati, ma ho gi previsto tutto. Lo faremo esattamente come un tempo. E anche
lei ricorder, non pu avere dimenticato, passo dopo passo dopo passo. Quando saremo al buio, sotto le
coperte... sa, non siamo mai stati molto audaci. Colpa sua, era cos pudica, insisteva per farlo cos.
Allora la cosa mi scocciava, avrei sempre voluto dirle: Perch non puoi comportarti come una
puttana? Farti vedere alla luce? Ma adesso non mi importa pi, voglio farlo esattamente come una
volta, fingere di addormentarci, stare zitti dieci, quindici minuti. Poi all'improvviso, nell'oscurit, dir
qualcosa di audace e sconcio.
Voglio che ti vedano nuda, - dir. - I marinai ubriachi di una taverna del porto, uomini sudici e
ubriachi, voglio che ti vedano nuda sul pavimento. S, signor Ryder, le dicevo cose del genere
all'improvviso, dopo avere finto per un po' di dormire; s,  importante rompere il silenzio
all'improvviso. Naturalmente, a quei tempi era giovane, bellissima; adesso  un po' strano pensare a una
vecchia nuda sul pavimento di una taverna, ma lo dir lo stesso, perch era cos che cominciavamo. Lei
non risponder, e io continuer. Voglio che ti guardino tutti.
Mentre te ne stai a quattro zampe sul pavimento. Se la immagina?
Una fragile vecchietta che fa una cosa simile? Che cosa direbbero i nostri marinai ubriachi? Ma
forse sono invecchiati anche loro, in quella taverna del porto; forse nella loro immaginazione
continuerebbero a vederla come era un tempo e non ci farebbero caso. S, ti guarderanno! Tutti! Poi
la toccher, le sfiorer appena l'anca; me lo ricordo bene, le piaceva che le toccassi i fianchi. La
toccher come facevo allora, poi mi avviciner e le sussurrer: Ti far lavorare in un bordello. Giorno
e notte. Se la immagina? Ma dir cos, perch  cos che dicevo. Poi butter via le coperte e mi
curver su di lei; le scoster le cosce, che forse scricchioleranno. S, pu darsi che la giuntura del
femore crepiti un po', qualcuno mi ha detto che si  fatta male proprio all'anca. Magari adesso non
riesce nemmeno a divaricare le gambe.
Per faremo del nostro meglio, perch questo era il passo successivo. Poi mi chiner a baciarle
la passera. Probabilmente non avr pi l'odore di un tempo; no, ho gi previsto tutto, e so che potrebbe
puzzare di pesce vecchio. Forse avr un cattivo odore anche il resto del suo corpo. D'altronde, mi
guardi: non  che il mio stia meglio. Vede la pelle come desquama? Non so come mai. L'anno scorso,
quand' cominciato, mi ha preso solo il cuoio capelluto. Mi pettinavo e si staccavano delle grosse
scaglie trasparenti, come squame di pesce. All'inizio mi ha preso solo il cuoio capelluto, ma adesso mi
succede dappertutto, sui gomiti, sulle ginocchia, persino sul petto. Anche le mie squame puzzano di
pesce. Be', continuer a desquamare, non posso farci niente, e visto che lei dovr sopportarmi cos, io
non mi lamenter se la sua passera avr cattivo odore, o se le sue cosce non si apriranno pi come si
deve e senza scricchiolare. Non mi arrabbier, non cercher di divaricargliele a forza come un
giocattolo rotto, no, no. Faremo tutto come una volta. E al momento giusto lei afferrer il mio vecchio
uccello, che magari sar duro solo a met, e mi bisbiglier: S, li lascer fare!
Lascer che tutti i marinai mi guardino! Li ecciter sino a farli scoppiare! Se la immagina?
Ridotta com' adesso? Ma noi non ci baderemo. E poi, come le dicevo, pu darsi che anche i marinai
siano invecchiati. S, afferrer il mio vecchio uccello... allora sarebbe stato duro come la pietra, nulla al
mondo avrebbe potuto farlo afflosciare, tranne... be', pu darsi che questa volta si rizzi solo a met,
l'altra notte non sono riuscito a fare di meglio, ma chi pu dire, forse sar bello dritto, e cercheremo di
metterlo dentro. Pu darsi che lei sia sigillata come un guscio, ma noi proveremo lo stesso. E al
momento giusto... lo riconosceremo anche se l sotto non succeder niente... sapremo come finire,
perch ormai avremo riscoperto tutte le nostre abitudini, e niente potr pi fermarci, anche se l sotto
non succeder niente, anche se non faremo altro che tenerci stretti l'uno all'altra, non importa, al
momento giusto lo diremo. Ti scoperanno! Ti scoperanno, li hai provocati troppo! E lei risponder:
S, che mi prendano, tutti i marinai, che mi prendano pure! E anche se l sotto non succeder nulla,
nessuno ci impedir di tenerci stretti e di dire cos, come facevamo una volta. Chi se n'infischia. Forse
il dolore sar troppo forte per il mio vecchio uccello, sa, per colpa della ferita, ma non importa, sono
sicuro che lei sapr fare l'amore come un tempo.
Sono passati tanti anni, ma si ricorder ogni singolo passo.
Signor Ryder, lei ce l'ha una ferita?
Brodsky si era improvvisamente girato verso di me.
- Una ferita?
- Io ho la mia vecchia ferita. Forse  per questo che bevo. Mi d dei dolori tremendi.
- Mi dispiace -. Poi, dopo un breve silenzio, aggiunsi: - Una volta mi sono fatto male al dito di
un piede giocando a pallone.
Avevo diciannove anni. Ma non  stato nulla di grave.
- Gi quando facevo il direttore d'orchestra in Polonia, signor Ryder, gi allora ero convinto che
la mia ferita non sarebbe mai guarita. Dirigevo l'orchestra e intanto mi toccavo la ferita, la accarezzavo.
Certi giorni ne pizzicavo i margini, o li tenevo stretti tra le dita. Si capisce presto se una ferita 
destinata a non rimarginarsi. La musica, persino quando facevo il direttore d'orchestra, non era che una
consolazione, lo sapevo benissimo.
Per un po' mi ha aiutato. In realt la sensazione di premere la ferita tra le dita non mi
dispiaceva; la trovavo affascinante.
S, pu succedere che una bella ferita sia affascinante. Ti sembra un po' diversa ogni giorno. 
cambiata? ti chiedi. Star finalmente guarendo? La guardi allo specchio, ti sembra diversa.
Poi per la tocchi e ti accorgi che  ancora la stessa, la tua vecchia amica di sempre. Fai cos
anno dopo anno, finch capisci che non guarirai mai, e alla fine ti stufi. Ti stufi davvero -.
Brodsky tacque ed esamin di nuovo il suo mazzo di fiori. Poi aggiunse: - S, ti stufi davvero.
Lei non si  ancora stufato, signor Ryder? Secondo me ci si stufa proprio.
- Chiss, - risposi esitante, - forse la signorina Collins ha il potere di guarire la sua ferita.
- Lei? - Brodsky scoppi a ridere, poi tacque di nuovo. Dopo un po' disse sottovoce: - Sar
come la musica. Una consolazione. Una magnifica consolazione. Ormai non chiedo altro. Un po' di
consolazione. Ma guarire la ferita? - Scosse il capo. - Se gliela facessi vedere, amico mio, e se vuole
posso fargliela vedere subito, capirebbe che la cosa  impossibile. Impossibile dal punto di vista
medico. Ormai non voglio altro, non chiedo altro che un po' di consolazione. Anche se il mio uccello,
come le ho detto, dovesse rizzarsi solo a met, anche se per sei volte non faremo altro che un po' di
ginnastica, per me sar sufficiente.
Dopo, la ferita pu fare quello che vuole. A quel punto avremo il nostro animale, l'erba, i
campi. Chiss perch si  scelta un posto come questo?
Brodsky si guard di nuovo intorno scuotendo la testa. Questa volta tacque a lungo, forse
addirittura due o tre minuti. Stavo per dire qualcosa, quando all'improvviso si sporse in avanti sulla poltrona.
- Io avevo un cane, signor Ryder. Si chiamava Bruno ed  morto.
Non l'ho... non l'ho ancora sepolto. L'ho messo in una scatola, una specie di bara. Era un buon
amico. Un semplice cane, ma un buon amico. Ho organizzato una piccola cerimonia di addio. Niente di
speciale. Bruno appartiene al passato, ormai, ma che c' di male in una piccola cerimonia per dirgli
addio? Signor Ryder, volevo chiederle un piccolo favore. Per me e per Bruno.
La porta si apr all'improvviso, e la signorina Collins entr nella stanza. Poi, mentre Brodsky e
io ci alzavamo in piedi, arriv alle sue spalle anche Parkhurst, che richiuse la porta.
- Mi spiace moltissimo, signorina Collins, - disse Parkhurst, lanciando un'occhiata furiosa a
Brodsky. - Non ha voluto saperne di rispettare la sua vita privata.
Brodsky rimase impalato in mezzo alla stanza. Quando la signorina Collins gli si avvicin, le
fece un inchino, in cui vidi l'ombra della notevole eleganza che doveva avere posseduto un tempo. Poi
le porse il mazzo di fiori, dicendo: - Solo un pensierino. Li ho raccolti con le mie mani.
La signorina Collins prese i fiori, ma non li degn di uno sguardo. - Avrei dovuto immaginarlo
che saresti piombato a casa mia, - disse. - Solo perch ieri sono venuta allo zoo, adesso pensi di poterti
prendere qualsiasi libert.
Brodsky abbass gli occhi. - Ma abbiamo cos poco tempo, disse. - Non possiamo permetterci di sprecarlo.
- Sprecare tempo per che cosa?  ridicolo che piombi qui a questo modo. Dovresti saperlo che la mattina sono occupata.
- Per piacere -. Brodsky sollev la palma della mano. - Per piacere. Siamo vecchi, ormai. Non
c' bisogno che litighiamo come una volta. Sono venuto solo a portare i fiori. E a farti una piccola
proposta. Ecco tutto.
- Una proposta? Che razza di proposta?
- Semplicemente di trovarci questo pomeriggio al Cimitero di St' Peter. Mezz'ora, niente di pi.
Per discutere in santa pace di un paio di cosette.
- Non abbiamo niente da dirci. Evidentemente ho fatto male a venire ieri allo zoo. E poi hai
detto al cimitero? Perch mai proponi un posto simile per un appuntamento? Ti ha dato di volta il
cervello? Un ristorante, un caff, magari un giardino pubblico o un lago. Ma un cimitero!
- Mi spiace -. Brodsky sembrava sinceramente avvilito. - L'ho detto senza pensarci. Me n'ero
dimenticato. Voglio dire, che il Cimitero di St' Peter  un cimitero.
- Non essere sciocco.
-  che ci sono stato cos tante volte. Bruno e io ci sentivamo sereni in quel posto. Anche nei
momenti peggiori mi bastava andare l per stare un po' meglio.  un luogo cos tranquillo, cos bello. Ci
piaceva molto. Per questo l'ho proposto. Davvero, me n'ero dimenticato, che c' sepolta della gente.
- E che cosa pensi di fare una volta l? Sederti su una tomba e abbandonarti ai ricordi? Dovresti
studiarle meglio le tue proposte.
- Ma a me e a Bruno quel posto piaceva. Ho pensato che sarebbe piaciuto anche a te.
- Oh, capisco. Adesso che il cane  morto, vuoi che prenda il suo posto.
- Non intendevo questo -. Brodsky abbandon improvvisamente l'atteggiamento dimesso, e un
lampo di impazienza gli attravers il volto. - Non intendevo affatto questo, e lo sai. Sei sempre stata
cos. Io mi spremo le meningi per trovare qualcosa di bello da fare con te, poi arrivi tu e lo respingi
sdegnosamente, ci ridi sopra, sostieni che le mie idee sono ridicole. Con chiunque altro le troveresti
bellissime. Sei sempre stata cos. Come la volta che avevo trovato due posti in prima fila al concerto di
Kobyliansky...
-  successo pi di trent'anni fa. Come fai a parlare ancora di quelle cose?
- Ma  cos da sempre, da sempre. Io mi spremo le meningi e trovo qualcosa di bello da fare con
te, perch ti conosco bene e so che ti piacciono le cose un po' insolite. E tu ti limiti a riderci su. Forse
perch nell'intimo le mie idee, come quella del cimitero, ti affascinano. Perch ti accorgi che ti leggo
nel cuore, e allora fingi di...
- Quante assurdit. Non vedo proprio il motivo di parlare ancora di queste cose. Ormai  tardi.
Non abbiamo pi nulla da dirci. Al di l del fatto che mi affascini o no, non posso accettare
l'appuntamento al cimitero perch non ho nulla da discutere con te...
- Volevo solo spiegarti perch  successo quello che sai, perch mi comportavo cos...
-  tardi per tornare indietro. Almeno vent'anni troppo tardi.
E poi, non sopporto l'idea di ascoltare da capo tutte le tue giustificazioni. Sono sicura che
ancora oggi non riuscirei a sentir pronunciare una scusa dalle tue labbra senza rabbrividire.
Per troppi, troppi anni le tue scuse non sono state la fine ma l'inizio. L'inizio di un nuovo
periodo di sofferenza e umiliazione. Oh, perch non mi lasci in pace?  tardi, non lo capisci? E poi, da
quando non bevi pi hai cominciato a vestirti in maniera ridicola. Ma dove li hai presi questi vestiti?
Brodsky esit, poi disse: - Mi hanno consigliato di vestirmi cos. Le persone che mi stanno
aiutando. Devo ritornare a essere un direttore d'orchestra. E bisogna che mi vesta in modo da dare
questa impressione alla gente.
- Ieri allo zoo stavo per dirtelo. Quel cappotto grigio era assurdo. Chi ti ha detto di metterlo? Il
signor Hoffman? Davvero, ti manca proprio il senso del ridicolo. Quella gente ti agghinda come un
burattino, e tu li lasci fare. E guardati adesso! Con questo vestito. Pensi di avere l'aspetto di un artista,
conciato cos?
Brodsky diede un'occhiata ai propri indumenti, un po' offeso.
Poi alz lo sguardo e disse: - Sei vecchia. Non sai nulla della moda moderna.
-  tipico dei vecchi criticare il modo di vestire dei giovani. Ma  ridicolo che sia tu a vestirti
cos. Non lo capisci che  inutile, che non  nel tuo stile? Sinceramente, penso che la citt preferirebbe
vederti con i vestiti che indossavi qualche mese fa. Erano stracci, ma avevano una parvenza di eleganza.
- Non ridere di me. Non sono pi quello di una volta. Presto potrei essere di nuovo un direttore
d'orchestra. Adesso mi vesto cos. Quando mi sono guardato allo specchio, mi sono detto che stavo
bene. Ti dimentichi che a Varsavia avevo dei vestiti molto simili a questi. Anche il farfallino. Te ne sei
dimenticata?
Per un attimo gli occhi della signorina Collins furono appannati da un velo di tristezza.
- Certo che me ne sono dimenticata. Perch dovrei ricordarmene?
Da allora mi sono rimaste impresse nella memoria ben altre cose.
- Il tuo vestito, - disse Brodsky all'improvviso, -  molto bello. Molto elegante. Ma le scarpe
non vanno, sono il solito disastro. Non hai mai voluto ammettere di avere le caviglie spesse. Magra
come sei, hai sempre avuto le caviglie spesse.
Guardati, ancora adesso -. E Brodsky indic i piedi della signorina Collins.
- Non essere infantile. Pensi di essere ancora a Varsavia, quando riuscivi a farmi cambiare dalla
testa ai piedi pochi minuti prima di uscire con un semplice commento di questo genere?
Quando la smetterai di vivere nel passato? Credi che m'importi qualcosa della tua opinione sulle
mie scarpe? E credi che non abbia capito che lo facevi apposta di aspettare fino all'ultimo istante per
criticare il mio abbigliamento? E naturalmente io mi cambiavo, mi mettevo qualcosa in fretta e furia.
Poi, quando eravamo in macchina, oppure al palazzo dei concerti, mi ricordavo all'improvviso che
l'ombretto era del colore sbagliato per il vestito, o che la collana stonava terribilmente con le scarpe.
Allora ci tenevo moltissimo a queste cose. Ero la moglie del direttore d'orchestra! Ci tenevo
moltissimo e tu lo sapevi. Credi che non abbia capito il tuo trucchetto? Mi dicevi: Bene, bene, sei
bellissima fino a pochi minuti prima di uscire. Poi tiravi fuori un commento come quello di poco fa.
Le tue scarpe sono un disastro! Come se tu ne capissi qualcosa! E che cosa vuoi capire di moda
adesso, dopo avere passato gli ultimi vent'anni in stato di ubriachezza?
- Ci non toglie, - disse Brodsky, in tono leggermente imperioso, - ci non toglie che io abbia
ragione. Quelle scarpe ti rendono ridicola dalla cintola in gi. Ti dico che  cos.
- Ma pensa al tuo vestito! Senza dubbio l'assurda creazione di qualche sarto italiano. Il genere di
roba che potrebbe mettere un ballerino. E credi che possa farti acquistare credibilit agli occhi della
gente?
- Che scarpe assurde. Sembri un soldatino di plastica, con la base larga per non cadere.
-  ora che te ne vada! Come osi piombare qui a questo modo, disturbando la mia mattinata! La
giovane coppia che  di l vive nell'angoscia; questa mattina ha pi che mai bisogno dei miei consigli, e
tu vieni a disturbarci. Questa  la nostra ultima conversazione. Ho fatto male ad accettare di vederti ieri
allo zoo.
- Al cimitero -. La voce di Brodsky si era fatta improvvisamente disperata. - Devi assolutamente
venire, questo pomeriggio.  vero, non ho pensato che c'erano i morti, non ci ho proprio pensato. Ma ti
ho spiegato perch. Dobbiamo parlarci prima... prima di questa sera. Altrimenti come faccio? Come
faccio a salire sul podio? Non capisci l'importanza di questa sera? Dobbiamo parlarci, devi
assolutamente venire...
- Mi ascolti bene -. Parkhurst fece un passo avanti e guard Brodsky torvamente. - Non ha
sentito la signorina Collins? Le ha chiesto di andarsene. Di sparire, di uscire dalla sua vita. La signorina
 troppo educata, quindi glielo dico io al posto suo.
Dopo tutto quello che ha combinato, signor Brodsky, lei non ha il diritto, non ha uno straccio di
diritto, di fare simili richieste. Come si permette di pretendere un incontro, come se tutte quelle cose
non fossero mai successe? Vuol forse farci credere che era cos ubriaco da non ricordarsene pi? Bene,
allora le rinfrescher la memoria. Non molto tempo fa lei  venuto qui davanti a urinare contro il muro
della casa, urlando oscenit in direzione di questa precisa finestra. Alla fine  intervenuta la polizia, che
l'ha trascinata via mentre urlava le cose pi ignobili sul conto della signorina Collins. E questo risale a
non pi di un anno fa. Senza dubbio, si illude che la signorina Collins se ne sia dimenticata. Ma le
posso assicurare che questo non  che uno di tanti episodi analoghi. E quanto alle sue affermazioni nel
campo della moda, mi risulta che meno di tre anni fa lei sia stato trovato privo di sensi nel Volksgarten,
con gli indumenti sporchi di vomito; e dopo averla portata nella Chiesa della Santa Trinit, si 
scoperto che aveva anche i pidocchi. Pensa che alla signorina Collins possa importare qualcosa
dell'opinione di una simile persona sul suo modo di vestire? Siamo sinceri, signor Brodsky, quando un
uomo cade in un simile stato di abiezione, non pu pi redimersi. Lei non riconquister mai, mai,
l'amore di una donna, glielo posso dire quasi a colpo sicuro. Non riconquister mai nemmeno il suo
rispetto. La sua compassione, forse, ma nient'altro. Direttore d'orchestra! Non si illuder che questa
citt possa vedere in lei altro che un disgustoso mentecatto? Mi permetta di ricordarle, signor Brodsky,
che quattro anni fa, forse cinque, lei ha aggredito la signorina Collins nei paraggi di Bahnhofplatz; e se
non fosse stato per due studenti che passavano di l, sicuramente l'avrebbe mandata all'ospedale. E
mentre cercava di colpirla, le urlava le pi ignobili...
- No, no, no! - grid Brodsky all'improvviso, scuotendo la testa e tappandosi le orecchie.
- Le urlava le pi ignobili oscenit. Sconcezze da pervertito.
Si  anche parlato di sbatterla in prigione per questo incidente.
Poi naturalmente c' stato l'episodio della cabina telefonica di Tillgasse...
- No, no!
Brodsky afferr Parkhurst per il bavero. L'ometto si ritrasse spaventato, ma Brodsky non spinse
oltre la sua aggressione, limitandosi ad aggrapparsi alla sua giacca come a un'ancora di salvezza. Per
qualche secondo Parkhurst lott per liberarsi dalle dita di Brodsky. Quando finalmente ci riusc, il
vecchio musicista parve afflosciarsi. Chiuse gli occhi, sospir, poi si gir e usc dalla stanza senza dire
una parola.
Restammo tutti e tre in silenzio, incerti su che cosa fare o dire. Poi il rumore della porta
d'ingresso che veniva sbattuta da Brodsky ci riscosse; Parkhurst e io andammo alla finestra.
- Eccolo che se ne va, - disse Parkhurst, premendo la fronte contro il vetro. - Non si preoccupi,
signorina Collins, non si far rivedere.
La signorina Collins parve non udire. Si diresse verso la porta, poi torn indietro.
- Vi prego di scusarmi, ma io devo... devo... - Si avvicin con aria sognante alla finestra e
guard fuori. - Scusatemi, ma io devo... Spero che capirete...
Non si rivolgeva a nessuno dei due in particolare. Poi, come se la nebbia che le offuscava la
mente si fosse dileguata, disse: Signor Parkhurst, lei non aveva alcun diritto di parlare in quel modo a
Leo. Da un anno a questa parte ha dimostrato un enorme coraggio -. E fulminando Parkhurst con gli
occhi usc di corsa dalla stanza. Un attimo dopo sentimmo di nuovo sbattere la porta.
Poich ero rimasto accanto alla finestra, vidi la figuretta della signorina Collins avviarsi per la
strada. La donna aveva scorto Brodsky un bel po' pi avanti; dopo qualche secondo si mise a
trotterellare, sperando forse di evitarsi l'umiliazione di doverlo chiamare. Ma Brodsky, con quella sua
strana andatura sbilenca, teneva un passo sorprendentemente veloce. Si vedeva che era sconvolto, e non
doveva essergli nemmeno passato per la testa che lei potesse corrergli dietro.
La signorina Collins lo insegu ansimando oltre la fila di condomini, poi oltre i negozi in fondo
alla strada, senza riuscire a ridurre in modo apprezzabile il distacco. Brodsky continuava a camminare
di buon passo. Svolt all'angolo dove mi ero separato da Gustav e pass davanti ai caff italiani del
grande viale. Il marciapiede era ancora pi affollato di quando l'avevo percorso quella mattina in
compagnia del facchino; Brodsky camminava a testa bassa, rischiando spesso di urtare le persone che si
trovavano sulla sua strada.
Poi, quando Brodsky giunse all'attraversamento pedonale, la signorina Collins si accorse di non
avere pi alcuna possibilit di raggiungerlo. Fermandosi, accost le mani alla bocca a mo' d'imbuto, poi
parve presa da un ultimo dubbio; forse si chiese se chiamare Leo oppure Signor Brodsky. Ma
sicuramente l'istinto l'avvert dell'estrema gravit della situazione, perch grid: Leo! Leo! Leo! Per
piacere, aspettami!
Brodsky si gir con un'espressione stupefatta, e la signorina Collins si affrett a raggiungerlo.
Aveva ancora in mano il mazzo di fiori, e Brodsky, un po' confuso, tese le braccia come per offrirsi di
portarglielo. Ma la signorina Collins si tenne i fiori e ripet: - Per piacere, aspettami -. E la sua voce,
nonostante il fiato corto, era di nuovo calmissima.
Rimasero un momento l'uno accanto all'altra, imbarazzati, poi si accorsero di colpo di essere in
mezzo alla strada; i passanti cominciavano a guardare dalla loro parte, nascondendo a stento la
curiosit. Allora la signorina Collins accenn con la mano in direzione di casa sua, dicendo sottovoce: -
Il Giardino Sternberg  bellissimo in questa stagione. Perch non andiamo l a parlare?
S'incamminarono, attirando gli sguardi di un numero sempre maggiore di persone, la signorina
Collins un paio di passi davanti a Brodsky, entrambi grati di avere un buon motivo per rimandare la
conversazione a quando fossero giunti alla meta.
Svoltarono nella strada della signorina Collins, e poco dopo passarono di nuovo sotto i
condomini. Poi, a un paio di isolati da casa sua, la signorina Collins si ferm davanti a un cancelletto di
ferro poco appariscente, un po' arretrato rispetto al marciapiede.
Mise una mano sul chiavistello, ma prima di aprirlo si ferm un attimo. Mi resi conto allora che
per la signorina Collins quella banale passeggiata, il semplice fatto di trovarsi accanto a Brodsky
davanti all'ingresso del Giardino Sternberg, erano molto pi importanti di quanto lui potesse sospettare
in quel momento.
Perch la verit era che, nella sua fantasia, la signorina Collins aveva compiuto con lui quel
breve tragitto - dal trambusto del viale fino al cancelletto di ferro - innumerevoli volte nel corso degli
anni, sin da quel pomeriggio di mezza estate in cui si erano incontrati per caso nel viale davanti alla
gioielleria. E in tutti quegli anni la signorina Collins non aveva mai dimenticato lo sguardo di studiata
indifferenza con cui Brodsky quel giorno si era girato dall'altra, fingendo di esaminare qualcosa nella
vetrina del negozio.
In quel periodo - un anno buono prima che cominciassero l'ubriachezza e gli insulti - queste
ostentazioni di indifferenza erano ancora la nota dominante di ogni contatto fra loro. E sebbene la
signorina Collins avesse gi deciso pi volte di tentare qualche forma di riconciliazione, quel
pomeriggio anche lei aveva guardato dall'altra e tirato dritto per la sua strada.
Solo dopo un po', oltre i caff italiani, aveva ceduto alla curiosit e si era voltata, scoprendo
cos che Brodsky l'aveva seguita. Stava di nuovo sbirciando nella vetrina di un negozio, ma era l, a
pochi metri da lei.
La signorina Collins aveva rallentato il passo, pensando che prima o poi lui l'avrebbe raggiunta.
Ma all'angolo della sua strada, visto che Brodsky non compariva, si era voltata di nuovo.
Anche quel giorno, come oggi, l'ampio marciapiede soleggiato brulicava di passanti, ma la
signorina Collins aveva avuto la soddisfazione di scorgere Brodsky che si bloccava a met di un passo
e si girava dall'altra fingendo di guardare un banchetto di fiori. Un'immagine nitidissima. Si era lasciata
sfuggire un sorrisetto, e mentre svoltava nella sua strada si era accorta con piacere, e un po' di stupore,
di essere allegra. Aveva rallentato ancora, cominciando anche lei a guardare le vetrine. Si era fermata
davanti alla pasticceria francese, al negozio di giocattoli, a quello di stoffe - allora la libreria non c'era
ancora. E intanto si era studiata mentalmente le parole con cui accogliere Brodsky quando l'avesse
raggiunta. Leo, ci stiamo comportando come due bambini, aveva pensato di dire. Ma la frase le era
sembrata troppo assennata, e aveva cercato qualcosa di pi ironico: A quanto pare facciamo la stessa
strada, o una battuta del genere. Poco dopo Brodsky era comparso all'angolo, e la signorina Collins gli
aveva visto in mano un vivace mazzo di fiori. Girandosi di scatto, aveva ripreso a camminare a passo
quasi normale. Poi, quando ormai era nelle vicinanze di casa, aveva provato - per la prima volta quel
giorno - un senso di fastidio. Si era gi programmata tutto il pomeriggio. Perch Brodsky aveva scelto
proprio quel momento per cercare di parlarle? Arrivata davanti al portone, si era voltata furtivamente a
guardare, scoprendo che Brodsky era ancora ad almeno venti metri.
Allora aveva richiuso la porta alle sue spalle e, resistendo alla tentazione di guardare dalla
finestra, era corsa in camera sua, sul retro dell'edificio. L si era guardata allo specchio e aveva cercato
di calmarsi. Poi, uscendo dalla camera da letto, si era fermata con un tuffo al cuore. La porta in fondo al
corridoio era spalancata, e attraverso il bovindo del salottino pieno di sole che dava sulla strada si
vedeva il marciapiede. E l, con la schiena alla casa, c'era Brodsky, che indugiava come se avesse dato
appuntamento a qualcuno in quel posto. Per un attimo la signorina Collins era rimasta immobile, per il
timore che lui si girasse e la vedesse attraverso i vetri. Poi Brodsky si era spostato, uscendo dal suo
campo visivo, e la signorina Collins si era ritrovata a fissare la facciata della casa di fronte, con le
orecchie tese per sentire il campanello.
Ma dopo un minuto Brodsky non aveva ancora suonato, e la signorina Collins aveva provato un
altro impeto di rabbia nei suoi confronti. Evidentemente, si era detta, stava aspettando che lei lo
invitasse a entrare. Allora si era nuovamente sforzata di calmarsi e, dopo avere analizzato attentamente
la situazione, aveva deciso di non fare nulla finch lui non avesse suonato il campanello.
Aveva aspettato per parecchi minuti. A un certo punto era persino rientrata in camera da letto
senza una precisa ragione, per poi tornare subito in corridoio. Alla fine, colta dal dubbio che Brodsky
se ne fosse andato, era uscita nell'atrio.
Con suo gran stupore, aprendo la porta e guardando a destra e a sinistra, non aveva pi trovato
traccia di lui. Si era aspettata di vederlo in agguato qualche porta pi in l, o almeno di trovare i fiori
sui gradini. Ma in quel momento non aveva provato il minimo rammarico. Un briciolo di sollievo,
questo s, e un po' di eccitazione, nient'affatto sgradevole, all'idea che il processo di riconciliazione
fosse finalmente avviato, ma non rammarico. Anzi, tornata nel suo salottino, aveva assaporato un
attimo di trionfo per aver saputo resistere. Queste piccole vittorie, si era detta, erano importantissime, e
li avrebbero aiutati a evitare di ripetere gli errori del passato.
Solo parecchi mesi pi tardi le era venuto il dubbio di avere compiuto, quel giorno, un errore.
Sulle prime non aveva dato molto peso a questa impressione e non l'aveva neppure analizzata a fondo.
Ma con il passare dei mesi quel pomeriggio d'estate aveva finito con il dominare i suoi pensieri. Il suo
grande sbaglio, aveva concluso la signorina Collins, era stato entrare in casa. Cos facendo, aveva
chiesto a Brodsky un po' troppo.
Dopo averlo guidato per tutto quel tragitto, dopo avergli fatto girare l'angolo e oltrepassare i
negozi, avrebbe dovuto fermarsi davanti al cancelletto di ferro, assicurarsi che lui la vedesse, ed entrare
nel Giardino Sternberg. L, senza dubbio, Brodsky l'avrebbe seguita. E anche se avessero vagato per un
po' tra gli arbusti in silenzio, prima o poi si sarebbero messi a parlare. E prima o poi lui le avrebbe dato
i fiori. Da quel giorno erano passati pi di vent'anni, e da allora, quando le capitava di posare lo
sguardo su quel cancello di ferro, la signorina Collins provava quasi sempre una piccola fitta al cuore.
Questo spiega come mai, quella mattina, mentre finalmente entrava con Brodsky nel giardino, vi fosse
nel suo contegno una punta di cerimoniosit.
Sebbene avesse finito con l'occupare un posto preminente nelle fantasie della signorina Collins,
il Giardino Sternberg non era un luogo particolarmente piacevole. Quel quadrato di cemento, non pi
grande del posteggio di un supermercato, sembrava rispondere pi agli interessi dei floricultori che alle
esigenze di bellezza o comodit della gente del quartiere. Non c'erano alberi, non c'era erba, solo file di
aiuole fiorite; a quell'ora del giorno il giardino era uno spiazzo assolato senza traccia d'ombra. Ma la
signorina Collins, rimirando i fiori e le felci, batt le mani felice. Brodsky, dopo avere richiuso con
cura il cancelletto, si guard intorno senza entusiasmo. Tuttavia, quando vide che l'intimit, se si
escludevano le finestre dei condomini circostanti, era assoluta, parve soddisfatto.
- A volte, le persone che vengono a parlarmi le porto qui, disse la signorina Collins. -  un
posto cos affascinante.
Vedrai esemplari che non si trovano da nessun'altra parte in Europa.
Continuava a passeggiare lentamente, guardandosi intorno piena di ammirazione, mentre
Brodsky la seguiva rispettosamente a qualche passo di distanza. L'imbarazzo che avevano dimostrato
l'uno in presenza dell'altra pochi minuti prima era completamente svanito, tanto che se qualcuno li
avesse scorti dal cancello avrebbe potuto facilmente scambiarli per una vecchia coppia con un lungo
matrimonio alle spalle che faceva la sua abituale passeggiatina al sole.
- Ma tu, naturalmente, - disse la signorina Collins, fermandosi accanto a un arbusto, - non hai
mai amato i giardini come questo, vero? Tu disprezzi tutti i tentativi di imbrigliare la natura.
Preferisci i luoghi selvaggi. Ma vedi, alcune di queste specie possono resistere solo se sono ben
curate e piantate al momento giusto.
Brodsky osserv solennemente la foglia che la signorina Collins stava toccando. Poi disse: - Ti
ricordi? La domenica mattina, dopo aver preso il caff insieme al Praga, andavamo in quella libreria.
Ovunque ci girassimo c'erano solo mucchi di vecchi libri polverosi. Ti ricordi? Tu ti spazientivi subito.
Ma ci andavamo lo stesso, ogni domenica, dopo il caff al Praga.
La signorina Collins tacque per qualche secondo. Poi rise sommessamente e riprese a
camminare piano piano. - L'uomo girino, - disse.
Brodsky sorrise. - L'uomo girino, - ripet, annuendo. - Proprio cos. Chiss, forse se tornassimo
adesso lo troveremmo ancora l, dietro il suo tavolo. L'uomo girino. Gli abbiamo mai chiesto il suo
vero nome? Era sempre gentilissimo. Anche se non compravamo mai i suoi libri.
- Tranne quella mattina che si  messo a inveire contro di noi.
- A inveire contro di noi? Non me ne ricordo. L'uomo girino era sempre gentilissimo. E dire che
non gli abbiamo mai comprato un libro.
- Ma s. Una volta siamo entrati che stava piovendo e abbiamo fatto molta attenzione a non
gocciolare sui suoi libri. Abbiamo persino scosso i soprabiti sulla porta, ma lui quella mattina era di
cattivo umore e si  messo a inveire contro di noi. Non ti ricordi? Ce l'aveva con il fatto che ero inglese.
Oh, s,  stato davvero maleducato, ma solo quella mattina. La domenica dopo sembrava avere
dimenticato tutto.
- Strano, - disse Brodsky. - Non ricordo. L'uomo girino. Era sempre cos timido ed educato.
Non ricordo proprio l'episodio di cui parli.
- Forse sono io che ricordo male, - disse la signorina Collins.
- Forse mi confondo con qualcun altro.
- Lo penso anch'io. L'uomo girino era sempre cos rispettoso.
Non avrebbe mai fatto una cosa simile. Perch eri inglese? Brodsky scosse il capo. - No, era
sempre cos rispettoso.
La signorina Collins si ferm di nuovo, in assorta contemplazione di una felce.
- Allora ce n'erano tanti fatti cos, - disse dopo un momento.
- Sembravano educati, pazienti. Si facevano in quattro per aiutarti, erano pronti a sacrificare
qualsiasi cosa, finch un giorno, senza alcun motivo, che so, magari per colpa del tempo, esplodevano.
Poi tornavano di nuovo normali. Ce n'erano tanti.
Per esempio Andrzej. Anche lui era fatto cos.
- Andrzej era matto. Sai, ho letto da qualche parte che  rimasto ucciso in un incidente d'auto.
S, l'ho letto su un giornale polacco, cinque o sei anni fa. Ucciso in un incidente d'auto.
- Che tristezza. Chiss quante delle persone che conoscevamo allora se ne sono gi andate.
- Andrzej mi era simpatico, - disse Brodsky. - L'ho letto su un giornale polacco. C'era solo un
accenno. Dicevano che era rimasto ucciso. In un incidente d'auto. La cosa mi ha rattristato. Ho
ripensato a quelle sere nel vecchio alloggio, quando ci avviluppavamo nelle coperte e spartivamo il
caff, circondati da libri e giornali, chiacchierando di musica e di letteratura per ore e ore, fissando il
soffitto. Non la smettevamo pi.
- Io non vedevo l'ora di andare a letto, ma Andrzej non voleva mai tornarsene a casa. A volte
restava fino all'alba.
- Gi. Se si trovava a mal partito in una discussione, non se ne andava pi. Si alzava solo se
aveva l'impressione di averla spuntata. Per questo a volte restava fino all'alba.
La signorina Collins sorrise, poi sospir. - Che tristezza che sia morto, - disse.
- Non era l'uomo girino, - disse Brodsky. - Ma quello della galleria d'arte.  lui che si  messo a
urlare. Un tipo strano.
Ha sempre finto di non sapere chi fossimo. Ti ricordi? Persino dopo quell'esecuzione di
Lafcadio. I camerieri, i tassisti, tutti volevano stringermi la mano, ma quando siamo entrati nella sua
galleria, niente. Ci ha guardati come sempre, con quella sua faccia di pietra. Poi verso la fine, quando le
cose cominciavano a mettersi male, siamo entrati un giorno che pioveva, e lui ha inveito contro di noi.
Gli bagnavamo il pavimento, diceva. E non era la prima volta, erano anni che quando pioveva gli
bagnavamo il pavimento, anni, e lui ne aveva abbastanza. S,  l'uomo della galleria che si  messo a
urlare, che se l' presa perch eri inglese, lui, non il girino. Il girino  sempre stato rispettoso, fino
all'ultimo. Il girino mi ha stretto la mano, me lo ricordo benissimo, poco prima che partissimo. Ti
ricordi? Siamo andati nella sua libreria, e lui sapeva che quella sarebbe stata l'ultima volta; ha fatto il
giro del tavolo e mi  venuto a dare la mano. Quasi tutti ormai evitavano di stringermi la mano, ma lui
l'ha fatto. Era rispettoso, il girino, lo  sempre stato.
La signorina Collins si ripar gli occhi e guard in direzione dell'angolo opposto del giardino.
Poi riprese lentamente a camminare, dicendo: -  bello rammentare alcune di queste cose.
Ma non possiamo vivere nel passato.
- Ma ti ricordi, vero? - domand Brodsky. - Ti ricordi del girino, della sua libreria. E di quel
guardaroba? Della porta che si  staccata? Sono sicuro che ti ricordi di tutto, come me.
- Certe cose le ricordo. Altre, inevitabilmente, le ho dimenticate -. Il tono della signorina
Collins si era fatto guardingo. - D'altronde, anche di quel periodo ci sono cose che  meglio
dimenticare.
Brodsky parve riflettere su questa affermazione. Poi disse: Forse hai ragione. Nel passato c' di
tutto. Io me ne vergogno, lo sai che me ne vergogno, quindi lasciamo perdere. Lasciamo perdere il
passato. Scegliamo invece un animale.
La signorina Collins continu a camminare, precedendo Brodsky di parecchi passi. Poi si ferm
di nuovo e si gir verso di lui.
- Verr questo pomeriggio al cimitero, se  questo che desideri.
Ma non devi attribuire alcun significato a questo mio gesto. Non vuol dire che sono d'accordo
sull'animale o su altro.
Semplicemente, capisco che tu possa essere preoccupato per questa sera e voglia sfogare le tue
ansie con qualcuno.
- In questi ultimi mesi vedevo dappertutto insetti che strisciavano, ma non ho mollato, ho tenuto
duro, mi sono preparato. Ma sar tutto inutile se tu non torni.
- Ho solo accettato di vederti un momento questo pomeriggio.
Magari una mezz'oretta.
- Ma ci penserai, vero? All'animale e a tutto il resto.
Promettimi che ci penserai prima che ci vediamo.
La signorina Collins si gir e per un lungo momento studi un altro arbusto. Alla fine disse: -
Va bene, ci penser.
- Tu lo sai che cosa ho passato. Come  stata dura. A volte stavo cos male che avrei voluto
morire, solo per mettere fine a questa tortura; ma non ho mollato, perch questa volta vedevo una
possibilit. Di nuovo direttore d'orchestra. E tu saresti tornata. Vedrai, sar tutto come prima, forse
meglio. A volte era terribile, con tutti quegli insetti striscianti. Non posso fare altro per dare prova di
me. Non abbiamo mai avuto figli.
Prendiamo un animale.
La signorina Collins ricominci a camminare, e questa volta Brodsky rimase al suo fianco,
fissandola gravemente in volto. La donna parve sul punto di dire qualcosa, ma proprio in quel momento
Parkhurst si mise improvvisamente a parlare alle mie spalle.
- Sai, io non partecipo. Mi riferisco a quando cominciano a sbeffeggiarti a quel modo. Non rido
nemmeno, neppure un sorriso.
Non partecipo e basta. Probabilmente penserai che le mie sono solo parole, ma ti assicuro che 
vero. Quel loro modo di fare mi ripugna. E quando cominciano con quei versacci! Appena sono
entrato, si sono messi a ragliare! Non mi hanno dato neppure un minuto, nemmeno sessanta secondi per
fargli vedere che ero cambiato. Parkers! Parkers! Ah, che schifo...
- Senti, - dissi, perdendo improvvisamente la pazienza, - se ti danno tanto fastidio, perch non
glielo dici apertamente? Perch la prossima volta non li prendi di petto? Di' che la piantino di ragliare.
E chiedi per quale strana ragione mi odino tanto. E perch mai si sentano cos oltraggiati dal mio
successo. S, chiediglielo un po'! Anzi, per fare pi colpo, perch non glielo chiedi mentre fai il
pagliaccio? S, nel bel mezzo di una delle tue storielle, mentre fai le vocine buffe e le smorfie. Aspetta
che ridano, che ti battano sulla schiena felici che tu non sia cambiato neanche un po', poi chiedi
all'improvviso: Ma perch?
Perch il successo di Ryder vi brucia tanto? Ecco come devi fare. Non mi renderesti solo un
servizio; sarebbe un modo elegante per dimostrare a quegli idioti che dietro le tue pagliacciate c', e c'
sempre stata, una persona molto pi profonda. Una persona che non si lascia manipolare facilmente e
non scende a compromessi. Io ti consiglio di fare cos.
- Ma bravo! - grid Parkhurst furente. - Per te  facile dirlo!
Non hai niente da perdere, visto che intanto ti odiano! Ma quelli sono i miei amici di giovent.
Quando sono qui, in mezzo a tutti questi continentali, le cose non vanno troppo male. Ma di tanto in
tanto succede qualcosa, qualcosa di sgradevole, e allora mi dico: Ma che te ne importa? Questi sono
stranieri. A casa sei pieno di amici. Non hai che da tornare, sono tutti l che ti aspettano. Per te 
facile dare di questi bei consigli. Anche se probabilmente, ora che ci penso, non conviene neanche a te.
Non capisco perch sei cos compiaciuto. Nemmeno tu puoi permetterti di dimenticare i vecchi amici.
Sai, alcune delle cose che dicono di te sono vere. Sei maledettamente compiaciuto, e un giorno la
sconterai. Solo perch sei diventato celebre! Oh s, hanno ragione. Perch non li prendi di petto? Che arroganza!
Parkhurst continu su questo tono ancora per un po', ma io smisi di ascoltarlo. Infatti, l'accenno
al mio compiacimento era andato a smuovere qualcosa, facendomi improvvisamente ricordare che i
miei genitori stavano per arrivare in citt. E l, nel salottino della signorina Collins, mi piomb addosso
gettandomi tra le gelide dita del panico - la consapevolezza di non avere nemmeno cominciato a
preparare il pezzo che avrei dovuto suonare davanti a loro quella sera. Anzi, erano parecchi giorni,
forse addirittura settimane, che non toccavo pi un pianoforte. Ed eccomi l, a poche ore da uno dei
concerti pi importanti della mia vita, senza avere nemmeno fissato le prove.
Pi ci pensavo, pi la situazione mi sembrava allarmante. Mi ero lasciato distrarre in maniera
esagerata dal discorso che avrei dovuto tenere quella sera, e inspiegabilmente avevo trascurato il
concerto, di gran lunga pi importante. In quel momento non riuscivo nemmeno a ricordare che cosa
avessi deciso di suonare. vStrutture globulari: numero Iiv di Yamanaka? Oppure vAmianto e fibrav di
Mullery? Quando provai a ripassarli mentalmente, mi accorsi di avere un ricordo assai nebuloso di
entrambi i pezzi.
La cosa era inquietante. Sapevo che sia Yamanaka sia Mullery presentano parti di grande
complessit, ma quando cercai di concentrarmi su quei punti, scoprii di non ricordare quasi nulla.
E nel frattempo, per quel che ne sapevo, i miei genitori erano gi in citt. Capii che non c'era un
minuto da perdere. Al diavolo tutti gli altri impegni; per prima cosa dovevo assicurarmi almeno due ore
di tranquillit e isolamento con un buon pianoforte.
Parkhurst stava ancora parlando tutto infervorato.
- Senti, mi spiace, - dissi, dirigendomi verso la porta, - ma devo andare via immediatamente.
Parkhurst scatt in piedi, e la sua voce assunse di colpo un tono di supplica.
- Io non partecipo, lo sai. Oh no, non partecipo mai -. Mi venne dietro come se volesse
afferrarmi per un braccio. - Non sorrido nemmeno. Quel loro modo di sbeffeggiarti  disgustoso...
- Va bene, va bene, ti ringrazio, - dissi, allontanandomi da lui. - Ma adesso devo proprio andare.
Uscito dalla casa della signorina Collins, mi incamminai per la strada a passo veloce, incapace
di pensare ad altro se non all'assoluta necessit di tornare in albergo e al pianoforte del soggiorno. Ero
cos assorto nei miei pensieri che non solo ignorai il cancelletto di ferro quando gli passai davanti, ma
non vidi neppure Brodsky fermo sul marciapiede fin quando non gli fui praticamente addosso. Brodsky
fece un inchino e mi salut in modo pacato, come se fosse l da un pezzo e mi avesse visto avvicinare.
- Signor Ryder. Ci si rivede.
- Ah, signor Brodsky, - risposi, senza fermarmi. - La prego di scusarmi, ma ho una fretta terribile.
Brodsky mi venne dietro, e per un tratto camminammo l'uno accanto all'altro in silenzio. La
cosa mi parve un po' strana, ma ero cos preoccupato che non provai nemmeno a conversare.
All'angolo svoltammo insieme nell'ampio viale. Il marciapiede era pi affollato che mai - gli
impiegati stavano uscendo per l'intervallo del pranzo - e fummo costretti a rallentare. Fu allora che
Brodsky, sempre al mio fianco, disse: - Quante chiacchiere l'altra sera. Prima una grande cerimonia, poi
una statua. No, no, alla larga. Bruno la odiava quella gente.
Lo seppellir da solo, senza fanfare. Che cosa c' di male?
Questa mattina ho trovato un posto adatto, un posticino per seppellirlo, solo io, Bruno non
avrebbe voluto nessun altro, odiava tutti. Ma vorrei della musica, signor Ryder, della musica sublime. 
un posticino tranquillo, l'ho trovato questa mattina, sono sicuro che a Bruno piacerebbe. Scaver io.
Non occorrer scavare molto profondo. Poi mi sieder accanto alla tomba e penser a lui, a tutte le cose
che abbiamo fatto insieme, gli dir addio, nient'altro. Ma mentre penso a lui vorrei della musica, della
musica sublime. Lo farebbe per me, signor Ryder?
Per me e per Bruno? Glielo chiedo come un favore, signor Ryder.
- Signor Brodsky, - dissi, accelerando di nuovo il passo, - non mi  ben chiaro che cosa voglia
da me. Ma sappia che non sono in condizione di prendere nessun impegno.
- Signor Ryder...
- Signor Brodsky, mi spiace molto per il suo cane. Ma purtroppo sono stato costretto a
soddisfare troppe richieste, con il risultato che adesso mi resta pochissimo tempo per le cose pi
importanti, quelle per cui sono qui... - All'improvviso persi la pazienza e mi fermai di botto. -
Sinceramente, signor Brodsky, dissi, quasi urlando, - devo pregare lei e tutti gli altri di piantarla di
chiedermi favori.  venuto il momento di piantarla!
Dovete piantarla!
Per un attimo Brodsky mi guard con aria un po' stupita. Poi abbass gli occhi avvilito. Mi
pentii subito del mio sfogo, anche perch mi accorsi che non aveva senso incolpare Brodsky delle
numerose distrazioni che mi avevano tenuto occupato da quando ero arrivato in citt. Sospirai e, in tono
pi gentile, dissi: - Senta, facciamo cos. In questo momento sto tornando in albergo per provare il mio
pezzo. Avr bisogno di almeno due ore senza che nessuno mi disturbi. Ma dopo, secondo come vanno
le cose, pu darsi che sia in grado di approfondire con lei il discorso sul suo cane. Sia chiaro che non
posso prometterle niente, ma...
- Era solo un cane, - disse Brodsky di punto in bianco. - Ma voglio dirgli addio. E vorrei della
musica sublime.
- Certo, signor Brodsky, ma adesso devo scappare. Ho davvero pochissimo tempo.
Ripresi a camminare. Ero convinto che Brodsky si sarebbe incollato al mio fianco come prima,
invece non si mosse. Ebbi un attimo di esitazione, mi spiaceva un po' abbandonarlo l sul marciapiede,
ma subito mi ricordai che non potevo pi concedermi la minima distrazione. Oltrepassai velocemente i
caff italiani e mi guardai indietro solo quando giunsi al passaggio pedonale e dovetti aspettare il verde.
Per un momento la calca dei passanti rimase impenetrabile, poi scorsi la sagoma di Brodsky
esattamente dove lo avevo lasciato. Era leggermente chino in avanti e fissava il traffico che arrivava
dalla sua parte. Mi venne il dubbio che il posto dove mi ero arrestato poco prima fosse in realt una
fermata, e che Brodsky fosse rimasto l per il semplice motivo che doveva prendere il tram. Poi il
semaforo divenne verde, e mentre attraversavo il viale i miei pensieri tornarono alla questione assai pi
urgente del mio concerto di quella sera.
...
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...
23.
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Arrivando in albergo, ebbi l'impressione che l'atrio fosse molto affollato, ma ormai ero cos
ansioso di provare il mio pezzo che non mi guardai nemmeno intorno. Anzi, probabilmente, mentre mi
appoggiavo al banco della reception per parlare al portiere, scavalcai addirittura qualche altro cliente.
- Mi scusi, c' qualcuno nel soggiorno, in questo momento?
- Nel soggiorno? Be', s, signor Ryder. I clienti ci vanno volentieri dopo pranzo, quindi penso...
- Devo parlare immediatamente con il signor Hoffman. Si tratta di una questione della massima
urgenza.
- Certamente, signor Ryder.
Il portiere prese un telefono e scambi qualche parola. Poi, riattaccando, mi disse: - Il signor
Hoffman sar qui fra un istante, signor Ryder.
- Bene. Ma si tratta di una questione della massima urgenza.
In quel momento mi sentii toccare una spalla e, girandomi, vidi Sophie accanto a me.
- Oh, ciao, - le dissi. - Che cosa ci fai qui?
- Volevo solo consegnare una cosa. Sai, per pap -. Sophie ridacchi imbarazzata. - Ma 
occupato, l'hanno mandato al palazzo dei concerti.
- Ah, il cappotto, - dissi, notando il pacco ripiegato sul suo braccio.
- Sta venendo freddo, cos ho pensato di portarglielo, ma l'hanno mandato al palazzo dei
concerti e non  ancora tornato.
Lo stiamo aspettando da quasi mezz'ora. Se non arriva nei prossimi minuti, per oggi dovremo
rinunciare.
Notai Boris su un divano dall'altra parte dell'atrio. Era quasi nascosto dietro un gruppo di turisti
piantati in mezzo alla sala, ma vidi che era tutto preso dalla lettura del logoro manuale che gli avevo
comprato al cinema. Sophie segu il mio sguardo e rise di nuovo.
- Non lo ha mollato un istante, - disse. - Ieri sera, quando sei uscito, ha continuato a sfogliarlo
fino all'ora di andare a letto. E questa mattina ha ricominciato appena sveglio -. Poi rise ancora e
guard di nuovo il figlio. - Hai avuto proprio una bella idea, quando gliel'hai comprato.
- Sono contento che gli piaccia, - dissi, girandomi di nuovo verso il banco della reception. Alzai
una mano per chiedere al portiere che cosa ne fosse di Hoffman, ma proprio in quel momento Sophie
mi si avvicin di un passo e disse in tono molto diverso: - Per quanto tempo hai intenzione di andare
avanti cos? Non vedi che Boris ci soffre?
La guardai stupefatto, ma Sophie continu a fissarmi con durezza.
- So che stai attraversando un momento difficile, - prosegu. E mi rendo conto di non esserti
molto di aiuto. Ma Boris ci soffre ed  preoccupato. Per quanto tempo andr ancora avanti questa
storia?
- Temo di non capire a che cosa ti riferisci.
- Senti, ho gi ammesso che in parte  anche colpa mia. Che senso ha negare la realt?
- Negare che cosa? Immagino che sia un consiglio di Kim, vero?
Quello di piombare qui con tutte queste accuse.
-  vero, Kim dice sempre che dovrei essere pi schietta con te. Ma questa volta lei non c'entra.
Ho affrontato l'argomento perch... perch non sopporto di vedere Boris cos in pena.
Un po' scombussolato, mi girai di nuovo verso il portiere. Ma prima che riuscissi ad attirare la
sua attenzione, Sophie disse: - Senti, non ti sto accusando di niente. Anzi, riconosco che sei stato molto
comprensivo. Non avrei potuto chiederti di essere pi ragionevole. Non hai neppure urlato una volta.
Ma ho sempre saputo che mi serbavi rancore, e adesso lo fai venire fuori cos.
Scoppiai a ridere. - Immagino che questi siano i discorsi di psicologia spicciola che fai con
Kim, vero?
- L'ho sempre saputo, - continu Sophie, ignorando il mio commento. - Sei stato molto
comprensivo, pi di quanto ci si potesse aspettare, persino Kim lo ha ammesso. Ma il tuo
comportamento non era realistico. Non potevamo continuare cos, come se non fosse successo nulla.
Tu sei pieno di rancore. Chi potrebbe darti torto? E io ho sempre saputo che prima o poi il rancore
sarebbe venuto fuori. Ma non avrei mai pensato in questo modo. Povero Boris. Non riesce a capire che
cosa ha fatto.
Guardai di nuovo in direzione del divano su cui era seduto il bambino. Boris sembrava ancora
immerso nella lettura del suo manuale.
- Senti, - dissi, - non ho ancora capito bene di che cosa stai parlando. Forse ti riferisci al fatto
che Boris e io, negli ultimi tempi, abbiamo modificato un po' il nostro comportamento reciproco. Ma la
cosa mi sembra solo opportuna, viste le circostanze. Se sono un po' pi freddo con lui,  solo perch
non voglio illuderlo sulle reali possibilit di vivere insieme d'ora in avanti. Dobbiamo essere
estremamente cauti. Dopo quello che  successo, chi pu sapere che cosa ci riserver il futuro? Boris
deve imparare a essere pi elastico, pi indipendente. E sono sicuro che a modo suo lo capisce anche
lui.
Sophie abbass gli occhi e per un momento parve riflettere.
Poi, quando stavo per provare di nuovo ad attirare l'attenzione del portiere, disse
improvvisamente: - Per piacere. Vai da lui. Digli qualcosa.
- Andare da lui? Be', il problema  che ho una cosa piuttosto urgente da fare, e appena arriva
Hoffman...
- Ti prego, solo due parole. Non sai quanto sarebbe importante per lui. Ti prego.
Mi guard intensamente e, quando feci spallucce, si gir e mi guid attraverso l'atrio
dell'albergo.
Mentre ci avvicinavamo a lui, Boris alz brevemente il capo, poi ricominci a fissare il libro
con espressione seria. Mi ero aspettato che Sophie dicesse qualcosa; invece, con mio grande fastidio, si
limit a rivolgermi un'occhiata molto eloquente e oltrepass il divano di Boris, dirigendosi verso uno
scaffale di riviste accanto alle finestre. Mi trovai cos solo accanto al bambino, che intanto continuava a
leggere. Alla fine avvicinai una poltrona e mi sedetti di fronte a lui.
Boris non interruppe la lettura n diede segno di avere notato la mia presenza. Poi, senza alzare
lo sguardo, mormor tra s e s: - Questo libro  fantastico. Ti insegna a fare di tutto.
Mi stavo chiedendo che cosa dire, quando gli occhi mi caddero su Sophie. Ci dava la schiena,
fingendo di esaminare una rivista che aveva appena preso dallo scaffale. Provai un improvviso impeto
di rabbia, e mi pentii amaramente di averla seguita attraverso l'atrio. Capii che era riuscita a
manovrarmi in modo che a questo punto, qualunque cosa avessi detto a Boris, lei avrebbe potuto
cantare vittoria e accampare scuse. Diedi un'altra occhiata alla sua schiena, a quelle spalle leggermente
curve per dimostrare tutto il suo falso interesse per la rivista, e sentii la rabbia crescere.
Boris gir pagina e continu a leggere. Dopo un po' ricominci a borbottare senza alzare gli
occhi: - Adesso non avr pi problemi a piastrellare il bagno.
L accanto c'era un tavolino da caff con un'ampia scelta di giornali. Non vedendo perch non
avrei dovuto leggere anch'io, ne presi uno e lo tenni aperto davanti a me. Vi fu qualche istante di
silenzio. Poi, mentre scorrevo un articolo sull'industria automobilistica tedesca, Boris disse
all'improvviso: - Scusa.
Aveva pronunciato la parola con una certa aggressivit, e per un attimo mi venne il dubbio che
sua madre fosse riuscita a spronarlo o a fargli un segnale mentre leggevo. Ma quando alzai gli occhi,
Sophie ci dava ancora la schiena e non sembrava essersi mossa di un centimetro. Poi Boris disse: -
Scusa se sono stato egoista. Non lo far pi. Non parler mai pi di Numero Nove. Ormai sono grande.
Con questo libro sar facile.  fantastico. Presto sar capace di fare tutto.
Ripiastreller il bagno. Prima non me ne rendevo conto. Ma qui ti fa vedere, ti fa vedere tutto.
Non parler mai pi di Numero Nove.
Sembrava che stesse recitando frasi imparate a memoria e provate pi volte. Ci nonostante,
nella sua voce c'era qualcosa di commovente, e sentii l'impulso di abbracciarlo e consolarlo.
Ma in quell'istante vidi Sophie sollevare e riabbassare le spalle, e ricordai che ero irritato con
lei. Inoltre, sapevo che alla lunga, se le avessi lasciato manipolare le cose come stava cercando di fare,
sarei andato contro gli interessi di tutti noi.
Chiudendo il giornale, mi alzai in piedi e diedi un'occhiata alle mie spalle per vedere se
Hoffman fosse comparso. Subito Boris riprese a parlare, e dal tono capii che era in preda al panico.
- Lo prometto. Prometto che imparer a fare tutto. Adesso sar facile.
La sua voce era un po' tremula, ma quando lo guardai, vidi che continuava cocciutamente a
fissare la pagina. Il suo volto, notai, era stranamente paonazzo. Poi la mia attenzione fu attratta da un
movimento dall'altra parte dell'atrio. Alzando gli occhi, vidi Hoffman che mi faceva segno dal banco
della reception.
- Adesso devo andare, - dissi ad alta voce a Sophie. - Ho una cosa molto importante da fare. Ci
vediamo un'altra volta.
Boris gir pagina, ma non sollev lo sguardo.
- Presto, - dissi a Sophie, che si era finalmente voltata. - Ne riparleremo molto presto. Ma
adesso devo andare.
Hoffman si era portato in centro all'atrio e mi stava aspettando con aria ansiosa.
- Scusi se l'ho fatta attendere, signor Ryder, - disse. - Avrei dovuto prevederlo che per un
incontro di questo genere sarebbe arrivato in anticipo. Vengo per l'appunto dalla sala riunioni, e le
posso assicurare che quelle brave persone, tutta gente senza pretese, le sono estremamente riconoscenti
per avere accettato di incontrarle di persona e per avere capito l'importanza di ascoltare dalla loro viva
voce quello che hanno passato.
Lo guardai severamente. - Signor Hoffman, temo che ci sia un malinteso. Io, adesso, ho
assolutamente bisogno di due ore per esercitarmi. Due ore di completo isolamento. Le devo chiedere di
far sgombrare il soggiorno il pi in fretta possibile.
- Ah, s, il soggiorno -. Poi Hoffman si lasci sfuggire una risatina. - Mi scusi, signor Ryder, ma
non capisco. Come lei sa, in questo preciso istante il comitato del Gruppo di Mutuo Soccorso dei
Cittadini la sta aspettando in sala riunioni...
- Signor Hoffman, lei sembra non rendersi conto della gravit della situazione. Per una serie di
imprevedibili contrattempi, sono parecchi giorni che non tocco un pianoforte. Esigo che me ne venga
messo a disposizione uno al pi presto.
- Ma certamente, signor Ryder. La cosa  pi che comprensibile.
Far tutto il possibile per aiutarla. Per quanto riguarda il soggiorno, per, la sua richiesta mi
sembra poco pratica. Vede,  pieno di ospiti dell'albergo...
- Per il signor Brodsky non esitate a sgombrarlo.
-  vero. Be', se con tutti i pianoforti che ci sono nell'albergo, lei insistesse nel volere usare
assolutamente quello del soggiorno, allora asseconderei volentieri la sua richiesta. Andrei
personalmente a chiedere ai clienti di uscire, anche a costo di interromperli mentre prendono il caff o
quant'altro. S, se sar costretto, lo far. Ma forse, prima di obbligarmi a ricorrere a provvedimenti cos
drastici, avr la compiacenza di prendere in considerazione le altre possibili soluzioni. Vede, signor
Ryder, si d il caso che il pianoforte del soggiorno non sia affatto il migliore dell'albergo. Anzi, alcune
note basse mi lasciano molto dubbioso.
- Signor Hoffman, se non posso usare il pianoforte del soggiorno, allora la prego di dirmi che
cos'altro pu mettermi a disposizione. Non ho particolari preferenze per il soggiorno. Ho solo bisogno
di un buon pianoforte e di essere lasciato in pace.
- La stanza delle esercitazioni.  sicuramente quella che risponde meglio alle sue esigenze.
- D'accordo. Vada per la stanza delle esercitazioni, allora.
- Benissimo.
Hoffman cominci a farmi strada, ma dopo qualche passo si ferm di nuovo e si chin verso di
me confidenzialmente.
- Se ho ben capito, signor Ryder, la stanza le serve subito dopo la riunione?
- Signor Hoffman, non mi costringa a ribadirle la gravit della situazione...
- D'accordo, d'accordo, signor Ryder. Ma naturalmente. Capisco benissimo. Dunque... vuole
esercitarsi prima della riunione. S, s, capisco perfettamente. Non ci sono problemi, sono sicuro che le
persone del comitato aspetteranno volentieri. Be', poco male.
Da questa parte, per piacere.
Lasciammo l'atrio da una porta che non avevo ancora notato, sulla sinistra dell'ascensore, e un
attimo dopo stavamo camminando in un corridoio che non poteva essere che di servizio.
Le pareti non erano nemmeno imbiancate, e i tubi fluorescenti appesi al soffitto davano a ogni
cosa un aspetto duro e immobile.
Oltrepassammo una serie di larghe porte scorrevoli, dalle quali provenivano vari rumori di
cucina. Una delle porte era aperta, e con la coda dell'occhio vidi una stanza crudamente illuminata, con
un banco di legno su cui erano state impilate alte colonne di scatole di latta.
- Gran parte del banchetto di questa sera dobbiamo prepararlo qui in albergo, - disse Hoffman. -
Le cucine del palazzo dei concerti, come pu immaginare, non sono gran che.
Dopo una svolta, il corridoio pass davanti alle lavanderie, cos almeno credo. A un certo punto
udii delle grida che provenivano da una porta chiusa: due donne stavano litigando con allarmante
velenosit. Hoffman parve non accorgersene e pass oltre in silenzio. Dopo un po' lo sentii borbottare:
- No, no, i cittadini saranno comunque riconoscenti. Un piccolo ritardo non li disturber affatto.
Alla fine si ferm davanti a una porta priva di indicazioni. Mi aspettavo che me la aprisse;
invece, abbass gli occhi e si gir dall'altra.
- L dentro, signor Ryder, - bofonchi, indicandomi con un gesto rapido e furtivo la porta alle
sue spalle.
- Grazie, signor Hoffman -. Spinsi la porta e la aprii.
Il direttore rimase impalato, continuando a guardare dall'altra. - La aspetter qui, - borbott.
- Non occorre, signor Hoffman. Riuscir a trovare la strada per tornare di l.
- Rester qui, signor Ryder. Non si preoccupi.
Non avevo nessuna voglia di discutere e mi affrettai a entrare.
Mi trovai in una stanza lunga e stretta, con il pavimento di pietra grigia. Le pareti erano rivestite
fino al soffitto di piastrelle bianche. Mi parve che alla mia sinistra vi fosse una fila di lavandini, ma
ormai ero cos ansioso di trovare il pianoforte che non prestai molta attenzione ai particolari. Il mio
sguardo, tra l'altro, era stato immediatamente attratto dai cubicoli di legno alla mia destra. Ce n'erano
tre, l'uno di fianco all'altro, dipinti di uno sgradevole verde rana. Le porte del primo e dell'ultimo erano
chiuse, ma quella del cubicolo centrale - che sembrava leggermente pi largo - era socchiusa, e dentro
vidi un pianoforte, con il coperchio aperto per lasciare in bella vista la tastiera. Senza perdere tempo,
cercai di infilarmi dentro, scoprendo con un certo fastidio che la cosa non era affatto facile. La porta si
apriva verso l'interno del cubicolo, ma era bloccata dal pianoforte; per entrare e richiuderla, dovetti
schiacciarmi nell'angolo e farmi passare piano piano il taglio della porta sul petto. Riuscii a riaccostarla
e a chiuderla; poi, sempre con una certa difficolt visto il poco spazio, tirai fuori lo sgabello da sotto il
pianoforte. Tuttavia, quando finalmente mi sedetti, mi sentii abbastanza a mio agio, e quando feci
scorrere le dita avanti e indietro sulla tastiera scoprii che lo strumento, nonostante i tasti sbiaditi e la
vernice tutta graffiata, aveva un suono caldo e delicato ed era perfettamente accordato. Persino
l'acustica del cubicolo era meno opprimente di quanto mi aspettassi.
Fui invaso da un grande senso di sollievo, e improvvisamente mi resi conto di quanto fossi stato
teso nell'ultima ora. Respirai a fondo, lentamente, preparandomi all'importantissima esercitazione. Solo
allora mi ricordai che non avevo ancora deciso quale pezzo suonare quella sera. Sapevo che mia madre
avrebbe trovato particolarmente commovente il movimento centrale delle vStrutture globulari: numero
Iiv di Yamanaka. Ma mio padre avrebbe sicuramente preferito vAmianto e fibrav di Mullery. Anzi, era
addirittura possibile che buona parte del brano di Yamanaka non gli piacesse. Rimasi a fissare i tasti
ancora per qualche istante, poi non ebbi pi dubbi e scelsi Mullery.
La decisione mi fece sentire meglio; stavo per attaccare gli esplosivi accordi iniziali, quando
sentii qualcosa di duro battermi sulla spalla. Costernato, mi girai e vidi che la porta del cubicolo, chiss
come, si era aperta.
Strisciando, mi alzai in piedi e la richiusi con uno spintone.
Cos facendo, notai che il fermo del chiavistello dondolava capovolto sul montante della porta.
Esaminandolo meglio e ingegnandomi un po', riuscii a rimetterlo a posto. Mentre richiudevo la porta,
per, mi accorsi che la mia riparazione era estremamente precaria. Nessuno poteva assicurarmi che il
chiavistello non scivolasse di nuovo gi da un momento all'altro.
Magari, proprio mentre suonavo vAmianto e fibrav - per esempio, nel bel mezzo di uno di
quegli intensissimi passaggi del terzo movimento - la porta si sarebbe riaperta, esponendomi agli
sguardi di chiunque si fosse trovato in quel momento fuori del cubicolo. E sicuramente, se qualche
persona un po' ottusa, non sapendo che ero dentro, avesse cercato di entrare, il chiavistello non avrebbe
opposto la minima resistenza.
Tutti questi pensieri mi attraversarono la testa mentre mi risedevo sullo sgabello. Dopo un po',
per, giunsi alla conclusione che, se non avessi approfittato di questa opportunit per esercitarmi, forse
non se ne sarebbe presentata un'altra.
D'altronde, anche se le condizioni non si potevano definire ideali, il pianoforte era pi che
adeguato. Con notevole determinazione, mi imposi di non preoccuparmi pi della porta difettosa alle
mie spalle e mi preparai di nuovo a suonare le battute d'apertura di Mullery.
Poi, quando gi le mie dita si erano posate sulla tastiera, udii un rumore - un lieve fruscio, come
quello che potrebbe produrre una scarpa o un pezzo di stoffa. La vicinanza del suono era allarmante.
Mi girai di scatto sullo sgabello. Solo allora notai che la porta, sebbene fosse rimasta chiusa, era priva
dell'intera parte superiore, al punto da somigliare pi o meno a quella di una stalla. Ero cos
impensierito dal chiavistello difettoso che, non so come, non mi ero nemmeno accorto di questo
madornale difetto. Adesso vidi che la porta terminava con un margine irregolare poco sopra la vita.
Non si capiva se fosse stata spaccata per un gratuito atto di vandalismo o perch era in corso una
ristrutturazione. In ogni caso, anche da seduto, mi bastava allungare un po' il collo per vedere senza
difficolt le piastrelle bianche e i lavandini.
Non riuscivo a credere che Hoffman avesse avuto l'impudenza di offrirmi un posto del genere.
 vero che fino a quel momento nessuno era entrato nella stanza, ma chi poteva garantirmi che da un
momento all'altro non piombasse l un gruppo di sei o sette dipendenti dell'albergo per lavarsi le mani
nei lavandini? La situazione mi parve insostenibile; furente, stavo per abbandonare il cubicolo quando
scorsi uno straccio appeso a un chiodo piantato nel montante della porta all'altezza del cardine superiore.
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Lo fissai per un momento, poi vidi un secondo chiodo sull'altro montante, esattamente alla
stessa altezza. Indovinando subito lo scopo dello straccio e dei chiodi, mi alzai in piedi e li esaminai
meglio. Lo straccio si rivel un vecchio asciugamano da bagno. Quando lo aprii e lo tesi fra i due
chiodi, vidi che funzionava ottimamente da tenda, coprendo la parte mancante della porta.
Mi risedetti sentendomi molto meglio e mi accinsi di nuovo a suonare le prime battute di
Mullery. Poi, proprio mentre stavo per attaccare, fui di nuovo bloccato da un fruscio. Quando lo udii
per la terza volta, capii che veniva dal cubicolo alla mia sinistra. Mi resi improvvisamente conto che
per tutto questo tempo nel cubicolo accanto c'era stato qualcuno; ma non solo, l'isolamento acustico tra
i cubicoli era praticamente inesistente, e se fino a quel momento non mi ero accorto della presenza
dell'estraneo, ci era dovuto unicamente al fatto che costui, per chiss quale motivo, era rimasto immobile.
Furioso, mi alzai di nuovo e aprii la porta, strappando il chiavistello e facendo cadere per terra
l'asciugamano. Mentre strisciavo fuori, l'uomo del cubicolo accanto, forse pensando che non c'era pi
motivo di trattenersi, si schiar la gola rumorosamente. Uscii di corsa dalla stanza in preda al disgusto
pi totale.
Fui un po' sorpreso di trovare Hoffman nel corridoio, poi ricordai che aveva promesso di
aspettarmi. Si era appoggiato con la schiena al muro, ma appena mi vide si raddrizz e si mise
sull'attenti.
- Bene, signor Ryder, - mi disse sorridendo, - se vuole seguirmi, sono tutti ansiosi di conoscerla.
Lo guardai freddamente. - Tutti chi, signor Hoffman?
- Ma come, i membri del comitato, signor Ryder. Il comitato del Gruppo di Mutuo Soccorso dei
Cittadini...
- Mi stia a sentire, signor Hoffman... - Ero fuori di me, ma la delicatezza di ci che dovevo
spiegare mi indusse a fare una pausa. Hoffman, notando finalmente che ero irritato, si ferm in mezzo
al corridoio e rimase a fissarmi con aria premurosa.
- Mi stia a sentire, signor Hoffman. Mi spiace molto per la sua riunione. Ma  indispensabile
che io provi il mio pezzo. Non far nient'altro se prima non mi verr consentito di esercitarmi.
Hoffman parve sinceramente stupito. - Mi scusi, signor Ryder, disse, abbassando con
discrezione la voce. - Ma non si  esercitato fino adesso?
- No. Non ho potuto.
- Non ha potuto? C' qualcosa che non va, signor Ryder? Voglio dire, non  che si senta male?
- Io sto benissimo -. Sospirai. - Se proprio vuole saperlo, non ho potuto esercitarmi perch... be',
perch l dentro non ci sono le necessarie condizioni di isolamento. No, signor Hoffman, mi lasci
finire. L'isolamento  insufficiente. Andr bene per qualcun altro, ma non per me... Be', glielo dir,
signor Hoffman, glielo dir in tutta sincerit.  cos da quand'ero bambino. Non sono mai riuscito a
esercitarmi se non nel pi completo e totale isolamento.
- Davvero, signor Ryder? - Hoffman stava annuendo gravemente. Capisco, capisco.
- Me lo auguro. Le condizioni l dentro non erano nemmeno lontanamente adeguate -. Scossi il
capo. - Ma adesso ho bisogno, ripeto, ho bisogno di un posto soddisfacente per esercitarmi...
- S, s, naturalmente -. Hoffman annu comprensivo. - Credo di avere la soluzione, signor
Ryder. La stanza per le esercitazioni dell'annesso le offrir un perfetto isolamento. Il pianoforte 
eccellente, e quanto all'isolamento, be', glielo posso garantire.
 una stanza molto, molto isolata.
- Benissimo. Sembra il posto che fa per me. Nell'annesso, ha detto?
- Sissignore. La accompagner io stesso al termine della riunione con il Gruppo di Mutuo
Soccorso dei...
- Signor Hoffman! - urlai improvvisamente, trattenendomi a stento dal prenderlo per il bavero. -
Mi stia bene a sentire! Non me ne frega niente di questo gruppo di cittadini! Non me ne frega niente se
aspettano! Voglio solo esercitarmi, altrimenti faccio immediatamente i bagagli e me ne vado via da
questa citt, subito! Sono stato chiaro, signor Hoffman? Niente conferenza, niente concerto, niente di
niente! Ci siamo capiti? Mi dica, ci siamo capiti?
Hoffman sbianc in volto e mi guard con gli occhi sbarrati. S, s, - mormor. - Certamente,
signor Ryder.
- Quindi glielo chiedo per piacere, - dissi, riuscendo a dominare un po' la voce. - Sia cos gentile
da accompagnarmi in questo annesso senza perdere altro tempo.
- Va bene, signor Ryder -. Hoffman scoppi in una strana risata. - Capisco perfettamente. In
fondo, non sono che dei comuni cittadini. Che bisogno c' che uno come lei... - Poi si diede un
contegno e disse risoluto: - Da questa parte, signor Ryder, se vuole seguirmi...
...
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...
24.
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Percorremmo ancora un breve tratto di corridoio, poi attraversammo una grande lavanderia in
cui brontolavano parecchie macchine. Hoffman mi indic una stretta porticina; uscendo, mi trovai
davanti ai due battenti del soggiorno.
- Se passiamo di qui facciamo prima, - disse Hoffman.
Appena entrammo nel soggiorno, capii meglio perch in precedenza si fosse dimostrato cos
restio a far sgombrare la sala per me. Il soggiorno traboccava di persone che ridevano e parlavano;
alcune indossavano vestiti molto appariscenti, e per un attimo pensai di essere capitato nel bel mezzo di
un ricevimento privato. Tuttavia, mentre ci aprivamo lentamente un varco attraverso la calca, cominciai
a distinguere diversi gruppi. Parte della sala era occupata da gente del posto assai chiassosa. Un altro
gruppo sembrava composto di giovani americani danarosi, molti dei quali, in quel momento, stavano
cantando in coro un inno universitario; in un'altra zona ancora, un gruppo di giapponesi aveva unito
parecchi tavoli e faceva una gran cagnara.
Fatto curioso, sebbene i gruppi fossero palesemente distinti, sembrava che fra l'uno e l'altro
avvenissero intensi scambi.
Tutto intorno a me, vedevo gente che si aggirava fra i tavoli, si dava grandi pacche sulla
schiena, si scattava fotografie a turno, si passava avanti e indietro vassoi di panini. Un cameriere in
uniforme bianca vagava per la sala con la faccia angustiata e una caffettiera per mano. Mi venne in
mente di cercare il pianoforte, ma scoprii che avevo gi il mio da fare a intrufolarmi fra la gente per
stare dietro a Hoffman. Finalmente giunsi sul lato opposto del soggiorno, dove il direttore dell'albergo
mi stava tenendo aperta un'altra porta.
Mi trovai in un corridoio che conduceva all'aperto, e un attimo dopo sbucai in un piccolo
piazzale soleggiato, nel quale riconobbi subito il posteggio in cui mi aveva portato Hoffman la sera del
banchetto in onore di Brodsky. Il direttore mi accompagn verso un macchinone nero, e qualche
minuto pi tardi stavamo avanzando lentamente nell'ingorgo dell'ora di pranzo.
- Il traffico di questa citt, - sospir Hoffman. - Signor Ryder, vuole che metta l'aria
condizionata? Sicuro? Santo cielo, guardi che traffico. Per fortuna ci toglieremo presto di qui.
Prenderemo la strada che porta a sud.
Detto fatto, al semaforo successivo Hoffman svolt in una strada in cui il traffico era molto pi
scorrevole. Un attimo dopo stavamo viaggiando a forte velocit in aperta campagna.
- Eh, s, questo  il bello della nostra citt, - disse Hoffman. - Non occorre fare molta strada per
trovarsi in luoghi ameni. Lo sente che l'aria  gi migliore?
Bofonchiai una risposta affermativa, poi tacqui. In quel momento non avevo nessuna voglia di
fare conversazione. Tanto per cominciare, non ero pi cos sicuro della mia precedente decisione di
suonare vAmianto e fibra.v A furia di pensarci, mi era sembrato di ricordare che mia madre, una volta,
aveva manifestato un certo fastidio nei confronti di questa composizione. Per un momento esaminai la
possibilit di suonare qualcosa di completamente diverso, come vGallerie del ventov di Kazan, ma
subito mi venne in mente che il pezzo avrebbe richiesto due ore e un quarto. Non c'era dubbio che
vAmianto e fibra,v per la sua brevit e intensit, fosse la scelta giusta. Nessun altro brano di quella
lunghezza mi avrebbe offerto la stessa opportunit di esprimere stati d'animo cos diversi. Inoltre,
almeno all'apparenza, vAmianto e fibrav era un pezzo che a mia madre sarebbe dovuto piacere
moltissimo. Eppure c'era qualcosa lo ammetto, nient'altro che l'ombra di un ricordo - che mi impediva
di sentirmi a mio agio con questa scelta.
Se si esclude un autocarro in lontananza, molto pi avanti di noi, la strada era deserta. Osservai
la campagna che scorreva ai nostri lati e mi sforzai di nuovo di far tornare a galla quello sfuggente
frammento di memoria.
- Non ci metteremo molto, signor Ryder, - disse Hoffman al mio fianco. - Sono sicuro che
trover la stanza dell'annesso di suo gradimento.  molto tranquilla, il luogo ideale per esercitarsi un
paio di ore. Presto sar perso nel mondo della sua musica.
Come la invidio! Potr piluccare questa o quell'altra idea musicale. Come se si trovasse in una
magnifica galleria d'arte e per una sorta di miracolo le avessero detto di prendere un cestino della spesa
e di portarsi a casa quello che vuole. Mi perdoni, - Hoffman scoppi a ridere, - mi sono sempre
crogiolato in fantasie del genere. Mia moglie e io che percorriamo insieme una splendida galleria piena
di bellissimi oggetti. Oltre a noi due non c' nessuno. Nemmeno un guardiano. Al braccio ho un cestino
della spesa; ci hanno detto che possiamo prendere quello che vogliamo. Bisogna rispettare qualche
regola, naturalmente.
Per esempio, non possiamo prendere pi di quanto stia nel cestino. E ovviamente non ci sar
consentito di vendere nulla di ci che prenderemo, anche se non ci sogneremmo mai di abusare a quel
modo di una simile opportunit. Eccoci dunque l, mia moglie e io, insieme in questa sala celestiale. La
galleria si trova in una grande villa di campagna che domina vaste distese di terra.
Il balcone ha una vista spettacolare. E grandi statue di leoni a ogni angolo. Mia moglie e io
contempliamo il panorama discutendo quali oggetti prendere. In questa fantasia, non so perch, sta
sempre per scoppiare un temporale. Il cielo  grigio ardesia, eppure le ombre sono nitide come se su di
noi brillasse il pi luminoso dei soli estivi. La terrazza  invasa di edera e altre piante rampicanti. E mia
moglie e io siamo l, soli, con il nostro cestino da supermercato ancora vuoto, e discutiamo che cosa
scegliere -. Hoffman proruppe in un'altra risata. - Mi perdoni, signor Ryder, mi sono lasciato andare.
Ma  questo che immagino debba succedere alle persone geniali come lei quando vengono lasciate un
paio d'ore al pianoforte in un luogo tranquillo.  questo che deve succedere a chi  ispirato.
Vagher tra le sue sublimi idee musicali. Ne esaminer una, scuoter la testa, la rimetter al suo
posto. Per quanto splendida, non  esattamente quella che sta cercando. Ah! Come deve essere bello
trovarsi dentro la sua testa, signor Ryder!
Come vorrei poterla accompagnare nel viaggio che intraprender nell'istante in cui le sue dita si
poseranno sulla tastiera. Ma lei, naturalmente, partir per lidi che mi sono preclusi. Come la invidio,
signor Ryder!
Borbottai qualcosa di vago, poi viaggiammo in silenzio. Dopo un po' Hoffman disse: - Prima
che ci sposassimo, credo che mia moglie se la figurasse cos la nostra vita. Che si aspettasse qualcosa
del genere, signor Ryder. Come se dovessimo entrare a braccetto in un bel museo deserto con il nostro
cestino della spesa. Anche se lei, naturalmente, non avrebbe mai usato termini cos fantasiosi.
Vede, mia moglie discende da una lunga stirpe di grandi geni. Sua madre era una bravissima
pittrice. Suo nonno uno dei massimi poeti di lingua fiamminga del suo tempo. Per qualche inspiegabile
ragione  stato trascurato, ma questo non cambia nulla. E poi ce ne sono altri, in famiglia, tutti grandi
artisti. Essendo cresciuta in un ambiente simile, ha sempre considerato la bellezza e l'ingegno come
qualcosa di scontato. Come poteva essere altrimenti? Le confesso che questo ha generato
incomprensioni, e agli inizi della nostra relazione addirittura un gravissimo malinteso.
Hoffman tacque e fiss la strada che si snodava davanti a noi.
-  stata la musica ad avvicinarci, - disse dopo un po'. - Ci siedevamo nei caff di Herrengasse e
parlavamo di musica. O meglio, ero io che parlavo. Non stavo mai zitto. Ricordo che una volta, mentre
passeggiavo con lei nel Volksgarten, le ho descritto nei minimi particolari, forse per un'ora intera, ci
che sentivo ascoltando Ventilazioni di Mullery. Che vuole, eravamo giovani e avevamo tempo per
queste cose. Gi allora Christine non parlava molto, ma ascoltava quello che avevo da dire io, e mi
accorgevo che ne era profondamente commossa. Oh, s. Tra l'altro, signor Ryder, dico che eravamo
giovani, ma in realt non eravamo pi dei ragazzi. Avevamo tutti e due un'et per cui avremmo gi
potuto essere sposati da un pezzo. Che ne so, forse Christine sentiva che il tempo stringeva. Fatto sta
che abbiamo cominciato a parlare di matrimonio. Ero innamoratissimo di lei, signor Ryder, sin dal
principio sono stato innamoratissimo. Era cos bella. Ancora oggi, se la vedesse, si renderebbe conto di
quanto doveva essere bella da giovane. Ma bella in una maniera un po' speciale. Si capiva subito che
aveva una grande sensibilit per le cose pi raffinate. Non mi vergogno di ammetterlo, signor Ryder,
ero innamoratissimo di lei. Non sa che cosa ho provato quando ha acconsentito a sposarmi. Ho pensato
che la mia vita sarebbe stata felice, una felicit continua e ininterrotta. Ma pochi giorni dopo  successo
qualcosa. Christine  venuta per la prima volta a farmi visita nella mia stanza.
Allora lavoravo all'Hotel Burgenhof e affittavo una camera non lontano dall'albergo, in
Glockenstrasse, sul canale. Non era gran che, ma rispondeva ai miei bisogni. C'erano dei robusti
scaffali per i libri su una parete e uno scrittoio di quercia sotto la finestra. E come le ho detto, la camera
dava sul canale. Era inverno, una magnifica mattina d'inverno piena di sole, e dalla finestra entrava una
bellissima luce. Naturalmente avevo fatto ordine, sistemato tutto per bene. Christine  entrata e si 
guardata intorno. Ha guardato dappertutto. Poi mi ha chiesto con voce pacata: Ma dove la componi la
tua musica? Ricordo il preciso istante in cui l'ha detto, signor Ryder. Me ne ricordo come se fosse
adesso. Quelle parole hanno segnato una svolta nella mia vita. Non esagero. A posteriori, mi accorgo
che la mia vita attuale, per molti versi,  cominciata in quel momento.
Rivedo la luce di quella mattina di gennaio, Christine in piedi accanto alla finestra con una
mano sul tavolo, solo la punta delle dita, come per tenersi in equilibrio. Era cos bella. E dal tono con
cui mi ha fatto quella domanda era ovvio che era davvero meravigliata. Vede, non capiva. Ma dove la
componi la tua musica? Non hai un pianoforte. Non sapevo che cosa rispondere.
Mi sono reso conto all'istante che c'era stato un malinteso, un malinteso crudele, di proporzioni
catastrofiche. Pu biasimarmi se ho avuto la tentazione di salvarmi? Non avrei mai detto una bugia
smaccata. Oh, no, neppure per salvarmi. Ma in quel frangente! Ancora adesso, a ripensarci, mentre
glielo racconto, mi vengono i brividi. Ma dove la componi la tua musica? No, non c' un pianoforte,
- ho detto allegramente. - Non c' niente.
N partiture scritte a mano, n altro. Ho deciso di non comporre pi per due anni. Ecco che
cosa le ho risposto. Sono stato prontissimo, l'ho detto senza la minima ansia o esitazione. Ho persino
stabilito la data in cui progettavo di ricominciare a comporre. Ma per il momento, no, non volevo pi
saperne. Che cos'altro avrei dovuto dirle, signor Ryder? Potevo forse guardare negli occhi quella
donna, quella donna che amavo disperatamente, quella donna che solo pochi giorni prima aveva
acconsentito a sposarmi, e aspettare che il destino si compisse? Potevo forse dirle: Oh, cielo, che
malinteso. Ritienti libera da ogni obbligo nei miei confronti. Ti prego, separiamoci subito...? Certo
che no! Forse lei mi considera disonesto, ma  un giudizio troppo severo. E poi, ci che avevo detto
non era completamente falso.
In quel periodo avevo tutte le intenzioni di mettermi a studiare uno strumento, e non mi sarebbe
spiaciuto nemmeno cimentarmi con la composizione. Vede dunque che la mia non era una bugia
smaccata. Sono stato insincero, questo s, lo ammetto. Ma che altro avrei dovuto fare? Non potevo
lasciarmi sfuggire Christine.
Cos le ho detto che avevo preso la decisione di non comporre pi per due anni solari. Perch
avevo bisogno di sgombrare la testa e acquisire maggiore distacco; qualcosa del genere, ricordo di
avere parlato per un bel po'. E Christine mi ascoltava comprensiva, accettava tutto, annuiva con la sua
bella testa intelligente, mentre io le rifilavo queste stupidaggini. Ma che altro avrei potuto fare? E la sa
una cosa? Da quella mattina Christine non ha pi accennato alla mia attivit di compositore, mai una
volta in tutti questi anni. Tra parentesi, signor Ryder, visto che le leggo la domanda in faccia, glielo
dico subito.
Glielo assicuro: prima di quella mattina, per tutto il tempo del corteggiamento, durante le nostre
passeggiate lungo il canale, o quando ci trovavamo nei caff di Herrengasse, io non ho mai, dico mai,
fatto nulla per indurla a credere che componessi musica. Che io fossi perennemente innamorato della
musica, che la musica fosse l'alimento quotidiano del mio spirito, che ogni mattino al risveglio me la
sentissi nel sangue, questo s, questo glielo avevo lasciato intendere ed era vero. Ma non l'ho mai
ingannata intenzionalmente, signor Ryder. Oh, no, mai.  stato solo un terribile malinteso. Forse
Christine, venendo da una famiglia come la sua, non aveva potuto fare a meno di presumere...
Chiss? Ma le assicuro che prima di quella mattina non avevo mai pronunciato nemmeno una
parola che potesse farle credere una cosa simile. Be', come le dicevo, signor Ryder, Christine non ha
pi accennato alla cosa, non una sola volta. Poco dopo ci siamo sposati e abbiamo comprato un
alloggetto in Piazza Friedrich. Io ho trovato un buon posto all'Ambassadors. Abbiamo cominciato a
vivere insieme e per un po' siamo stati abbastanza felici.
Naturalmente, non ho mai dimenticato il... s, insomma, il malinteso. Ma ero meno preoccupato
di quanto forse si immagina lei. Vede, come le ho gi detto, avevo tutte le intenzioni, al momento
buono, quando si fosse presentata l'opportunit, di studiare uno strumento. Magari il violino. Facevo
molti progetti allora, come tutti noi quando siamo giovani, quando non ci rendiamo ancora conto di
come sia limitato il tempo a nostra disposizione, quando non abbiamo ancora scoperto che intorno a noi
c' un guscio, un guscio cos duro che ... impossibile...
uscire! - Improvvisamente, Hoffman stacc le mani dal volante e le spinse verso l'alto, contro
l'invisibile cupola che lo attorniava. Nel gesto c'era pi stanchezza che rabbia, e un attimo dopo il
direttore dell'albergo lasci ricadere le mani sul volante. Poi riprese a parlare con un sospiro: - No,
allora non le sapevo queste cose. Speravo ancora di poter diventare un giorno la persona che Christine
credeva che fossi. Anzi, ero convinto che ci sarei riuscito proprio grazie alla sua presenza, al suo
influsso. E come le dico, signor Ryder, il primo anno del nostro matrimonio  stato abbastanza felice.
Avevamo comprato quell'appartamento, che sembrava fatto per noi, e in certi giorni pensavo che
Christine si fosse accorta del malinteso e che non ne facesse una malattia. Non so, in quel periodo mi
attraversavano la testa pensieri di ogni genere. Poi, naturalmente, la data che avevo stabilito, la
scadenza dei due anni, quando avrei dovuto ricominciare a comporre,  arrivata ed  passata. Osservavo
Christine attentamente, ma lei non diceva nulla. Era taciturna, questo  vero, ma lo era sempre stata.
Non diceva n faceva nulla di insolito. Ma credo che sia stato allora, verso la fine dei due anni, che la
tensione  entrata nella nostra vita. Era una tensione strisciante, onnipresente. Anche quando
passavamo insieme una serata piacevole, era sempre l. Organizzavo piccole cenette a sorpresa nel suo
ristorante preferito. Oppure arrivavo a casa con un mazzo di fiori o un boccetto di profumo. S, mi
sforzavo diligentemente di rallegrarla. Ma la tensione era sempre l. Per molto tempo sono riuscito a
non badarvi. Mi dicevo che era frutto della mia immaginazione. Probabilmente non volevo ammettere
che ci fosse e che aumentasse di giorno in giorno. Mi sono convinto della sua esistenza solo il giorno in
cui  svanita. S, a un certo punto  svanita, e allora ho capito che c'era stata.  successo un pomeriggio.
Eravamo sposati ormai da tre anni. Sono tornato a casa dal lavoro con un regalino per lei, un libro di
poesie. Sapevo che lo desiderava. Non me l'aveva detto esplicitamente, ma lo avevo intuito. Sono
entrato in casa e l'ho trovata alla finestra, intenta a guardare la piazza. A quell'ora del pomeriggio si
vedeva la gente che usciva dal lavoro. L'alloggio era un po' rumoroso, ma non era male per una coppia
relativamente giovane come noi. Le ho porto il volume.  solo un regalino, ho detto. Christine ha
continuato a guardare dalla finestra. Era inginocchiata sul sof, con i gomiti appoggiati sullo schienale
in modo da cullarsi la testa mentre scrutava fuori. Poi, stancamente, ha tolto il libro dalle mie mani, e
senza dire una parola ha ripreso a osservare la piazza.
Sono rimasto in piedi in mezzo alla stanza, aspettando che dicesse qualcosa, che ringraziasse
per il regalo. Forse non si sentiva bene. Ho aspettato, un po' impensierito, finch Christine si  girata e
mi ha guardato. Non in malo modo, oh no, ma mi ha guardato, ed  stato uno sguardo particolare. Lo
sguardo di chi cerca con gli occhi conferma di ci che sta pensando. Proprio cos. In quel momento ho
capito che Christine aveva finalmente visto dentro di me. E mi sono reso conto della tensione che c'era
stata fra noi. L'avevo aspettato quel momento, l'avevo aspettato sin dal principio. E le sembrer strano,
ma ho provato un immenso sollievo. Finalmente, finalmente, aveva visto dentro di me. Oh, che
sollievo! Ho provato un tale senso di liberazione che ho addirittura esclamato: Ah! e ho sorriso.
Christine mi ha guardato storto, e io mi sono dato subito un contegno. Ho capito immediatamente... oh
s, il senso di liberazione  stato di breve durata... ho capito immediatamente con quali draghi avrei
dovuto combattere da quel momento, e mi sono fatto cautissimo. Mi sono reso conto che avrei dovuto
raddoppiare, triplicare il mio impegno per non perdere Christine. Ma ero ancora convinto che se mi
fossi messo d'impegno, veramente d'impegno, sarei riuscito a conquistarla, anche se ormai aveva
capito. Povero idiota! Ma lo sa che per parecchi anni ho continuato a sperarlo, anzi, ho persino creduto
di riuscirci? Oh, stavo molto attento. Facevo tutto ci che era in mio potere per assecondarla. Non
abbassavo mai la guardia. Sapevo che con il tempo i suoi gusti, le sue preferenze, si sarebbero
sicuramente modificati, quindi osservavo ogni sfumatura, pronto ad anticipare qualsiasi cambiamento.
Oh s, signor Ryder, anche se sono io a dirlo, le assicuro che in quegli anni sono stato un marito
fantastico. Se un compositore che le era piaciuto per anni cominciava a non garbarle, me ne accorgevo
subito, prima ancora che lei stessa diventasse consapevole del cambiamento.  la prima volta che si
parlava di lui, mentre Christine ancora esitava a esprimere i suoi dubbi, io mi affrettavo a dire: Eh, s,
non  pi quello di una volta.
Senti, non vale la pena andare a concerto questa sera. Ti annoieresti. E venivo ricompensato
dall'innegabile espressione di sollievo che compariva sul suo volto. Oh, s, ero attentissimo, e come le
dico, ero convinto di farcela. Mi sono illuso. Ero cos innamorato che mi sono illuso di riconquistarla a
poco a poco. Per qualche anno ho sperato davvero. Poi  cambiato tutto,  cambiato tutto nel giro di
una sera. Ho capito che non c'era niente da fare, che i miei sforzi non avrebbero dato alcun risultato. E
l'ho capito nello spazio di una sera, signor Ryder. Eravamo stati invitati a casa del signor Fisher, che
dopo il concerto di Jan Piotrowski aveva organizzato un piccolo ricevimento in suo onore. Erano le
prime volte che venivamo invitati a questo genere di cose; stavo cominciando a guadagnarmi un certo
rispetto grazie alla mia irrefrenabile passione per l'arte. Be', come le dicevo, ci trovavamo a casa signor
Fisher, nel suo bel salotto. Non eravamo in molti, una quarantina al massimo, una serata tranquilla,
insomma. Non so se conosce Piotrowski. Quella sera si  dimostrato una persona molto gradevole,
estremamente abile nel mettere gli altri a loro agio.
La conversazione scorreva senza intoppi e tutti sembravano felici e contenti. Poi a un certo
punto mi sono avvicinato al buffet; mi stavo servendo, quando mi sono accorto che il signor Piotrowski
era proprio accanto a me. Ero ancora piuttosto giovane, allora; non avevo molta esperienza di celebrit,
e s, le confesso che ero un po' emozionato. Ma il signor Piotrowski mi ha sorriso amabilmente, mi ha
chiesto che cosa ne pensavo della serata, insomma mi ha messo subito a mio agio. Poi ha detto: Poco
fa stavo parlando con sua moglie. Che donna affascinante! Mi ha raccontato del suo grande amore per
Baudelaire. Ho dovuto confessarle di avere solo una conoscenza superficiale delle opere del poeta. E
molto giustamente lei mi ha rimproverato questa deplorevole mancanza. Oh, mi sono sentito
sprofondare dalla vergogna, e ho intenzione di rimediare al pi presto. L'amore di sua moglie per
Baudelaire  assolutamente contagioso! Al che io ho annuito e gli ho risposto: S, certo. Christine ha
sempre amato Baudelaire. E con quanta passione, - ha aggiunto Piotrowski. - Mi ha fatto sprofondare
dalla vergogna. Tutto l, non ci siamo detti altro. Ma vede, signor Ryder, il punto  questo: vio non
sapevo affatto che Christine amasse Baudelaire!v Non l'avevo mai neppure sospettato! Capisce dove
voglio arrivare? vChristine non mi aveva mai rivelato la sua passione per quel poeta!v E quando
Piotrowski mi ha detto questo, si  come accesa una lampadina. All'improvviso ho visto chiaramente
qualcosa che per anni avevo cercato di non vedere. E cio che Christine mi aveva sempre nascosto una
parte di s.
Preservandola, come se il contatto con la mia grossolanit potesse danneggiarla. Come le dico,
signor Ryder, probabilmente lo sospettavo gi. Che Christine mi nascondesse un'intera parte di se
stessa. E chi avrebbe potuto darle torto? Una donna della sua sensibilit, cresciuta in una famiglia come
la sua. Non aveva esitato a parlare a Piotrowski del suo amore per Baudelaire, ma non una volta, in tutti
quegli anni, ne aveva accennato a me. Per parecchi minuti ho vagolato per il salotto senza quasi sapere
che cosa dicevo alla gente, limitandomi ai soliti convenevoli, con il cuore in tumulto. Poi, forse
mezz'ora dopo la conversazione con Piotrowski, mi sono guardato intorno. E dall'altra parte della sala
ho visto mia moglie che rideva felice su un sof, accanto a Piotrowski. Nel suo modo di fare non c'era
nulla di civettuolo, badi bene. Oh, no. Mia moglie ha sempre rispettato meticolosamente le
convenienze. Ma mi sono accorto che rideva con una disinvoltura che non vedevo pi dai tempi delle
nostre passeggiate lungo il canale, prima di sposarci. Prima, cio, che lei capisse. Sul divano, che era
molto largo, c'erano altre due persone, e alcuni invitati si erano seduti per terra per stare vicini a
Piotrowski. Lui aveva appena detto qualcosa a mia moglie, e Christine rideva felice. Ma non  stata
solo quella risata ad aprirmi gli occhi, signor Ryder. Adesso le racconto che cosa  successo dopo,
mentre li osservavo dal lato opposto del salotto. Piotrowski era seduto in punta al divano, con le mani
intorno alle ginocchia, cos! Ebbene, mentre rideva e diceva qualcos'altro a mia moglie, ha cominciato
a raddrizzare il busto, come se volesse appoggiarsi allo schienale. E mentre si inclinava all'indietro, mia
moglie, velocissima, con incredibile destrezza, ha spostato un cuscino dal proprio schienale a quello di
Piotrowski, in modo che quando la sua testa ha toccato il divano, il cuscino era gi l. Un gesto
rapidissimo, elegante, fatto quasi senza pensarci, signor Ryder. E quando l'ho visto, mi si  spezzato il
cuore. Quel gesto era cos pieno di rispetto spontaneo, di sollecitudine, di desiderio di rendere un
piccolo favore. Un'azione da nulla, che mi ha rivelato l'esistenza nel cuore di Christine di un intero
mondo che mi era rigidamente precluso. E in quel preciso istante mi sono reso conto che mi ero
ingannato. Ho capito una cosa di cui, da allora, non ho mai pi dubitato. E cio, signor Ryder, che
Christine, prima o poi, mi avrebbe lasciato. Era solo questione di tempo. Quella sera ne ho avuto la
certezza.
Hoffman tacque e parve sprofondare di nuovo nei suoi pensieri.
Adesso la campagna ai due lati della strada era coltivata; in lontananza si vedevano dei trattori
muoversi lentamente in mezzo ai campi. Dopo un momento dissi: - Mi scusi, ma la sera di cui mi sta
parlando, quando  stata?
- Quando  stata? - Hoffman pareva un po' offeso dalla mia domanda. - Oh... credo che... be', il
concerto di Piotrowski deve risalire a ventidue anni fa.
- Ventidue anni? - dissi. - Mi risulta che per tutto questo tempo sua moglie sia rimasta con lei.
Hoffman si gir verso di me furente. - Che cosa vuole insinuare, signor Ryder? Che non so
come stanno le cose in casa mia? Che non capisco mia moglie? Io mi confido con lei, le racconto i miei
pensieri pi intimi, e lei monta in cattedra come se conoscesse la situazione meglio di me...
- Le chiedo scusa, signor Hoffman, non volevo darle questa impressione. Desideravo solo farle
notare...
- Notare un corno! Lei non sa niente! Di fatto, la mia situazione  disperata. E lo  da un pezzo.
L'ho visto quella sera a casa del signor Fisher, chiaro come il sole, chiaro come in questo momento
vedo la strada davanti ai miei occhi. Ebbene s, non  ancora successo, ma solo... solo grazie ai miei
sforzi. Sissignore, e lei non ha idea degli sforzi che ho fatto!
Forse rider di me. Se so che la causa  persa, perch mi torturo a questo modo? Perch mi
ostino ad aggrapparmi a Christine? Per lei  facile fare queste domande. Ma io l'amo profondamente,
signor Ryder, e oggi pi che mai. Per me sarebbe impensabile, non potrei mai sopportare che se ne
andasse; ogni cosa perderebbe senso. S, lo so che  inutile, che prima o poi mi lascer per qualcuno
come Piotrowski, qualcuno di quella levatura, qualcuno come la persona che pensava che fossi prima di
capire. Ma non si pu schernire un uomo per la sua ostinazione. Ho fatto del mio meglio, signor Ryder,
e l'ho fatto nell'unico modo possibile per uno come me. Ho lavorato sodo, ho organizzato
manifestazioni, ho fatto parte di comitati, e con il passare degli anni sono riuscito a conquistarmi una
certa considerazione nei circoli artistici e musicali di questa citt. E poi, naturalmente, c'era quell'unica
speranza. La sola cosa che forse pu spiegare come sia riuscito a trattenere Christine cos a lungo.
Adesso quella speranza  morta;  morta parecchi anni fa, ma vede, per un bel po' quell'unica, singola
speranza c' stata! Come avr capito, sto parlando di nostro figlio. Ah, se Stephan fosse diverso, se
avesse ricevuto almeno in parte le doti che la famiglia di sua madre possedeva in tale abbondanza! Per
qualche anno abbiamo sperato tutti e due. Anche se con occhi diversi, osservavamo Stephan e
speravamo. L'abbiamo mandato a lezione di pianoforte, l'abbiamo seguito attentamente, abbiamo
sperato l'impossibile.
Tendevamo le orecchie per cogliere una scintilla che non c'era mai, oh, non sa con quanta
attenzione ascoltavamo, ciascuno per i suoi motivi; desideravamo con ogni forza udire qualcosa che
invece non c'era mai...
- Mi scusi, signor Hoffman. Lei sta dicendo questo di Stephan, ma le posso assicurare...
- Per anni mi sono illuso! Mi dicevo, be', forse maturer tardi. Qualcosa c' di sicuro, anche solo
un semino. Oh, mi sono illuso, e credo che si sia illusa anche mia moglie. Abbiamo aspettato, aspettato,
fino a quando, negli ultimi anni, abbiamo capito che era inutile fingere ancora. Ormai Stephan ha
ventitr anni. Non posso pi dirmi che sboccer all'improvviso domani, o magari fra qualche giorno.
Ho dovuto arrendermi alla realt.
Stephan ha preso da me. E ormai so che anche Christine l'ha capito. Naturalmente, essendo sua
madre, lo ama con tutto il cuore. Ma Stephan, invece di diventare il mezzo della mia salvezza, si 
trasformato nell'opposto. Ogni volta che posa gli occhi su di lui, Christine vede l'errore madornale che
ha fatto sposandomi...
- Signor Hoffman, gliel'assicuro, ho avuto il piacere di sentire Stephan suonare, e devo dirle
che...
- L'incarnazione, signor Ryder! Stephan  diventato l'incarnazione del pi grave errore della sua
vita. Oh, se avesse conosciuto la famiglia di mia moglie! Credo che da giovane Christine abbia sempre
presunto. Probabilmente, pensava che un giorno avrebbe avuto dei figli bellissimi e dotati. Sensibili
alla bellezza, come lei. Poi ha fatto quell'errore! Come madre, ama Stephan incondizionatamente,
questo  ovvio. Ma ci non significa che non veda il suo errore ogni volta che posa gli occhi su di lui.
Stephan  cos simile a me, signor Ryder. Ormai non posso pi negarlo.  quasi un uomo...
- Signor Hoffman, Stephan  un giovane molto dotato...
- Non occorre che dica queste cose, signor Ryder! La prego di non offendere la sincerit con cui
le apro il mio cuore con le sue banali espressioni di cortesia! Non sono uno stupido, lo vedo anch'io di
che pasta  fatto Stephan. Per un po' ha rappresentato la mia unica speranza,  vero, ma da quando ho
capito che non c'era niente da fare, e sinceramente credo di averlo capito almeno sei o sette anni fa,
ebbene, da allora ho cercato di aggrapparmi a Christine praticamente giorno per giorno. Mi si pu forse
biasimare? Le dicevo, senti, aspetta almeno la prossima manifestazione che sto organizzando. Aspetta
che sia conclusa, forse dopo mi vedrai sotto una luce diversa. E, passata quella manifestazione, subito
le dicevo, no, aspetta, sto organizzando qualcos'altro, una manifestazione magnifica, ci sto gi
lavorando. Ti prego aspetta ancora quella.  cos che me la sono cavata negli ultimi sei o sette anni,
signor Ryder. E so che questa sera  la mia ultima opportunit. Su questo concerto ho puntato tutto.
Quando ne ho parlato a Christine l'anno scorso, quando le ho esposto per la prima volta il progetto della
serata, descrivendo a grandi linee tutti i particolari, la disposizione dei tavoli, il programma,
accennando persino, se mi permette, al fatto che lei, o qualcun altro di comparabile fama, avrebbe
accettato l'invito e sarebbe stato al centro della serata, s, quando per la prima volta le ho spiegato tutto
ci, quando le ho spiegato che grazie a me, a quella mediocrit cui era incatenata da cos tanto tempo,
s, proprio grazie a me, il signor Brodsky avrebbe conquistato i cuori e la fiducia dei nostri concittadini
e, sull'onda di questa grandiosa serata, avrebbe capovolto la situazione della citt, eh, eh! le assicuro,
signor Ryder, che Christine mi ha guardato come per dire: Ci risiamo. Ma nei suoi occhi ho visto
anche un lampo. Un lampo che significava: Forse ce la farai davvero. Sarebbe gi qualcosa. S, solo
un lampo, ma sono questi lampi che mi hanno dato la forza di continuare per cos tanto tempo. Oh,
eccoci arrivati, signor Ryder.
Ci eravamo fermati in una piazzola di fianco a un campo di erba alta.
- Signor Ryder, - disse Hoffman. - Sono un po' in ritardo. Se non sono troppo scortese, le
chiederei di salire da solo fino all'annesso.
Seguendo il suo sguardo, vidi che il campo si inerpicava su per il fianco di una collina, sulla cui
sommit c'era una piccola capanna di legno. Hoffman frug nel vano portaoggetti e tir fuori una
chiave.
- Trover un lucchetto sulla porta della capanna. L'edificio non  lussuoso, ma l'isolamento 
garantito, proprio come mi ha chiesto. Il pianoforte  un ottimo strumento, simile ai Bechstein prodotti
negli anni Venti.
Guardai di nuovo la cima della collina, poi dissi: - Quella capanna lass?
- Torner a prenderla fra due ore, signor Ryder. Sempre che non desideri una macchina prima.
- Due ore vanno bene.
- Allora mi auguro che trovi tutto di suo gradimento -. Hoffman accenn con la mano in
direzione della capanna, come per indicarmi gentilmente la strada, ma nel suo gesto notai una traccia di
impazienza. Lo ringraziai e scesi dall'automobile.
...
.
...
25.
.
Aprii un cancello sprangato e seguii un sentiero che saliva fino alla piccola capanna di legno. In
principio il prato era stranamente fangoso, ma pi in alto il terreno si rassod. A met cammino, mi
voltai indietro e vidi che la strada faceva una lunga curva attraverso i campi coltivati. Scorsi anche il
tetto di una macchina, molto probabilmente quella di Hoffman, che si perdeva in lontananza.
Quando giunsi alla capanna e girai la chiave nel lucchetto arrugginito della porta ero un po'
senza fiato. Da fuori la capanna era identica a una baracca per gli attrezzi da giardinaggio, ma fui
sorpreso di scoprire che anche all'interno era completamente spoglia. Le pareti e il pavimento erano di
assi grezze, alcune delle quali si erano incurvate. Nelle fessure tra l'una e l'altra vidi strisciare qualche
insetto; dalle travi del soffitto pendevano i resti di vecchie ragnatele. Gran parte dello spazio era
occupato da un pianoforte verticale dall'aspetto un po' sudicio; quando tirai fuori lo sgabello e mi
sedetti, mi accorsi che la mia schiena toccava quasi la parete alle mie spalle.
Quella parete era anche la sola ad avere una finestra; girandomi sullo sgabello e allungando il
collo, vidi che dava sul ripido prato che scendeva gi fino in strada. Il pavimento della capanna era un
po' inclinato, e quando mi voltai di nuovo verso il pianoforte ebbi la sgradevole sensazione di essere sul
punto di scivolare all'indietro lungo il pendio. Tuttavia, quando aprii il coperchio e provai qualche
accordo, scoprii che il pianoforte aveva un ottimo suono. Soprattutto le note basse erano piacevolmente
piene. La meccanica non era troppo leggera, e lo strumento era accordato alla perfezione. Pensai
persino che il legname grezzo della capanna fosse stato accuratamente scelto per offrire il giusto
equilibrio fra assorbimento e riflessione. Se si esclude un lieve cigolio ogni volta che schiacciavo il
pedale di risonanza, non potevo proprio lamentarmi.
Dopo essermi concentrato un breve istante per raccogliere le idee, attaccai il vertiginoso inizio
di vAmianto e fibra.v Poi, mentre il primo movimento si placava entrando nella sua fase pi riflessiva,
cominciai a distendermi, tanto che alla fine mi accorsi di averlo suonato quasi tutto a occhi chiusi.
Al principio del secondo movimento riaprii gli occhi e vidi che il sole del pomeriggio inondava
la finestra alle mie spalle, proiettando nitidamente la mia ombra sulla tastiera. Neppure le difficolt del
secondo movimento, per, riuscirono a infrangere la mia calma. Anzi, mi accorsi di dominare
perfettamente ogni singola dimensione del componimento. Ricordai come mi ero lasciato prendere
dall'ansia nel corso della giornata e mi sentii uno sciocco. Inoltre, ora che mi trovavo nella parte
centrale del pezzo, mi parve inconcepibile che mia madre potesse restare insensibile a quella musica.
Di fatto, non c'era ragione al mondo perch non dovessi guardare con la massima fiducia al concerto di
quella sera.
Fu mentre affrontavo la sublime malinconia del terzo movimento che mi accorsi di un rumore
di sottofondo. Sulle prime pensai che fosse legato al pedale di sordina, poi che dipendesse dal
pavimento. Era un rumore debole, ritmico, che andava e veniva, e per un po' cercai di non farvi caso.
Ma il rumore continuava a ripresentarsi, finch, durante i passaggi in pianissimo a met del movimento,
mi resi conto che qualcuno stava scavando non lontano dalla capanna.
La scoperta che il rumore non dipendeva da me mi permise di ignorarlo pi facilmente;
continuai cos a suonare il terzo movimento, godendomi la naturalezza con cui i nodi di sentimento
salivano languidamente a sciogliersi in superficie. Richiusi gli occhi, e dopo un attimo cominciai a
immaginare il volto dei miei genitori, seduti l'uno accanto all'altro, intenti ad ascoltare con solenne
concentrazione. Stranamente non me li figurai in una sala da concerto, come sapevo che li avrei visti
quella sera, ma nel salotto di una nostra vicina di casa del Worcestershire, una certa signora Clarkson,
una vedova con la quale mia madre aveva intrattenuto per un certo periodo rapporti di amicizia. Forse
era stata l'erba alta fuori della capanna che mi aveva fatto ripensare a lei. La sua casetta, come la nostra,
era circondata da un campicello, e naturalmente, essendo sola, la signora Clarkson non riusciva in alcun
modo a tenere a bada l'erba.
Dentro casa sua, invece, regnava un ordine impeccabile. In un angolo del soggiorno c'era un
pianoforte, che non ricordavo di avere mai visto con il coperchio sollevato. Per quel che ne sapevo, lo
strumento poteva essere scordato o rotto. Mi torn per alla mente una volta in cui, seduto in quella
stanza con la tazza del t sulle ginocchia, avevo ascoltato in silenzio i miei genitori e la signora
Clarkson che chiacchieravano di musica.
Forse mio padre le aveva semplicemente chiesto se non suonasse mai il suo pianoforte, perch
sicuramente la musica non era un argomento di conversazione abituale con la signora Clarkson. In ogni
caso, senza una spiegazione logica, mentre l, in quella capanna di legno, entravo nel cuore del terzo
movimento di vAmianto e fibra,v mi tolsi questa soddisfazione: finsi di essere di nuovo dalla signora
Clarkson, e che mio padre, mia madre e la padrona di casa, con volto serio, mi ascoltassero suonare il
pianoforte nell'angolo del soggiorno, mentre la tendina di pizzo minacciava di sbattere sulla mia faccia
nella brezzolina estiva.
Mentre mi avvicinavo alle battute finali del terzo movimento, il rumore della pala fuori della
capanna si fece di nuovo strada nella mia coscienza. Non avrei saputo dire se fosse cessato per un po' e
ricominciato allora oppure se fosse andato avanti per tutto il tempo, ma ora mi sembrava molto pi
intenso di prima.
All'improvviso capii che a produrre quel rumore non poteva essere che Brodsky, intento a
seppellire il suo cane. Mi ricordai che quella mattina il musicista aveva manifestato pi di una volta la
sua intenzione di seppellire l'animale proprio quel giorno; avevo persino la vaga sensazione di avere
acconsentito a suonare il piano durante la cerimonia funebre.
Cominciai a immaginare almeno in parte ci che doveva essere successo prima del mio arrivo
alla capanna. Presumibilmente, Brodsky era giunto un po' in anticipo e si era appostato subito dietro la
cima della collina, a un tiro di sasso dalla baracca di legno, dove c'era una macchia d'alberi e il terreno
faceva un avvallamento. Era rimasto l in silenzio, dopo avere appoggiato la pala al tronco di un albero;
accanto a lui, quasi interamente nascosto dall'erba, c'era il cadavere del cane avviluppato in un
lenzuolo. Come mi aveva detto quella mattina, aveva in mente una cerimonia semplice, che doveva
essere abbellita solo dal mio accompagnamento al pianoforte; era dunque comprensibile che non avesse
voluto dare il via alle esequie prima del mio arrivo. Cos aveva aspettato, forse un'ora, contemplando il
cielo e il panorama.
Sulle prime, com'era naturale, Brodsky aveva rivisitato i ricordi del suo defunto compagno. Ma
con il passare dei minuti, visto che non comparivo ancora, i suoi pensieri erano andati alla signorina
Collins e al loro prossimo appuntamento al cimitero.
Presto alla sua memoria si era riaffacciato il ricordo di una mattina di primavera di molti anni
prima, in cui lui aveva preso due poltroncine di vimini e le aveva portate fuori nel prato dietro casa.
L'episodio era successo non pi di quindici giorni dopo il loro arrivo in citt. Nonostante fossero al
verde, la signorina Collins si era data da fare con notevole energia per arredare la loro nuova
abitazione. Quella mattina era scesa a colazione e aveva espresso il desiderio di fare un riposino al sole
e all'aria fresca.
Ripensando a quel giorno, Brodsky si era accorto di ricordare vividamente come l'erba fosse
gialla e bagnata e il sole alto nel cielo mentre sistemava le poltroncine l'una accanto all'altra. La
signorina Collins era uscita di casa un momento dopo. Si erano seduti ed erano rimasti insieme per un
po', scambiandosi qualche tranquilla osservazione. Per un attimo, quella mattina, dopo mesi e mesi,
Brodsky aveva avuto la sensazione che il futuro, in fondo, potesse ancora riservare loro qualcosa. Era
stato sul punto di esprimere questo pensiero, ma subito dopo, temendo di risollevare il delicato
argomento dei suoi recenti fiaschi, aveva cambiato idea.
Poi la signorina Collins aveva detto quella cosa a proposito della cucina: visto che lui, sebbene
avesse promesso di farlo da giorni, si ostinava a non portare via i pannelli di truciolato, non c'era
nessuna speranza che la cucina facesse progressi. Dopo qualche istante di silenzio Brodsky aveva
risposto pacatamente che nella rimessa aveva una montagna di cose da fare. Dal momento che non
riuscivano a stare insieme due minuti senza diventare sgradevoli, tanto valeva che si mettesse subito al
lavoro. Poi si era alzato e aveva attraversato il pianterreno per andare nella piccola rimessa davanti a
casa. Nessuno dei due aveva alzato la voce, e l'intero litigio era durato non pi di qualche secondo.
Sulle prime Brodsky aveva dato poca importanza all'episodio e si era concentrato quasi subito
sui suoi progetti di falegnameria.
Un paio di volte, nel corso della mattina, aveva sollevato gli occhi e, attraverso la polverosa
finestra della rimessa, aveva visto la moglie vagolare sfaccendata per il cortile. Aveva continuato a
lavorare, quasi sicuro di vederla comparire sulla soglia, ma ogni volta la signorina Collins tornava in
casa.
Brodsky era rientrato per il pranzo - un po' tardi, effettivamente - e aveva scoperto che la
moglie aveva gi mangiato ed era sparita al piano di sopra. Aveva aspettato per un po', poi, tornato
nella rimessa, aveva continuato a lavorare per tutto il pomeriggio. Al calar delle tenebre aveva visto
accendersi le finestre, e verso mezzanotte era finalmente rincasato.
L'intero pianterreno era immerso nell'oscurit. Brodsky era andato in soggiorno e si era seduto
su una sedia di legno.
Contemplando alla luce della luna i loro mobili sgangherati, aveva pensato alla strana piega
presa dalla giornata. Non ricordava che avessero mai passato un giorno intero trattandosi in quel modo
e, risoluto a chiudere la giornata su una nota migliore, si era alzato in piedi ed era salito su per le scale.
Giunto sul pianerottolo, aveva visto che in camera loro la luce era ancora accesa. Mentre si
avvicinava, il pavimento di legno aveva scricchiolato rumorosamente sotto i suoi piedi, annunciando il
suo arrivo non meno chiaramente che se avesse chiamato la moglie ad alta voce. Davanti alla stanza si
era fermato e, fissando la striscia di luce sotto la porta, aveva cercato di farsi coraggio. Poi, proprio
mentre allungava la mano verso la maniglia, dall'altra parte della porta era giunto un colpo di tosse.
Nient'altro che un colpetto, quasi sicuramente involontario, eppure in quella tossetta c'era qualcosa che
lo aveva bloccato e gli aveva fatto ritrarre la mano. Qualcosa che gli aveva ricordato un lato della
moglie che ultimamente era riuscito a scacciare di mente; un lato del suo carattere che in tempi pi
felici aveva molto ammirato, ma che dopo la dbcle da cui erano appena fuggiti - se ne accorgeva solo
ora - aveva cercato di ignorare con crescente determinazione. In qualche modo, quel colpetto di tosse
era l'epitome del suo perfezionismo, della sua magnanimit, di quella parte di lei che si chiedeva in
continuazione se stesse impiegando le proprie energie nel modo pi utile. All'improvviso Brodsky
aveva provato un'immensa irritazione nei confronti della moglie, per quel colpetto di tosse, per la piega
presa da quella giornata; aveva fatto dietrofront e se ne era andato, incurante che il pavimento di legno
scricchiolasse sotto i suoi piedi. Poi, tornato nell'oscurit screziata del soggiorno, si era sdraiato sul
vecchio divano coprendosi con un soprabito e si era addormentato.
La mattina dopo si era svegliato presto e aveva preparato colazione per tutti e due. La moglie
era scesa alla solita ora, e lo scambio di saluti era avvenuto in maniera non sgarbata.
Brodsky aveva cominciato a esprimere il suo rincrescimento per quel che era successo, ma lei
gli aveva impedito di continuare, dicendo che si erano comportati tutti e due in modo incredibilmente
infantile. Avevano fatto colazione, chiaramente soddisfatti di essersi messi il litigi spalle. Ma per il
resto della giornata, anzi, per parecchi dei giorni seguenti, era rimasta un'ombra di gelo. E mesi pi
tardi, quando i periodi di silenzio tra loro erano diventati sempre pi lunghi e frequenti, Brodsky aveva
incominciato a chiedersi quale fosse la loro origine, e ogni volta i suoi pensieri tornavano a quel giorno
di primavera, a quella mattina nata sotto i migliori auspici, quando si erano seduti a fianco a fianco
sull'erba bagnata.
Mentre Brodsky era perso in questi ricordi, io ero finalmente arrivato nella capanna e mi ero
messo a suonare. Per parecchie battute, Brodsky aveva continuato a fissare il vuoto con aria assente.
Poi, con un sospiro, aveva rivolto di nuovo la mente al compito che lo attendeva e aveva preso la pala.
Ma dopo avere saggiato il terreno con il ferro, si era subito fermato, forse perch lo spirito della musica
non gli sembrava ancora quello giusto. Aveva cominciato a scavare solo quando ero giunto alla lenta
malinconia del terzo movimento. Il terreno era soffice e non gli aveva dato problemi. Poi, senza tante
storie, Brodsky aveva trascinato il cadavere del cane attraverso l'erba alta e l'aveva deposto nella fossa;
non aveva nemmeno avuto la tentazione di sollevare il lenzuolo per dargli m'ultima occhiata.
Aveva gi cominciato a coprirlo di terra con la pala quando qualcosa, forse la tristezza di quella
musica che aleggiava nell'aria giungendo fino a lui, lo aveva costretto a interrompersi. Raddrizzando la
schiena, Brodsky si era concesso qualche tranquillo momento di contemplazione davanti alla tomba
riempita a met. Solo verso la fine aveva ripreso a spalare.
Giunto al termine del terzo movimento, sentii che Brodsky stava ancora lavorando e decisi di
tralasciare il movimento finale, che mi sembrava poco adatto per l'occasione, e di ricominciare da capo
il terzo. Era il minimo che potessi fare, dopo averlo costretto ad aspettare cos a lungo. Il rumore della
pala continu ancora per un po', poi cess di colpo quando mi restava da suonare quasi la met del
movimento. Non era un male, mi dissi, perch Brodsky avrebbe avuto modo di restare ancora per
qualche istante solo con i suoi pensieri davanti alla tomba. Mi accorsi addirittura che, rispetto alla
precedente esecuzione, stavo dando maggior enfasi alle sfumature elegiache del pezzo.
Giunto di nuovo in fondo al movimento, rimasi immobile al pianoforte per parecchi minuti; poi
mi alzai e mi stirai le membra nel poco spazio a disposizione. Il sole pomeridiano inondava la capanna,
e dal prato vicino mi giungeva il rumore dei grilli. Dopo un po' mi venne in mente che forse avrei fatto
bene a uscire per dire qualche parola a Brodsky.
Quando spinsi la porta e guardai fuori, rimasi sorpreso vedendo come il sole si fosse gi
abbassato sulla strada che correva in pianura. Qualche passo nell'erba alta mi riport sul sentiero, e in
breve giunsi sulla sommit della collina. Vidi che dall'altra parte il terreno digradava dolcemente in una
valle deliziosa.
Brodsky era poco pi gi, accanto alla tomba, sotto una macchia di alberi dal tronco sottile.
Mentre scendevo verso di lui, non si gir, ma in tono tranquillo, senza staccare gli occhi dalla
tomba, disse: Grazie, signor Ryder.  stato magnifico. Le sono riconoscente, molto riconoscente.
Mormorai qualcosa e mi fermai nell'erba a rispettosa distanza dal sepolcro. Brodsky tenne
ancora per un po' gli occhi bassi, poi disse: - Era solo un vecchio animale. Ma volevo della musica
sublime.
Le sono molto riconoscente.
- Si figuri, signor Brodsky. Per me  stato un piacere.
Brodsky sospir e finalmente si volt verso di me. - Sa, non riesco a piangere per Bruno. Ci ho
provato, ma non ci riesco. La mia mente  tesa al futuro. E a volte sguazza nel passato. Mi riferisco,
come pu immaginare, alla mia vita coniugale. Ma adesso andiamo, signor Ryder. Lasciamo Bruno
nella sua tomba -.
Brodsky si gir e si avvi lentamente gi per il pendio. -  giunto il momento di andare. Addio,
Bruno, addio. Sei stato un buon amico, ma eri solo un cane. Lasciamolo, signor Ryder. Venga con me.
Lasciamolo nella sua tomba.  stato gentile a suonare per lui. Una musica sublime. Ma adesso non
riesco a piangere. La signorina Collins sta per arrivare. Sar l a momenti. La prego, venga con me.
Guardai di nuovo la valle che si stendeva sotto di noi e solo allora notai che era interamente
coperta di lapidi. Capii che eravamo diretti al cimitero dove Brodsky aveva dato appuntamento alla
signorina Collins. E a conferma di ci, mentre lo raggiungevo e mi mettevo al suo fianco, lo sentii dire:
- La tomba di Per Gustavsson.  l che dobbiamo trovarci. Non c' una ragione precisa. Ma mi ha detto
che la conosce anche lei.
La aspetter l, non m'importa se dovr aspettare.
Per un po' avevamo camminato nell'erba alta, ma ora avevamo trovato un viottolo, e mentre
scendevamo lungo il fianco della collina cominciai a distinguere meglio il cimitero. Era un luogo
tranquillo e appartato. Le lapidi erano disposte in file ordinate sul fondo della valle; alcune risalivano i
pendii erbosi ai due lati. Notai che proprio in quel momento era in corso un funerale; sulla nostra
sinistra, illuminate dal sole, vedevo le figurine nere dei familiari del defunto, una trentina di persone in
tutto.
- Spero proprio che le vada bene, - dissi. - Mi riferisco al suo appuntamento con la signorina
Collins, naturalmente.
Brodsky scosse il capo. - Questa mattina ero su di morale.
Pensavo che sarebbe bastato parlarci per sistemare le cose. Ma adesso non ne sono pi cos
sicuro. Forse quel tizio che c'era questa mattina, sa, quel suo amico, ha ragione. Forse la signorina
Collins non potr mai pi perdonarmi. Forse ho esagerato e non mi perdoner mai pi.
- Sono sicuro che non  il caso di essere cos pessimisti, dissi. - Qualunque cosa sia successa,
ormai appartiene al passato. Se solo riusciste...
- Per tutti questi anni, signor Ryder, - continu Brodsky, non ho mai veramente accettato quello
che avevano detto di me.
Nel mio intimo non ho mai creduto di essere una... una nullit.
Forse razionalmente, s, accettavo il loro giudizio. Ma nel mio cuore, no, non ci ho mai creduto.
Nemmeno un istante, in tutti questi anni. Perch io sentivo la musica, continuavo a sentirla.
Quindi sapevo di valere di pi di quanto dicessero gli altri. E per un po', dopo che ci siamo
trasferiti qui, ne era convinta anche lei, ne sono sicuro. Poi per ha cominciato a dubitare. E chi pu
darle torto? Non ce l'ho con lei perch se ne  andata.
No, nel modo pi assoluto. Ma non le perdono, questo no, di non averne approfittato. S,
avrebbe dovuto sfruttare meglio l'occasione! Io ho fatto in modo che mi odiasse; riesce a immaginare
che cosa mi  costato? Le ho reso la sua libert, e lei? Niente. Non se ne  nemmeno andata da questa
citt, ha sprecato il suo tempo e basta. Con questa gente, queste persone smidollate e inutili con cui
parla tutto il giorno. Ah, se avessi saputo che si sarebbe limitata a questo!  doloroso, signor Ryder,
allontanare da s qualcuno che si ama. Crede forse che l'avrei fatto? Crede che mi sarei trasformato in
una simile bestia se avessi saputo che nella sua vita non avrebbe fatto altro? Ah, la gente smidollata e
infelice con cui parla! Una volta era una donna che si prefiggeva le mete pi alte. Ambiva a grandi
cose. Proprio cos. E guardi come ha sprecato tutto. Non ha nemmeno lasciato la citt. C' da stupirsi se
di tanto in tanto inveivo contro di lei? Se non aveva intenzione di fare altro, perch non me l'ha detto
allora? Crede che sia uno scherzo, uno scherzo da niente, trasformarsi in un accattone ubriaco? La
gente pensa:  sempre sbronzo, che cosa vuoi che gliene importi. Ma non  cos. A volte tutto diventa
chiaro, chiarissimo, e allora... e allora  spaventoso, signor Ryder, se ne rende conto? Quella donna non
ha mai approfittato dell'occasione che le ho dato. Non ha nemmeno lasciato la citt.
Non ha fatto altro che parlare e parlare con questa gente smidollata. Le urlavo dietro. Mi pu
forse dare torto? Se lo meritava. Si meritava ogni cosa che le dicevo, fino all'ultimo lurido insulto,
tutto...
- Signor Brodsky, la prego. Le sembra il modo di prepararsi a un incontro cos importante?
- Pensava forse che ci provassi gusto, quella l? Che lo facessi per divertimento? Nessuno mi
costringeva. Lo vede anche lei, signor Ryder, che quando voglio smettere di bere ci riesco.
E quella l pensa che lo facessi per scherzo?
- Signor Brodsky, non voglio intromettermi. Ma credo che sia venuto il momento di seppellire
questi pensieri per sempre.
Dovete dimenticare ogni dissapore, ogni malinteso. Sforzarvi di sfruttare al massimo ci che
resta della vostra vita. La prego, cerchi di calmarsi. Non le conviene incontrare la signorina Collins in
questo stato d'animo; sono sicuro che pi tardi se ne pentirebbe. Anzi, lasci che le dica che ha fatto
benissimo, finora, a parlarle soprattutto del futuro. La sua idea di prendere un animale mi sembra
ottima. Sono convinto che deve battere su questo tasto, o su cose analoghe. Non serve a niente
rivangare il passato. E poi il futuro si preannuncia sotto i migliori auspici. Per quel che mi riguarda,
questa sera intendo fare il possibile perch lei venga accettato dalla gente di questa citt...
- Oh, s, signor Ryder! - L'umore di Brodsky sembrava improvvisamente cambiato. - S, s, s.
Questa sera... s, questa sera far... far faville!
- Questo  lo spirito giusto, signor Brodsky.
- Questa sera non scender a compromessi, nel modo pi assoluto. S,  vero, mi hanno
braccato, mi sono arreso, siamo scappati via per venire qui. Ma in cuor mio non ho mai veramente
capitolato. Sapevo che non mi era stata data una vera opportunit. E finalmente questa sera... Ho
aspettato per anni questo momento, e non scender a compromessi. L'orchestra non ha nemmeno idea
di come la strapazzer. Signor Ryder, non so come ringraziarla. Lei mi ha dato l'ispirazione. Fino a
questa mattina avevo paura. Paura di questa sera, paura di quello che sarebbe potuto succedere. Ti
conviene essere cauto, pensavo. Hoffman e tutti gli altri mi dicevano: sii prudente, non strafare. Vacci
piano soprattutto all'inizio. Cos mi dicevano. Conquistali poco per volta. Ma questa mattina ho visto la
sua fotografia sul giornale, con il monumento di Sattler. E mi sono detto:  cos che si fa!  cos che si
fa! Vai, vai sino in fondo! Non tenerti dentro nulla! Quegli orchestrali strabilieranno! Strabilieranno
anche gli abitanti di questa citt. S, vai sino in fondo! Cos anche lei aprir gli occhi. E finalmente
vedr chi sei, chi sei sempre stato! Il monumento di Sattler, ecco quello che ci voleva!
Il terreno, ormai, si era fatto pianeggiante, e noi stavamo camminando lungo il viottolo erboso
che tagliava a met il cimitero. Sentendo muovere alle mie spalle, voltai la testa e vidi che uno dei
partecipanti al funerale correva verso di noi facendoci grandi gesti. Quando fu pi vicino, notai che era
un uomo di circa cinquant'anni, scuro di capelli e piuttosto robusto.
- Signor Ryder, che onore, - mi disse ansimando quando mi girai verso di lui. - Sono il fratello
della vedova. Mia sorella sarebbe felicissima se lei si unisse a noi.
Guardando nella direzione che mi stava indicando, vidi che eravamo molto vicini al funerale; la
brezza mi portava addirittura un suono di singhiozzi disperati.
- Da questa parte, la prego, - disse l'uomo.
- Ma non crede che in un momento come questo...
- No, no, la prego. Mia sorella, tutti, ne saremmo onoratissimi. La prego, da questa parte.
Un po' riluttante, lo seguii. Mentre avanzavamo tra le lapidi, il terreno divenne acquitrinoso.
Inizialmente non riuscii a individuare la vedova in mezzo alle schiene curve e scure, ma quando
raggiungemmo il gruppo la vidi in prima fila, china sulla fossa ancora aperta. Il suo dolore sembrava
cos immenso che non mi sarei stupito se si fosse buttata sulla bara. Forse proprio per scongiurare
questa eventualit, un vecchio signore con i capelli bianchi la teneva saldamente per un braccio e una
spalla.
Dietro di loro, la maggior parte dei presenti singhiozzava con afflizione apparentemente
sincera; ci nonostante, i gemiti angosciati della vedova si udivano in maniera chiara e distinta grida
lente e spossate, eppure di una sconvolgente potenza, quali avrebbe potuto lanciare la vittima di una
tortura prolungata.
Quel suono mi mise voglia di scappare, ma il mio accompagnatore stava ormai facendomi
segno di avvicinarmi alla prima fila.
Vedendo che non mi muovevo, mi bisbigli con voce tutt'altro che sommessa: - Signor Ryder,
la prego.
Queste parole ci attirarono qualche occhiata.
- Da questa parte, signor Ryder.
L'uomo robusto mi prese per il braccio e cominci a trascinarmi attraverso la piccola folla. Al
nostro passaggio, parecchie facce si girarono verso di me; udii almeno due voci mormorare: -  il
signor Ryder -. Quando finalmente sbucammo in prima fila, i singhiozzi si erano in gran parte placati.
Sentivo molti occhi puntati sulla mia schiena. Assunsi un atteggiamento compito e silenzioso, pur con
la fastidiosa consapevolezza di indossare una giacca sportiva verde chiaro e di non avere nemmeno la
cravatta.
Come se non bastasse, portavo una camicia con un vivace disegno giallo e arancio. Mi
abbottonai in tutta fretta la giacca, mentre l'uomo robusto cercava di attirare l'attenzione della vedova.
- Eva, - stava dicendo in tono gentile. - Eva.
Il signore dai capelli bianchi si gir a guardarci, ma la vedova non diede segno di avere udito.
Rimase sprofondata nella sua angoscia, lanciando ritmicamente i suoi gemiti sulla tomba.
Il fratello si volt verso di me con evidente imbarazzo.
- La prego, - sussurrai, cominciando a indietreggiare, - le far le mie condoglianze un po' pi
tardi.
- No, no, signor Ryder. Un momento solo -. L'uomo pos una mano sulla spalla della sorella e
ripet, questa volta in tono spazientito: - Eva. Eva.
La vedova si raddrizz e finalmente, dominando i singhiozzi, si gir verso di noi.
- Eva, - disse il fratello. - C' il signor Ryder.
- Il signor Ryder?
- Le mie pi sentite condoglianze, signora, - dissi, chinando il capo solennemente.
La vedova continuava a fissarmi.
- Eva! - sibil il fratello.
La donna sussult, si gir verso il fratello, poi di nuovo verso di me.
- Signor Ryder, - disse, con voce sorprendentemente composta, quale onore. Hermann - fece un
gesto verso la tomba -  un suo grande ammiratore -. Ma all'improvviso fu sopraffatta dai singhiozzi.
- Eva!
- Signora, - mi affrettai a dire, - sono qui solo per porgerle le mie pi sentite condoglianze. Mi
spiace moltissimo. Ma ora la prego, e anche voi, permettetemi di lasciarvi al vostro dolore...
- Signor Ryder, - disse la vedova, e mi accorsi che aveva riacquistato la padronanza di s. -
Questo  un vero onore. Sono sicura che tutti i presenti sono d'accordo con me nell'affermare che ci
sentiamo immensamente, profondamente lusingati.
Alle mie spalle si lev un mormorio d'assenso.
- Signor Ryder, - continu la donna, - come procede il suo soggiorno nella nostra citt?
Qualcosa di bello l'avr trovato anche qui, spero.
- Oh, meglio di cos non potrebbe andare. Sono tutti gentilissimi con me. Una comunit
incantevole. Mi spiace molto per... per la dipartita.
- Le farebbe piacere un po' di merenda? Magari una tazza di t o di caff?
- No, no, davvero, la ringrazio...
- Si fermi almeno a bere qualcosa con noi. Oh, cielo, non c' nessuno che abbia portato del t, o
del caff? Niente? - La vedova scrut attentamente la piccola folla.
- Grazie, gliel'assicuro, non avevo intenzione di interrompervi. Vi prego, continuate quello...
quello che stavate facendo.
Ma dobbiamo assolutamente offrirle qualcosa. Non c' proprio nessuno che abbia un thermos di
caff?
Sentii alle mie spalle molte voci che si consultavano a vicenda; quando mi voltai, parecchie
persone stavano rovistando nelle borse o frugandosi in tasca. L'uomo robusto fece segno a qualcuno in
fondo al gruppo, e un attimo dopo gli venne passato un involto. Mentre lo esaminava, vidi che si
trattava di una fetta di torta avviluppata nel cellofan.
- Non c' niente di meglio? - grid il mio accompagnatore. Che cos' questa roba?
Dietro di me c'era gran fermento. In particolare, una voce arrabbiata stava domandando: - Otto,
dove hai messo quel formaggio? - Alla fine qualcuno porse un pacchetto di mentini all'uomo robusto.
Quest'ultimo lanci uno sguardo furente alla piccola folla, poi si gir e porse la torta e i mentini alla
sorella.
- Grazie, siete molto gentili, - dissi, - ma sono qui solo per...
- Signor Ryder, - esord la vedova, con voce commossa, - a quanto pare non abbiamo altro da
offrirle. Non oso pensare a che cosa avrebbe detto Hermann. Una simile vergogna proprio il giorno del
suo funerale. Ma non c' niente da fare, posso solo chiederle scusa. Guardi, questo  tutto, tutto ci che
abbiamo da offrirle in segno di ospitalit.
Le voci alle mie spalle, che avevano taciuto non appena la vedova aveva cominciato a parlare,
esplosero in una babele di litigi. Udii qualcuno gridare: - Non  vero! Non ho detto niente del genere!
Poi il signore dai capelli bianchi che in precedenza aveva sorretto la vedova sull'orlo della
tomba fece un passo avanti e mi rivolse un inchino.
- Signor Ryder, - disse, - ci perdoni per la misera accoglienza con cui ricambiamo questo grande
onore. Come vede ci trova deprecabilmente impreparati. Le posso per assicurare che tutti, qui, le
siamo profondamente grati. La prego, accetti lo spuntino, per quanto inadeguato.
- Signor Ryder, venga qui, si sieda per piacere -. La vedova stava passando un fazzoletto sulla
liscia superficie di una tomba di marmo accanto a quella del marito. - La prego.
Capii che ormai una ritirata era fuori discussione. Mi avvicinai con aria contrita alla tomba che
la vedova aveva pulito per me e dissi: - Siete tutti cos gentili.
Non appena mi fui seduto sulla pallida lastra di marmo, ebbi l'impressione che tutti i conoscenti
del defunto avanzassero di un passo facendo cerchio intorno a me.
- La prego, - disse di nuovo la vedova. Era in piedi accanto a me e stava strappando il cellofan
che avviluppava la torta.
Quando finalmente riusc ad aprire l'involto, me lo porse. La ringraziai e cominciai a mangiare.
La torta era alla frutta, e dovetti mettere ogni cura per evitare che mi si sbriciolasse fra le mani. Inoltre,
la fetta era assai generosa, non una cosetta da divorare in due bocconi. Mentre mangiavo, ebbi la
sensazione che il cerchio di persone intorno a me continuasse a stringersi, ma quando alzai gli occhi
vidi tutti immobili, con gli occhi rispettosamente bassi. Per un po' regn il silenzio, poi l'uomo robusto
toss e disse: - Bella giornata.
- S, molto bella, - risposi, anche se avevo la bocca piena. Davvero molto bella.
Il vecchio signore dai capelli bianchi fece un passo avanti e disse: - Nei dintorni della nostra
citt ci sono delle magnifiche passeggiate, signor Ryder. Splendide passeggiate agresti a pochi minuti
dal centro. Se le avanza un'ora, sarei felicissimo di fargliene conoscere una.
- Signor Ryder, gradisce un mentino?
La vedova mi teneva il pacchetto aperto sotto il naso. La ringraziai e mi misi in bocca una
caramella alla menta, pur sapendo che il suo sapore avrebbe fatto a pugni con la torta.
- Quanto alla citt, - stava dicendo il signore dai capelli bianchi, - per poco che le interessi
l'architettura medievale, ci sono case che troverebbe immensamente affascinanti. Soprattutto nella citt
vecchia. Sar felicissimo di farle da guida.
- Grazie, - dissi, - davvero gentile.
Continuai a mangiare, ansioso di finire la torta il pi in fretta possibile. Vi fu un altro silenzio,
poi la vedova sospir e disse: -  venuto bello.
- S, - dissi, - da quando sono qui il tempo  splendido.
La mia affermazione fu accolta da un mormorio di approvazione; qualcuno rise persino
educatamente, come se avessi fatto una battuta. Mi ficcai ci che restava della torta in bocca e mi
spazzolai le mani per togliere le briciole.
- Sentite, - dissi, - siete molto gentili. Ma ora, vi prego, continuate la cerimonia.
- Un altro mentino, signor Ryder. Non abbiamo altro da offrirle -. La vedova mi cacci di nuovo
il pacchetto sotto il naso.
In quel preciso istante mi accorsi che la vedova provava nei miei confronti un odio viscerale.
Anzi, mi resi conto che, per quanto si comportassero con educazione, quasi tutti i presenti compreso
l'uomo robusto - erano profondamente infastiditi dalla mia presenza. Fatto curioso, proprio mentre
questo pensiero mi attraversava la testa, una voce dal fondo, non molto forte ma chiarissima, disse: -
Che cos'ha quel tizio di tanto speciale? Siamo qui per Hermann.
Vi fu un brusio imbarazzato, e almeno due persone bisbigliarono in tono incredulo: - Chi ha
parlato? - Il signore dai capelli bianchi toss, poi disse: - Ci sono delle passeggiate molto belle anche
lungo i canali.
- Me lo dite che cos'ha di cos speciale? Come si permette di interromperci!
- Chiudi il becco, idiota! - ribatt qualcuno. - Vuoi disonorarci tutti? Ti sembra questo il
momento?
Parecchi dei presenti ringhiarono a sostegno di quest'ultimo intervento, ma gi una seconda
voce aveva cominciato a inveire in maniera aggressiva.
- Signor Ryder, la prego -. La vedova mi stava di nuovo porgendo i mentini.
- No, grazie...
- La prego. Ne prenda un altro.
In fondo alla piccola folla scoppi un furioso litigio, che coinvolse quattro o cinque persone.
Una voce stava gridando: - Ci porter alla rovina. Con il monumento di Sattler ha superato tutti i limiti!
Poi un numero crescente di persone si mise a strepitare, e intuii che stava per esplodere una
baruffa generale.
- Signor Ryder, - disse l'uomo robusto chinandosi verso di me, - la prego di ignorarli. Hanno
sempre disonorato la famiglia.
Sempre. Ci vergogniamo di loro. Oh, s, ci vergogniamo. La prego di non accrescere la nostra
vergogna ascoltandoli.
- Ma forse... - Feci per alzarmi, ma mi sentii ricacciare gi.
Vidi allora che la vedova mi aveva afferrato per una spalla. - Si rilassi, signor Ryder, - mi disse
recisamente. - E finisca il suo spuntino, per piacere.
Gli alterchi, ormai, infuriavano ovunque, ed ebbi l'impressione che verso il fondo qualcuno
fosse gi passato agli spintoni. La vedova continuava a trattenermi per la spalla, fissando la folla con
aria di sfida.
- Me ne infischio, me ne infischio, - stava strillando una voce. - Stiamo meglio cos come
siamo!
Vi furono altri spintoni, poi un giovane corpulento si fece largo a gomitate e sbuc dalla calca.
Aveva la faccia tonda ed era chiaramente accalorato. Mi guard torvamente, poi grid: - Per lei  facile
venire qui. Piantarsi davanti al monumento di Sattler! Sorridere a quel modo! Intanto poi se ne va. Ma
per chi deve continuare a vivere qui non  cos semplice. Il monumento di Sattler!
Il giovanotto dalla faccia tonda non sembrava il tipo di persona abituata a fare simili sparate;
non c'era dubbio che i suoi sentimenti fossero sinceri. Fui preso un po' alla sprovvista, e per un
momento non seppi che cosa rispondere. Poi, mentre il giovane dalla faccia tonda attaccava con un'altra
raffica di accuse, sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Mi venne il dubbio che il giorno prima,
quando avevo deciso di farmi fotografare davanti al monumento di Sattler, avessi, per qualche
inesplicabile ragione, compiuto un errore di calcolo. Sul momento, questo  certo, mi era sembrato il
modo pi efficace per inviare un segnale adeguato agli abitanti della citt.
Naturalmente, ero pi che consapevole dei pro e dei contro ricordavo che la mattina, a
colazione, li avevo soppesati con cura - ma ora vedevo che la faccenda del monumento di Sattler
rischiava di essere pi complessa di quanto avessi immaginato.
Incoraggiati dal giovane dalla faccia tonda, anche altri avevano cominciato a urlare alla mia
volta. I vicini cercavano di trattenerli, ma non con la sollecitudine che sarebbe stato lecito aspettarsi.
Poi, in mezzo a tutte quelle grida, udii una nuova voce, che mi parlava gentilmente da un punto alle mie
spalle. Era una voce maschile, colta e calma, che mi parve vagamente familiare.
- Signor Ryder, - diceva. - Signor Ryder. Il palazzo dei concerti. Che cosa fa ancora qui? La
stanno aspettando. Davvero, deve concedersi tutto il tempo per ispezionare i servizi e le condizioni...
La voce fu sommersa dal nuovo, chiassoso battibecco che era esploso davanti a me. Il giovane
dalla faccia tonda mi punt addosso un dito e cominci a ripetere qualcosa pi e pi volte.
Poi, quasi all'improvviso, sulla piccola folla scese il silenzio.
Sulle prime pensai che familiari e conoscenti del defunto si fossero finalmente calmati e
aspettassero che prendessi la parola. Poi per notai che il giovane dalla faccia tonda - anzi, tutti -
stavano fissando un punto sopra la mia testa. Pass qualche secondo prima che mi venisse in mente di
girarmi, e quando lo feci vidi che Brodsky era salito in piedi sulla tomba e mi sovrastava.
Sar stato perch lo guardavo da sotto in su - Brodsky era leggermente chino in avanti, per cui
vedevo gran parte della sua gola stagliarsi contro il vasto sfondo del cielo - ma il suo aspetto aveva
qualcosa di straordinariamente imperioso. Sembrava incombere su di noi come una statua immensa,
con le mani aperte sospese nell'aria. Scrutava la piccola folla pi o meno come immaginavo che
avrebbe fatto con un'orchestra negli ultimi secondi prima di cominciare a dirigerla. Il suo atteggiamento
lasciava supporre una strana autorit sui sentimenti che un attimo prima si erano scatenati di fronte a
lui, come se avesse il potere di accenderli e spegnerli a suo piacimento. Il silenzio continu ancora per
qualche istante. Poi una voce isolata url: - E tu che cosa vuoi? Vecchio ubriacone!
Forse la persona sperava che il suo grido provocasse un'altra esplosione di invettive. Invece
nessuno parve udirlo.
- Vecchio ubriacone! - riprov la stessa persona, ma gi la convinzione stava svaporando dalla
sua voce.
Poi torn il silenzio, e tutti puntarono gli occhi su Brodsky.
Dopo un istante che parve un'eternit, Brodsky disse: - Se  cos che volete chiamarmi, fate
pure. Vedremo. Vedremo chi sono davvero. Nei giorni, nelle settimane, nei mesi che verranno.
Vedremo davvero se sono solo un vecchio ubriacone.
Aveva parlato senza fretta, con una tranquillit che aveva lasciato intatta l'impressione iniziale.
La piccola folla continu a fissarlo, apparentemente stregata. Poi Brodsky disse in tono affettuoso: -
Qualcuno che amavate  morto. Questo  un momento prezioso.
Sentii i lembi del suo impermeabile sfiorarmi la nuca e mi accorsi che si era chinato per tendere
una mano verso la vedova.
- Questi istanti sono preziosi. Venga. Accarezzi ora la sua ferita. Se la porter dentro per il resto
dei suoi giorni. Ma la accarezzi ora, mentre  aperta e sanguinante. Venga.
Brodsky scese dalla tomba, con la mano ancora protesa verso la vedova, che gliela prese con
aria sognante. Poi Brodsky le mise l'altra mano sulla schiena e cominci a sospingerla gentilmente
verso l'orlo della fossa.
- Venga, - lo sentivo dire sottovoce. - Adesso venga.
Avanzarono lentamente sul tappeto di foglie secche, finch la vedova fu di nuovo accanto alla
tomba. Poi, mentre la donna, abbassati gli occhi sulla bara, ricominciava a singhiozzare, Brodsky si
ritir con discrezione, indietreggiando di un passo.
Ormai anche molti dei presenti stavano di nuovo piangendo, e capii che presto ogni cosa
sarebbe tornata come prima del mio arrivo. Ad ogni modo, visto che in quel momento nessuno pi
badava a me, ne approfittai per tagliare la corda.
Mi alzai piano piano, ed ero gi riuscito ad allontanarmi di parecchie tombe quando sentii che
qualcuno mi stava seguendo da vicino. Una voce disse: - Davvero, signor Ryder,  ora che si rechi al
palazzo dei concerti. Non si sa mai. Potrebbe essere necessaria qualche modifica.
Girandomi, riconobbi Pedersen, l'anziano consigliere che avevo incontrato al cinema la prima
sera. Capii che la voce sommessa che avevo udito poc'anzi alle mie spalle era la sua.
- Oh, signor Pedersen, - dissi, mentre il consigliere mi raggiungeva. - Grazie per avermi
ricordato il palazzo dei concerti. Le confesso che quando laggi gli animi si sono riscaldati ho perso la
nozione del tempo.
- S,  successo anche a me, - disse Pedersen lasciandosi sfuggire una risatina. - Anch'io ho una
riunione. Non certo cos importante, ma pur sempre legata alla manifestazione di questa sera.
Raggiungemmo il viottolo erboso che correva in mezzo al cimitero e ci fermammo.
- Forse pu aiutarmi, signor Pedersen, - dissi, guardandomi intorno. - Ho chiesto una macchina
per farmi portare al palazzo dei concerti. Dovrebbe essere gi arrivata, ma non so come tornare sulla
strada.
- Sar lieto di mostrarglielo, signor Ryder. La prego di seguirmi.
Riprendemmo a camminare, allontanandoci dalla collina da cui ero sceso in compagnia di
Brodsky. Il sole stava tramontando sul lato opposto della valle, e le ombre delle lapidi si erano
notevolmente allungate. Almeno due volte, mentre camminavamo, ebbi l'impressione che Pedersen
fosse sul punto di parlare e poi cambiasse idea. Alla fine, in modo molto schietto, gli dissi: - Poco fa
c'erano delle persone che sembravano davvero molto turbate per le fotografie che sono comparse sul
giornale.
- Vede, signor Ryder, - disse Pedersen con un sospiro, - quello  il monumento di Sattler. E
Max Sattler continua a suscitare intense emozioni nella gente.
- Immagino che anche lei abbia una sua opinione. Mi riferisco alle foto davanti al monumento
di Sattler.
Pedersen sorrise imbarazzato e schiv il mio sguardo. - Come spiegarle? - disse alla fine. - Per
chi viene da fuori  cos difficile capire. Anche per un esperto del suo calibro. Non  affatto chiaro
perch Max Sattler... o meglio, quell'episodio della nostra storia cittadina... abbia assunto una tale
importanza per noi. Sulla carta, tutto si riduce a ben poco. E per di pi  successo quasi un secolo fa.
Ma vede, signor Ryder, come senza dubbio si sar accorto, Sattler ha un'enorme presa
sull'immaginazione degli abitanti di questa citt. Il suo personaggio, se vuole,  diventato mitico.
Qualche volta  temuto, qualche volta aborrito. E in altri momenti la sua memoria  venerata. Come
posso spiegarglielo? Prover con un esempio. C' un tale che conosco, un buon amico.  avanti negli
anni, ormai, ma non si pu dire che abbia avuto una brutta vita. Gode di molto rispetto e svolge ancora
una funzione attiva negli affari civici.
No, tutt'altro che una brutta vita. Ma questo tale, di tanto in tanto, si volta a guardarla e si chiede
se per caso non si sia lasciato sfuggire certe opportunit. Si chiede come sarebbero andate le cose se
fosse stato... be', un po' meno timoroso. Un po' meno timoroso e un po' pi appassionato.
Pedersen proruppe in una breve risata. Il viottolo aveva fatto una lunga curva, e davanti a noi
vidi il cancello di ferro nero del cimitero.
- Sa com', magari comincia a rimuginare, - prosegu Pedersen.
- Rivive certi momenti cruciali della sua giovinezza, quando ancora non si era cementato nelle
sue abitudini. Per esempio, pu capitargli di ricordare quella volta in cui una donna aveva cercato di
sedurlo. Naturalmente lui non gliel'aveva permesso; era una persona troppo per bene. O forse un
codardo. O forse troppo giovane. Chi pu sapere? E lui si chiede che cosa sarebbe successo se si fosse
comportato diversamente, se avesse avuto un po' pi di fiducia nel... nell'amore e nella passione. Sa
com', signor Ryder. I vecchi talvolta si mettono a sognare, chiedendosi che cosa sarebbe successo se
in certi momenti chiave della loro vita avessero imboccato un'altra strada. Ebbene, lo stesso pu
capitare a una citt, a una comunit. Di tanto in tanto la gente si volta indietro a guardare la propria
storia e si chiede: Cosa sarebbe successo se...? Come saremmo oggi se avessimo...? Ah, signor
Ryder, se avessimo che cosa? Permesso a Max Sattler di portarci dove voleva lui? Saremmo forse
diversi, oggi? Una citt come Anversa? Come Stoccarda? Sinceramente credo di no, signor Ryder.
Vede, certe caratteristiche di questa citt sono profondamente radicate. Non cambieranno n in cinque,
n in sei, n in sette generazioni. Sattler, dal punto di vista pratico,  stato irrilevante. Nient'altro che un
uomo che coltivava sogni folli. Non sarebbe mai riuscito a cambiare nulla in maniera sostanziale.
Esattamente come questo mio amico.  fatto cos com'. Nessuna esperienza, per quanto cruciale,
avrebbe potuto cambiarlo. Eccoci, signor Ryder. Scendendo quegli scalini, arriver sulla strada.
Eravamo passati attraverso gli alti cancelli di ferro del cimitero e ci trovavamo in un grande
giardino all'inglese molto ben tenuto. Pedersen stava indicando una siepe alla mia sinistra, dietro la
quale vedevo alcuni gradini di pietra che sparivano verso il basso compiendo una curva. Esitai un
momento, poi dissi: - Signor Pedersen, lei  troppo educato. Le assicuro che, quando mi viene il
sospetto di avere compiuto un errore di valutazione, non sono il tipo che scappa a nascondersi. Tra
l'altro, una persona nella mia posizione deve imparare ad accettare queste cose. Vede, nel corso delle
mie giornate sono costretto a prendere molte decisioni importanti, e la verit  che non posso fare altro
che soppesare come meglio posso le informazioni di cui dispongo in quel momento e tirare dritto per la
mia strada. E inevitabilmente a volte, s, mi rendo colpevole di un errore di calcolo. Come potrebbe
essere altrimenti?  una cosa che ho imparato ad accettare da molto tempo. E come vede, quando
succede, la mia unica preoccupazione  di trovare il modo di rimediare quanto prima allo sbaglio. La
prego quindi di sentirsi libero di parlare con franchezza. Se a suo avviso ho sbagliato a posare davanti
al monumento di Sattler, allora la prego di dirmelo.
Pedersen sembrava a disagio. Si volt a guardare un mausoleo in lontananza, poi disse: - Be',
signor Ryder,  solo la mia opinione.
- Sono ansioso di ascoltarla, signor Pedersen.
- Visto che me lo chiede, s, signor Ryder. Se devo essere sincero, questa mattina sono rimasto
molto deluso quando ho visto il giornale. Come le ho appena spiegato, credo che non sia nell'indole di
questa citt abbracciare le idee estreme di Sattler. Se certa gente ne  ancora affascinata,  proprio
perch Sattler  un personaggio cos remoto, un pezzo di mitologia locale. Lo riproponga come
qualcosa di serio, signor Ryder, e la gente cadr in preda al panico. Far un balzo indietro. Si
aggrapper di colpo alle cose note, a costo di dimenticare l'infelicit che queste ultime le hanno gi
causato.
Ha chiesto la mia opinione, signor Ryder. Io penso che l'avere tirato in ballo Max Sattler abbia
gravemente compromesso le possibilit di un miglioramento. Ma naturalmente, c' ancora il concerto.
In fin dei conti, tutto dipender da ci che succede questa sera. Da quello che dir lei. E da quello che
ci far vedere il signor Brodsky. E come mi ha fatto notare, nessuno pi di lei  in grado di ricuperare il
terreno perduto -. Per un attimo Pedersen parve riflettere su qualcosa in silenzio. Poi scosse la testa
gravemente. - Signor Ryder, adesso la cosa migliore che pu fare  andare al palazzo dei concerti. Guai
se questa sera le cose non vanno secondo i piani.
- S, s, ha perfettamente ragione, - dissi. - Sono sicuro che la macchina mi star gi aspettando
per portarmi l. Signor Pedersen, grazie per la sua franchezza.
...
.
...
26.
.
I gradini scendevano ripidi tra alte siepi e arbusti. Presto mi ritrovai sul ciglio della strada, e il
mio sguardo fu attratto dal sole che tramontava oltre i campi del lato opposto. La scalinata mi aveva
portato in un punto in cui la strada curvava bruscamente, ma mi bast seguirla per un breve tratto
perch il panorama si aprisse. Pi avanti vidi la collina su cui ero salito quel pomeriggio - il contorno
della capanna si stagliava contro il cielo - e ai suoi piedi l'automobile di Hoffman, che aspettava nella
piazzola dove il direttore dell'albergo mi aveva fatto scendere.
Mi incamminai verso la macchina, ripensando al dialogo con Pedersen. Ricordai che quando lo
avevo conosciuto al cinema la stima nei miei confronti era evidente in ogni suo gesto e parola.
Ora, nonostante le buone maniere, era chiaro che Pedersen era molto deluso. Questo pensiero,
stranamente, mi disturb; mentre percorrevo il ciglio della strada contemplando il tramonto, cominciai
a sentirmi sempre pi contrariato per non avere usato maggiore prudenza nella questione del
monumento di Sattler.
Certo, come avevo fatto notare a Pedersen, avevo preso la decisione che in quel momento mi
era sembrata pi saggia.
Tuttavia, non riuscivo a scacciare la fastidiosa sensazione che a quel punto, pur tenendo conto
delle limitazioni di tempo e delle enormi pressioni che interferivano con il mio lavoro, avrei dovuto
disporre di informazioni migliori. Ancora adesso, alle soglie della serata, certi aspetti dei problemi
locali mi erano tutt'altro che chiari. Giunsi alla conclusione che avevo fatto un grave errore, quel
pomeriggio, a non andare alla riunione del Gruppo di Mutuo Soccorso dei Cittadini... e per di pi per
un'esercitazione al pianoforte che si era rivelata del tutto inutile.
Arrivai alla macchina di Hoffman stanco e scoraggiato. Il direttore dell'albergo, seduto al
volante, scriveva con impegno su un taccuino; non si accorse di me finch non aprii la porta sul lato del
passeggero.
- Oh, signor Ryder, - esclam allora, riponendo in fretta e furia il libricino. - Spero che la sua
prova sia andata bene.
- Oh, s.
- E la sistemazione? - Hoffman accese subito il motore. - Era di suo gradimento?
- Ottima, signor Hoffman, grazie. Ma ora devo recarmi al pi presto al palazzo dei concerti.
Non si sa mai. Potrebbe essere necessaria qualche modifica.
- Naturalmente. Guarda caso anch'io devo correre al palazzo dei concerti -. Hoffman diede
un'occhiata all'orologio. - Devo controllare i preparativi per il banchetto. Sono lieto di dirle che un'ora
fa, quando sono passato di l, tutto procedeva per il meglio. Anche se so che basta un niente per
mandare tutto a carte quarantotto.
Hoffman riport la macchina sulla carreggiata, e per qualche minuto viaggiammo in silenzio.
La strada, anche se il traffico era un po' pi intenso che all'andata, era tutt'altro che ingombra, e presto
il direttore dell'albergo si mise ad andare forte. Io guardai la campagna che scorreva fuori del finestrino
e cercai di rilassarmi, ma la mia mente continuava a tornare alla serata ormai imminente. Poi sentii
Hoffman dire: - Signor Ryder, spero che non le spiaccia se gliene parlo.  una cosa da niente. Senza
dubbio se ne  dimenticato -. Il direttore dell'albergo proruppe in una breve risata e scosse la testa.
- Di che si tratta, signor Hoffman?
- Mi riferivo agli album di mia moglie. Forse si ricorda che gliene ho parlato quando ci siamo
incontrati la prima volta. Mia moglie  una sua devota ammiratrice da cos tanti anni...
- S, naturalmente, me ne ricordo benissimo. Sua moglie ha preparato degli album di ritagli di
giornale sulla mia carriera.
S, s, non me ne sono dimenticato. Anzi, nonostante l'accavallarsi degli impegni, avevo una
gran voglia di vederli.
- Mia moglie se ne  occupata con enorme devozione, signor Ryder. Per anni e anni. Ha mosso
mari e monti per procurarsi certi numeri arretrati di riviste o giornali che contenevano importanti
articoli su di lei. Le assicuro che per me  stato meraviglioso essere testimone di tanta dedizione. Non
sa come sarebbe importante per lei...
- Signor Hoffman, ho tutte le intenzioni di esaminare al pi presto quegli album. Come le ho
detto, ne ho proprio voglia. Ma in questo momento gradirei approfittare dell'occasione per discutere...
be', diciamo alcuni aspetti di questa sera.
- Come desidera, signor Ryder. Ma le garantisco che tutto  sotto controllo. Non ha motivo di
preoccuparsi.
- S, s, ne sono sicuro. Ma visto che ormai manca poco al concerto, mi sembra pi che
ragionevole fare un attimo mente locale. Per esempio, signor Hoffman, c' il problema dei miei
genitori. Anche se ho fiducia nella gente di questa citt e so che verranno trattati bene, resta il fatto che
tutti e due sono cagionevoli di salute, dunque le sarei molto grato se...
- Ma certamente, capisco benissimo. Anzi, se mi permette, trovo commovente che dimostri
tanta premura nei confronti dei suoi genitori. Sono lieto di dirle che sono state prese tutte le misure
necessarie per farli sentire a loro agio in ogni istante.
Un gruppo di simpatiche e capaci signore  stato incaricato di badare a loro per l'intera durata
del soggiorno. E per il concerto di questa sera abbiamo preparato per i suoi genitori una cosa un po'
speciale, un piccolo ghiribizzo che mi auguro possa essere di suo gradimento. Come senza dubbio
sapr, qui da noi c'era una ditta di carrozzai, i F'lli Seeler, che per due secoli ha goduto di grande
rinomanza. Un tempo riforniva numerosi illustri clienti, persino in luoghi lontani come la Francia e
l'Inghilterra. In citt ci sono ancora alcune splendide testimonianze dell'arte dei F'lli Seeler, e ho
pensato che ai suoi genitori non sarebbe spiaciuto arrivare al palazzo dei concerti su una carrozza di
grande distinzione, per la quale abbiamo gi pronta una coppia di purosangue magnificamente bardati.
Riesce a immaginarsi la scena, signor Ryder? A quell'ora della sera la radura di fronte al palazzo dei
concerti sar inondata di luci, e tutti i cittadini pi in vista staranno radunandosi proprio l, ridendo e
salutandosi a vicenda, elegantissimi. Ci sar grande eccitazione. Le macchine, naturalmente, non
possono arrivare nella radura, e la gente sbucher a piedi dal bosco. E quando davanti al palazzo si sar
raccolta una bella folla... si figura lo spettacolo, signor Ryder?... dall'oscurit del bosco giunger lo
scalpitare dei cavalli che si avvicinano. Dame e cavalieri smetteranno di parlare e gireranno la testa. Il
rumore di zoccoli crescer d'intensit, risuonando sempre pi vicino all'alone di luce.
Finch l'equipaggio comparir all'improvviso: una coppia di magnifici cavalli, il cocchiere in
marsina e cilindro, la luccicante carrozza dei F'lli Seeler, e dentro i suoi incantevoli genitori! Si
immagina l'eccitazione, la trepidazione della folla in quel momento? Naturalmente, ai suoi genitori non
verr chiesto di compiere un lungo tragitto in carrozza. Solo il viale che attraversa il bosco. E le posso
assicurare che la vettura  un capolavoro di sontuosit. La troveranno accogliente e comoda come una
qualsiasi limousine. Naturalmente, sar inevitabile un lieve dondolio, che tuttavia, in una carrozza di
prim'ordine, diventa sicuramente una caratteristica gradevole. Spero che riesca a figurarsi lo spettacolo,
signor Ryder. Confesso che in origine avevo concepito l'intera messa in scena per il suo arrivo; poi mi
sono reso conto che a quel punto della serata lei avrebbe preferito starsene ben acquattato dietro le
quinte. Tra l'altro, non avrei mai voluto diluire l'efficacia della sua apparizione sul palcoscenico. Ma
quando abbiamo ricevuto la bella notizia che anche i suoi genitori avrebbero onorato la nostra citt, ho
subito pensato: Ah, questa  la soluzione ideale! Sissignore, l'arrivo dei suoi genitori predisporr gli
animi nel modo migliore. Naturalmente, non pretendiamo che dopo essere scesi dalla carrozza i suoi
genitori restino l fuori. Verranno immediatamente accompagnati in sala, dove li attendono le loro
poltrone speciali, e questo sar per tutti il segnale che  giunto il momento di cominciare a prendere
posto. Poco dopo, avr inizio la parte ufficiale della serata. Attaccheremo con una breve esecuzione al
pianoforte di mio figlio Stephan. Ah ah!
Ammetto che questa  stata una piccola debolezza da parte mia. Ma Stephan ardeva dal
desiderio di fare un'apparizione in pubblico, e in quel momento, forse scioccamente, credevo che... Be',
ormai  inutile tornare su questo punto. Stephan suoner un pezzo leggero al pianoforte, solo per creare
una certa atmosfera.
Durante questa parte le luci resteranno accese, per dar modo alla gente di trovare il suo posto, di
salutarsi, di chiacchierare nei corridoi e cos via. Poi, quando tutti saranno seduti, le luci si
abbasseranno. Seguir qualche parola ufficiale di benvenuto. Poi, a poco a poco, gli orchestrali
entreranno, prenderanno posto, accorderanno gli strumenti. E dopo una pausa comparir il signor
Brodsky, che... che diriger il concerto. Quando avr finito e ci sar stato... cos spero, anzi presumo...
un fragoroso applauso, e il signor Brodsky avr ringraziato con una serie di inchini, faremo una breve
interruzione. Non un vero e proprio intervallo; il pubblico non potr alzarsi. Solo cinque minutini, in
cui le luci verranno riaccese e la gente avr modo di raccogliere le idee. Poi, mentre tutti staranno
ancora scambiandosi le loro opinioni, il signor von Winterstein comparir davanti al sipario.
Far una presentazione semplice semplice. Non pi di qualche minuto... d'altronde, che bisogno
c' di una presentazione? Poi si ritirer dietro le quinte. L'intera sala precipiter nell'oscurit. Ed ecco
finalmente il gran momento, signor Ryder.
Il momento della sua apparizione. In realt, questa  una cosa che avevo intenzione di discutere
con lei, visto che per certi aspetti la sua collaborazione  indispensabile. Vede, il nostro palazzo dei
concerti  un bellissimo edificio, ma naturalmente, essendo antico,  privo di molte attrezzature che
ormai si danno per scontate nelle costruzioni pi moderne. Il servizio di ristorazione, come credo di
averle gi accennato,  tutt'altro che adeguato, e ci obbliga a ricorrere a quello dell'albergo. Ma quello
che volevo dirle  questo, signor Ryder. Ho preso in prestito dal nostro centro sportivo, questo s,
moderno e ben attrezzato, il tabellone elettronico del campo coperto. In questo momento, il palazzetto
ha un aspetto tristissimo, con quei brutti fili neri che pendono dove prima c'era il tabellone. Be', signor
Ryder, per tornare a quanto le dicevo, dopo la breve presentazione, il signor von Winterstein si ritirer
dietro le quinte. L'intero auditorium, per un istante, precipiter nell'oscurit, e in quel momento si
alzer il sipario. Poi si accender un unico riflettore, che riveler la sua persona al centro del
palcoscenico, dietro un leggio. Ovviamente, il pubblico esploder in un applauso eccitato. Poi, quando i
battimani si saranno spenti, prima che lei pronunci una sola parola... sempre che sia d'accordo,
naturalmente... si udr tuonare una voce, che pronuncer la prima domanda. La voce sar quella di
Horst Jannings, l'attore pi anziano della citt. Horst sar nella cabina di regia e parler attraverso gli
altoparlanti che servono per gli annunci al pubblico. Ha una voce bella e profonda da baritono, e
legger ogni domanda lentamente. E mentre lui legge... questa  la mia piccola trovata, signor Ryder!...
le parole compariranno simultaneamente sul tabellone elettronico appeso proprio sopra la sua testa.
Vede, fino a quel momento, data l'oscurit, nessuno si sar accorto del tabellone. Sembrer che le
parole compaiano nell'aria sopra di lei. Ah ah! Mi scusi, ma ho pensato che l'effetto avrebbe contribuito
ad accentuare la drammaticit delle circostanze e allo stesso tempo a chiarirle.
Mi azzardo a dire che le parole sul tabellone aiuteranno i presenti a ricordare l'importanza e la
gravit degli argomenti di cui lei parler. In fondo, potrebbe facilmente succedere che per l'eccitazione
qualcuno si distragga. Be', vede signor Ryder, con la mia piccola trovata la cosa sar quasi impossibile.
Ogni domanda sar l davanti agli occhi di tutti, scritta a lettere giganti. Quindi, se lei  d'accordo,
procederemo in questo modo.
Dopo che la prima domanda sar stata annunciata dagli altoparlanti e sillabata sul tabellone, lei
dar la sua risposta dal leggio, poi, quando avr finito, Horst legger la domanda successiva e cos via.
L'unica cosa che le chiedo, signor Ryder,  che alla fine di ogni risposta lei abbandoni il leggio e venga
sul proscenio a fare un inchino. La ragione della mia richiesta  duplice. In primo luogo, dato che
l'installazione del tabellone elettronico  provvisoria,  inevitabile che vi siano alcune difficolt
tecniche. L'elettricista impiegher parecchi secondi a caricare ogni domanda sul tabellone, e ce ne
vorranno almeno altri quindici o venti prima che le parole comincino ad apparire.
Quindi capisce anche lei che, venendo sul proscenio e facendo un inchino che sicuramente
provocher un applauso, eviteremo di inframmezzare la serata con una serie di pause imbarazzanti. Poi,
ogni volta che lo scroscio di applausi si smorzer, la voce di Horst e il tabellone annunceranno la
domanda successiva, dandole tutto il tempo di tornare al leggio. Ma c' anche una seconda ragione che
rende raccomandabile questa strategia. Il fatto che lei venga sul proscenio e si inchini indicher senza
possibilit di equivoci all'elettricista che la sua risposta  finita. In fondo, dobbiamo evitare a tutti i
costi che sul tabellone, per esempio, cominci a comparire la domanda successiva mentre lei sta ancora
parlando. Perch vede, a causa dei problemi cui le accennavo, un simile inconveniente potrebbe
capitare facilmente.
Basterebbe che lei desse l'impressione di avere finito, o che facesse una semplice pausa, e poi le
venisse in mente un'ultima cosa da dire. E quando ricomincia a parlare, l'elettricista potrebbe avere
gi... Ah! Che disastro! Non voglio nemmeno pensarci! Mi permetta quindi di suggerirle il semplice ma
efficace espediente di venire sul proscenio alla fine di ogni risposta. Anzi, per dare all'elettricista
qualche secondo in pi per caricare la domanda successiva, sarebbe utilissimo se in aggiunta,
avvicinandosi al termine della risposta, lei gli lanciasse un segnale che non dia troppo nell'occhio. Che
so, magari una lieve spallucciata. Naturalmente, signor Ryder, tutte queste disposizioni sono soggette
alla sua approvazione. Se qualcuna delle mie idee non le piace, la prego di dirlo apertamente.
Mentre Hoffman parlava, nella mia mente cominci a prendere forma un'immagine
incredibilmente vivida della serata ormai prossima. Sentii gli applausi, il ronzio del tabellone
elettronico sopra la mia testa. Mi vidi fare spallucce, poi avanzare verso il proscenio nella luce
accecante dei riflettori.
E quando mi resi conto di essere assolutamente impreparato, fui invaso da uno strano, sognante
senso di irrealt. Vidi che Hoffman aspettava la mia risposta e mormorai stancamente: - Mi sembra
fantastico, signor Hoffman. Ha pensato davvero a tutto.
- Ah. Quindi ho la sua approvazione. I particolari le sembrano...
- S, s, - dissi, con un cenno impaziente della mano. - Il tabellone elettronico, la passeggiatina
fin sul proscenio, le spallucciate, s, s, s. Tutto ben congegnato.
- Ah -. Per un attimo Hoffman parve ancora perplesso, poi dovette concludere che avevo parlato
sinceramente. - Fantastico, fantastico. Allora  deciso -. Annu e per un po' rimase in silenzio, ma un
attimo dopo, senza staccare gli occhi dalla strada, borbott di nuovo: - S, s.  deciso.
Per parecchi minuti Hoffman non mi disse altro, pur continuando a mormorare sottovoce tra s
e s. Gran parte del cielo aveva assunto una tinta rosata, e dato che la strada serpeggiava attraverso la
campagna, il sole compariva di tanto in tanto davanti al parabrezza, riempiendo la macchina con il suo
bagliore e obbligandoci a strizzare gli occhi. Poi, all'improvviso, mentre guardavo fuori del finestrino,
sentii Hoffman esclamare: - Un bue! Un bue, un bue, un bue!
Anche queste parole erano state pronunciate sottovoce, ma ne fui cos sorpreso che mi girai.
Vidi allora che Hoffman fissava la strada annuendo per conto proprio, ancora perso nel suo mondo.
Guardai i campi intorno a noi; in molti c'erano delle pecore, ma non vidi traccia di buoi.
Ricordavo vagamente che Hoffman aveva gi detto qualcosa del genere durante un altro viaggio in
macchina, ma quasi subito mi disinteressai della cosa.
Presto ci ritrovammo nelle vie cittadine, dove il traffico rallent moltissimo. I marciapiedi erano
affollati di gente che tornava a casa dal lavoro, e molte vetrine erano gi state accese per la notte.
Adesso che ero di nuovo in citt, ritrovai un po' della mia sicurezza. Pensai che non appena fossi
arrivato al palazzo dei concerti, non appena avessi avuto la possibilit di salire sul palcoscenico e
guardarmi intorno, molte cose si sarebbero sistemate.
- Davvero, signor Ryder, - disse Hoffman di punto in bianco. Tutto va secondo i piani. Non
deve preoccuparsi di nulla. Vedr che sar fiero di questa citt. E per quel che riguarda il signor
Brodsky, io continuo a riporre in lui la massima fiducia.
Pensai di dovermi almeno fingere ottimista. - S, - dissi allegramente, - sono sicuro che questa
sera il signor Brodsky far faville. Quando l'ho visto poco fa mi  sembrato veramente in gran forma.
- Come? - Hoffman mi lanci un'occhiata sbalordita. - Lei l'ha visto recentemente?
- Poco fa, al cimitero. Come le dico, aveva l'aria molto sicura...
Hoffman mi scrut con occhi indagatori, e per un attimo pensai di raccontargli tutto del funerale
e del solenne intervento di Brodsky. Alla fine per non trovai la forza per farlo e mi limitai a dire: -
Credo che sia l perch ha un appuntamento. Con la signorina Collins.
- Con la signorina Collins? Santo cielo. Che cosa significa questa storia?
Lo guardai, un po' sorpreso dalla sua reazione. - Sembra che la possibilit di una riconciliazione
non sia pi tanto remota, dissi. - E in caso di lieto fine, signor Hoffman, ci sarebbe qualcos'altro di cui
potrebbe legittimamente attribuirsi gran parte del merito.
- S, s -. Hoffman stava riflettendo con il volto accigliato.
- Il signor Brodsky  ancora al cimitero? E sta aspettando la signorina Collins? Curioso.
Davvero curioso.
Man mano che ci avvicinavamo al centro della citt, il traffico diventava pi intenso, finch a
un certo punto, in una stradina laterale, restammo bloccati. Hoffman, che dava segni di crescente
nervosismo, si gir di nuovo verso di me.
- Signor Ryder, devo sbrigare subito una cosa. Ci non toglie che pi tardi la raggiunger al
palazzo dei concerti, ma in questo momento... - Il direttore, ormai in preda al panico, guard l'orologio.
- Vede, devo proprio... - Poi strinse le mani sul volante e rimase a fissarmi imbambolato. - Non voglio
dire, ma con questi maledetti sensi unici e questo diabolico traffico serale, ci vorr un bel po' di tempo
per andare in macchina al palazzo dei concerti. Mentre a piedi... - Improvvisamente Hoffman mi indic
qualcosa fuori del finestrino passandomi con la mano davanti alla faccia. - Eccolo l. Sotto i suoi occhi.
Non pi di due minuti a piedi. Sissignore, quel tetto laggi.
Non molto lontano vidi spuntare sopra le case una grande cupola. Effettivamente, non sembrava
a pi di tre o quattro isolati di distanza.
- Signor Hoffman, - dissi, - se ha da fare qualcosa di urgente, non si preoccupi per me, posso
fare a piedi il resto del tragitto.
- Davvero? Riuscir a perdonarmi?
La colonna di automobili avanz di qualche centimetro, poi si blocc di nuovo.
- Anzi, ho proprio bisogno di sgranchirmi le gambe, - aggiunsi.
- Sembra una serata piacevole. E come dice lei, a piedi ci vuole poco.
- Questi infernali sensi unici! Rischieremmo di restare in macchina per un'altra ora! Signor
Ryder, le sar immensamente grato se non mi serber rancore. Ma vede, c' una cosa che... che non
posso assolutamente rimandare...
- S, s, naturalmente. Scendo qui. In realt  stato gentilissimo a scarrozzarmi a questo modo,
con tutte le cose che ha da fare. Non so come ringraziarla.
- Arriver al palazzo dei concerti da dietro. Basta che cammini in direzione del tetto. Non pu
sbagliarsi se non lo perde di vista.
- Non si preoccupi. Me la caver benissimo -. Troncando le sue scuse, lo ringraziai di nuovo e
scesi sul marciapiede.
Imboccai quasi subito una stretta viuzza, che prima pass davanti a una fila di librerie
specializzate, poi ad alcuni alberghi per turisti dall'aspetto piacevole. Non era affatto difficile non
perdere di vista la cupola, e per un po' fui grato di poter passeggiare all'aria fresca.
Non avevo fatto pi di due o tre isolati, per, quando fui assalito da pensieri quanto mai
fastidiosi e mi accorsi di non riuscire pi a scacciarli. Tanto per cominciare, mi resi conto che
esistevano forti probabilit che l'intermezzo con le domande e le risposte non andasse affatto liscio.
Infatti, a giudicare dall'intensit dei sentimenti che si erano manifestati al cimitero, l'eventualit di
sgradevoli scenate non si poteva escludere. Inoltre, se l'intermezzo fosse andato male, era immaginabile
che i miei genitori, dopo avere assistito allo spettacolo con crescente orrore e imbarazzo, chiedessero di
essere accompagnati fuori della sala. In altre parole se ne sarebbero andati prima di darmi l'opportunit
di avvicinarmi al pianoforte, e chiss quando sarebbero venuti di nuovo a sentirmi suonare. Ancora
peggio, se le cose si fossero messe veramente male, non era affatto impossibile che a uno dei due
venisse un colpo. Ero sicurissimo che mia madre e mio padre sarebbero rimasti entrambi a bocca aperta
non appena avessi cominciato a suonare, ma per il momento l'intermezzo con le domande e le risposte
mi sembrava un ostacolo oltremodo ingombrante.
Ero cos assorto in questi pensieri, che lasciai che la cupola sparisse dietro qualche edificio.
Sulle prime, quando me ne accorsi, non ci badai, supponendo che presto sarebbe ricomparsa.
Pi avanti, per, la strada divenne ancora pi stretta, e mi trovai circondato da case che
sembravano tutte alte sei o sette piani, tanto che ormai vedevo a stento un pezzetto di cielo; altro che la
mia cupola! Decisi di cercare una strada parallela, ma dopo avere imboccato la prima traversa mi
ritrovai a vagare da una viuzza all'altra, forse addirittura a girare in tondo, senza pi riuscire a scorgere
il palazzo dei concerti.
Dopo parecchi minuti mi sentii invadere da un senso di paura pensai di fermare qualcuno per
chiedere indicazioni. Subito, per, mi parve una cosa poco saggia da fare. Mentre andavo a spasso,
infatti, la gente si girava a guardarmi, talvolta persino arrestandosi di botto sul marciapiede. Ne ero
stato vagamente consapevole, anche se l'ansia di ritrovare la strada mi aveva impedito di farci caso.
Adesso per mi rendevo conto che con il concerto ormai alle soglie e con una posta in gioco cos alta
non era affatto opportuno che la gente mi vedesse vagare per le strade con aria palesemente smarrita e
insicura. Facendomi forza, raddrizzai la schiena e assunsi l'atteggiamento di qualcuno che,
perfettamente padrone della situazione, si concede una rilassante passeggiatina per la citt. Mi costrinsi
anche a rallentare il passo e a sorridere amabilmente a chiunque mi guardasse.
Finalmente, all'ennesima svolta, scorsi il palazzo dei concerti dritto davanti a me, pi vicino che
mai. La strada che avevo imboccata era pi ampia, con caff e negozi pieni di luci su entrambi i lati. La
cupola era a un paio di isolati, poco oltre il punto in cui la strada curvava nascondendosi alla mia vista.
Provai sollievo, ma non solo; l'intera serata mi apparve improvvisamente sotto una luce molto
migliore. La sensazione di poc'anzi - cio che molte cose si sarebbero sistemate non appena fossi
giunto sul posto e salito sul palcoscenico - mi torn, tanto che proseguii per la mia strada con qualcosa
di molto simile all'entusiasmo.
Ma dopo la curva mi si present uno strano spettacolo. Poco pi avanti il cammino era sbarrato
da un muro di mattoni che attraversava la strada in tutta la sua larghezza. Per prima cosa pensai che
dietro il muro passasse una ferrovia, poi notai che su entrambi i lati della strada i piani alti delle case
passavano senza interruzione sopra l'ostacolo, perdendosi in lontananza. Il muro mi incurios, ma sulle
prime non lo considerai un problema; pensai che quando fossi stato pi vicino avrei trovato un arco o
un sottopassaggio che mi avrebbe portato dall'altra parte. In ogni caso, la cupola era ormai vicinissima,
illuminata dai riflettori sullo sfondo del cielo che imbruniva.
Solo quando fui quasi sotto il muro mi accorsi che non c'era modo di passare. Su entrambi i lati
della strada, il marciapiede finiva bruscamente contro la parete di mattoni. Mi guardai intorno
sbalordito, poi percorsi il muro per tutta la sua lunghezza fino al marciapiede opposto, incapace di
accettare l'idea che non vi fosse nemmeno una porta, nemmeno un piccolo varco per strisciare dall'altra.
Non trovai nulla, e alla fine, dopo essere rimasto per un pezzo davanti al muro senza sapere che pesci
prendere, feci cenno a una passante, una signora di mezza et che stava uscendo da un negozio di
regali, dicendole: - Mi scusi, voglio andare al palazzo dei concerti. Come si fa a passare questo muro?
La donna parve stupita dalla mia domanda. - Oh, no, - disse. Il muro non si pu passare. 
ovvio che non si pu. Sbarra completamente la strada.
- Bella seccatura, - dissi. - Io devo andare al palazzo dei concerti.
- Gi, immagino che sia una bella seccatura, - disse la donna, come se non ci avesse mai
pensato prima di allora. - Poco fa, quando l'ho vista fissare il muro, ho creduto che fosse un turista.
Come pu vedere il muro  una vera e propria attrazione turistica.
Mi indic un espositore girevole di cartoline davanti al negozio di regali. Ed effettivamente, alla
luce che usciva dalla porta, vidi una sfilza di cartoline che riproducevano orgogliosamente il muro.
- Ma qual  l'utilit di un muro in un posto come questo? domandai, alzando la voce mio
malgrado. -  una mostruosit. Si pu sapere a che cosa diavolo serve?
- Sono d'accordo con lei. Per gli estranei, soprattutto per chi va di fretta, il muro rappresenta una
bella seccatura. Immagino che si possa definire una follia.  stato costruito da un eccentrico
personaggio della fine del secolo scorso.  una stranezza, non c' dubbio, ma da allora  diventato
famoso.
D'estate questo tratto di strada si riempie di turisti.
Americani, giapponesi, tutti che scattano foto.
-  un'assurdit, - dissi, furente. - Per piacere, mi indichi la strada pi breve per andare al
palazzo dei concerti.
- Il palazzo dei concerti? Be',  lontanuccio se ha intenzione di andarci a piedi. Naturalmente,
siamo vicinissimi, - e la donna alz lo sguardo in direzione del tetto, - ma dal punto di vista pratico ci
non significa molto a causa del muro.
- Ma  ridicolo! - Avevo perso la pazienza. - Mi cercher la strada da solo. Evidentemente,
l'idea che qualcuno possa essere oberato di impegni e avere il tempo contato, e non possa permettersi di
bighellonare ore e ore per la citt, non le sfiora nemmeno il cervello. E le dir di pi: il muro  un
esempio tipico di come vanno le cose in questa citt. Ostacoli completamente assurdi da per tutto. E voi
che cosa fate? Vi arrabbiate, forse? Chiedete che il muro venga immediatamente abbattuto in modo che
la gente possa andarsene per le sue faccende? No, lo sopportate per quasi un secolo. Ci fate le cartoline
e credete che sia una meraviglia. Una meraviglia questo muro di mattoni?  una mostruosit! Nel mio
discorso di questa sera potrei usare questo muro come un simbolo, ne avrei proprio voglia! Vi va bene
che abbia gi in mente gran parte di quello che dir e che quindi sia riluttante ad apportare cambiamenti
all'ultimo momento. Buona sera!
Piantai in asso la donna e tornai rapidamente sui miei passi, risoluto a non permettere che
questo assurdo contrattempo distruggesse la ritrovata fiducia in me stesso. Tuttavia, mentre camminavo
- consapevole, a ogni passo, di allontanarmi sempre pi dal palazzo dei concerti - ripiombai nello
sconforto. La strada mi parve molto pi lunga di quanto ricordassi, e quando finalmente giunsi in
fondo, mi persi di nuovo in un labirinto di angusti vicoletti.
Dopo parecchi minuti di sterili vagabondaggi, mi sentii improvvisamente incapace di proseguire
e mi fermai. Vedendo che mi trovavo davanti a un caff all'aperto, mi lasciai cadere su una delle sedie
del tavolo pi vicino; immediatamente, mi sentii svuotato di ogni residua energia. Ero vagamente
consapevole che intorno a me si stava facendo buio, che da qualche parte sopra la mia testa c'era una
lampadina accesa, e che questa luce, molto probabilmente, mi esponeva agli sguardi dei passanti e degli
altri avventori; ci nonostante non trovai le forze n di drizzare la schiena, n di tentare di mascherare
il mio abbattimento. Dopo un po' comparve un cameriere. Gli ordinai un caff, poi ripresi a fissare
l'ombra della mia testa sulla superficie metallica del tavolo. Tutte le precedenti preoccupazioni riguardo
al concerto di quella sera tornarono ad accavallarsi nella mia mente. In particolare, continuava ad
assillarmi l'avvilente pensiero che la decisione di farmi fotografare davanti al monumento di Sattler
avesse irrimediabilmente danneggiato la mia immagine in questa citt, e che risalire la china sarebbe
stato durissimo. Solo un'esibizione a dir poco autorevole durante l'intermezzo con le domande e le
risposte avrebbe potuto evitare conseguenze catastrofiche su tutti i fronti. Per un attimo mi sentii cos
oppresso da questi pensieri che fui sul punto di piangere. Poi mi accorsi che qualcuno mi aveva posato
una mano sulla spalla e stava ripetendo in tono gentile sopra la mia testa: - Signor Ryder. Signor Ryder.
Pensai che il cameriere fosse tornato con il mio caff e gli feci cenno di posarlo sul tavolo. Ma
la voce continuava a pronunciare il mio nome. Alzai gli occhi e vidi Gustav, che mi stava osservando
con la faccia preoccupata.
- Oh, salve, - dissi.
- Buona sera, signor Ryder. Come sta? Mi sembrava che fosse lei, ma non ne ero sicuro, cos
sono venuto a controllare. C' qualcosa che non va? Noi siamo laggi, ci siamo tutti, perch non viene
anche lei? I ragazzi ne sarebbero elettrizzati.
Mi guardai intorno e vidi che ero seduto ai margini di una piazza. Sebbene nel mezzo ci fosse
un solitario lampione, lo slargo era in gran parte buio, e le sagome delle persone che lo attraversavano
erano poco pi che ombre. Gustav mi stava indicando il lato opposto, dove c'era un altro caff,
leggermente pi grande di quello in cui mi trovavo adesso. Dalla porta aperta e dalle finestre usciva una
luce accogliente. Anche da quella distanza, vidi all'interno una notevole animazione; sprazzi di musica
di violino e di risate giungevano fino a noi attraversando la quiete della sera. Solo allora mi resi conto
di essere seduto nella piazza della citt vecchia, e di avere di fronte a me il Caff Ungherese. Mentre
continuavo a guardarmi intorno, sentii Gustav dire: - Sa, i ragazzi me l'hanno fatto raccontare
un'infinit di volte. Volevano sapere che cosa mi aveva detto, in che modo aveva accettato. E anche se
gliel'avevo gi raccontato cinque o sei volte, volevano sentirselo ripetere. Non avevano ancora finito di
ridere e di darsi pacche sulla schiena, che gi ricominciavano: Su, Gustav, lo sappiamo che non ci hai
ancora raccontato tutto.
Che cosa ti ha detto esattamente il signor Ryder? E io: Ve l'ho gi raccontato. Lo sapete
benissimo. Ma loro volevano sentire tutta la storia da capo, e temo che vorranno sentirla parecchie
altre volte prima di domani mattina. Naturalmente, anche se quando mi chiedono di raccontare adotto
un tono spazientito, lo faccio solo per aumentare l'effetto. In realt, sono emozionato esattamente come
loro, e potrei beatamente ripetere la nostra conversazione di questa mattina all'infinito.
 cos bello vedere di nuovo quelle espressioni allegre. La sua promessa, signor Ryder, ha
ridato speranza, una nuova giovinezza, a quei volti. Persino Igor sorrideva a certe battute! Non ricordo
pi quand' stata l'ultima volta che li ho visti cos. Oh, s, signor Ryder, gliela racconterei volentieri
all'infinito, questa storia. Ogni volta che arrivo al punto in cui lei dice: Va bene, dir volentieri
qualcosa in vostro favore, ogni volta che arrivo l, dovrebbe vederli! Applausi, risate, grandi pacche
sulla schiena; era davvero molto tempo che non li vedevo fare cos. E sul pi bello, mentre bevevamo
le nostre birre e parlavamo della sua grande generosit, e del fatto che finalmente questa sera, dopo tutti
questi anni, il mestiere dei facchini sarebbe cambiato per sempre, s, mentre eravamo l che ci
dicevamo queste cose, ho alzato gli occhi per caso e l'ho vista, signor Ryder. Il padrone, come vede, ha
lasciato la porta aperta. L'atmosfera del caff ne acquista, se al calar della notte si pu guardare fuori.
Be', mentre scrutavo la piazza mi sono detto: Chiss chi sar quel poveretto che se ne sta seduto
laggi tutto solo. Ma la mia vista non  molto buona, e non mi sono accorto che era lei. Poi Karl mi ha
bisbigliato... deve avere intuito che era meglio non dirlo forte... mi ha bisbigliato: Mi sbaglier, ma
quel tizio laggi non  il signor Ryder? Allora ho guardato di nuovo e mi sono detto s,  possibile.
Ma che cosa diavolo ci fa l fuori al freddo con un'aria cos triste? Meglio che vada a vedere se 
proprio lui.
Le assicuro che Karl  stato molto discreto. Gli altri non hanno sentito quello che diceva,
quindi, tolto lui, nessuno sa perch me la sono squagliata, anche se suppongo che adesso staranno
guardando in parecchi da questa parte e si domanderanno che cosa sto combinando. Ma  sicuro di
sentirsi bene, signor Ryder? Si direbbe che ci sia qualcosa che la tormenta.
- Oh... - sospirai e mi passai una mano sulla faccia. - Non  nulla.  solo che tutti questi viaggi,
tutte queste responsabilit. Di tanto in tanto si ha l'impressione... - non terminai la frase e proruppi in
una breve risata.
- Ma perch se ne sta qui tutto solo? Fa freddo, e lei non ha che la giacca. Come se non le avessi
mai detto che poteva venire a trovarci al Caff Ungherese in qualsiasi momento e che ci avrebbe fatto
molto piacere. Pensava forse che non l'avremmo accolto con il dovuto entusiasmo? Starsene qui solo
come un cane!
Ma che idea, signor Ryder! Su, venga subito da noi. Cos potr rilassarsi e distrarsi per qualche
istante. Metta da parte tutte le sue preoccupazioni. I ragazzi non staranno nella pelle dalla gioia. Venga,
la prego.
Dall'altro lato della piazza la calda luce della porta, la musica e le risate erano sicuramente
molto invitanti. Mi alzai e mi passai di nuovo una mano sulla faccia.
- Cos va bene, signor Ryder. Fra un attimo si sentir meglio.
- Grazie. Grazie. Grazie davvero -. Dovetti fare uno sforzo per dominare l'emozione. - Vi sono
molto riconoscente. Davvero. Spero solo di non disturbare.
Gustav rise. - Se ne accorger subito, se disturba o no, signor Ryder.
Mentre attraversavamo la piazza, pensai che dovevo essere pronto a presentarmi ai facchini, i
quali sicuramente, vedendomi comparire, sarebbero stati sopraffatti dalla gratitudine e dall'eccitazione.
A ogni passo mi sentivo pi baldanzoso, e stavo per fare un commento spiritoso, quando Gustav si
ferm di botto.
Quando ci eravamo incamminati attraverso la piazza, il facchino, con garbo, mi aveva posato
una mano sulla schiena; adesso, per un attimo sentii le sue dita stringere la stoffa della giacca. Mi
voltai, e nella penombra vidi Gustav perfettamente immobile, con gli occhi fissi al suolo e una mano
sulla fronte come se si fosse improvvisamente ricordato di qualcosa di importante. Poi, prima che
potessi aprire bocca, cominci a scuotere la testa e a sorridere imbarazzato.
- Mi scusi, signor Ryder. Stavo solo... ecco... - Proruppe in una breve risata e riprese a
camminare.
- C' qualcosa che non va?
- Oh, no, no. Sa, i ragazzi saranno davvero elettrizzati quando la vedranno comparire da quella
porta.
Precedendomi di qualche passo, Gustav attravers risoluto l'ultimo tratto di piazza.
...
.
...
27.
.
Solo quando entrai e sentii il tepore del fuoco di ciocchi che ardeva in fondo alla sala mi resi
conto di quanto fosse diventata fredda la sera. L'interno del caff era stato risistemato dall'ultima volta
che vi avevo messo piede. La maggior parte dei tavolini era stata spinta contro le pareti per fare spazio
a un grande tavolo circolare che troneggiava al centro del pavimento, e intorno al quale erano seduti
una dozzina di uomini, che bevevano birra e facevano chiasso. Sembravano un po' meno vecchi di
Gustav, sebbene quasi tutti fossero alle soglie della terza et. Poco distante da loro, accanto al banco,
due tizi magri vestiti da zingari suonavano un valzer vivace sui loro violini.
C'erano anche altri avventori, che tuttavia sembravano contenti di starsene in disparte, spesso
negli angoli pi bui della sala, come consapevoli di assistere alla festa di qualcun altro.
Quando Gustav e io entrammo, i facchini si girarono a guardarci, incerti se credere ai propri
occhi. Poi Gustav disse: - S, ragazzi miei,  proprio lui.  venuto di persona a farci gli auguri.
Nel caff scese il silenzio, mentre tutti - facchini, camerieri, musicanti, altri avventori - mi
fissavano. Poi la sala proruppe in un caloroso applauso. Per qualche ragione, questa accoglienza mi
colse alla sprovvista e rischi di farmi tornare le lacrime agli occhi. Sorrisi, dicendo: - Grazie, grazie,
mentre l'applauso continuava cos scrosciante che stentavo a sentire la mia voce. I facchini si erano
alzati in piedi, e persino i musicanti zigani si erano messi il violino sotto il braccio per partecipare
all'applauso. Gustav mi spinse verso il tavolo centrale e, mentre prendevo posto, i battimani finalmente
si spensero e i musicanti ricominciarono a suonare. Mi trovai circondato da un cerchio di volti eccitati.
Gustav, che si era seduto accanto a me, esord: - Ragazzi, il signor Ryder  stato cos gentile da...
Prima che potesse finire, un robusto facchino con il naso paonazzo si sporse verso di me
sollevando il suo boccale di birra. - Signor Ryder, lei ci ha salvati, - dichiar l'uomo. D'ora in poi la
nostra vita cambier. I miei nipoti avranno un ricordo ben diverso di me. Questa, per noi,  una grande
serata.
Stavo ancora ricambiandolo con un sorriso, quando mi sentii afferrare per un braccio e mi trovai
davanti una faccia macilenta e ansiosa.
- La prego, signor Ryder, - disse l'uomo, fissandomi in volto.
- La prego, lo far sul serio, vero? Non  che al momento buono, con tante altre cose importanti
per la testa, davanti a tutta quella gente, non  che ci ripenser e...
- Non essere insolente, - disse un'altra voce, e l'uomo dalla faccia ansiosa svan come se
qualcuno lo avesse tirato indietro.
Poi sentii dire alle mie spalle: - Puoi giurarci che non ci ripenser. Con chi credi di avere che
fare?
Mi girai sulla sedia per cercare di rassicurare il mio precedente interlocutore, ma qualcun altro
mi strinse la mano dicendo: - Grazie, signor Ryder, grazie.
- Siete molto cari, - dissi sorridendo un po' a tutti. - Anche se... ecco, bisogna che vi avverta
che...
In quel momento qualcuno mi urt, rischiando di buttarmi addosso alla persona seduta accanto
a me. Sentii una voce chiedere scusa e un'altra dire: - Non spingere a quel modo! - Poi una terza voce,
pi vicina, disse: - Mi sembrava che fosse lei, l fuori. Sono io che ho richiamato l'attenzione di Gustav
su di lei.  stato davvero gentile a venire a trovarci. Questa sar una sera che ricorderemo per sempre.
Una svolta nell'esistenza di ogni facchino della citt.
- Sentite, bisogna che lo sappiate, - dissi ad alta voce. Far tutto ci che posso per voi, ma
bisogna che lo sappiate, pu darsi che io non abbia pi l'autorit di un tempo. Vedete...
Ma le mie parole furono coperte da alcuni facchini che avevano cominciato a gridare urr in
mio onore. Al secondo urr, l'intera compagnia si un al coro, finch anche la musica cess un istante e
tutti i presenti parteciparono all'ultima, assordante acclamazione. Subito scoppiarono altri applausi.
- Grazie, grazie, - dissi, sinceramente commosso. Poi, mentre l'applauso si affievoliva, il
facchino dal naso paonazzo seduto dall'altra parte del tavolo disse: - Sia il benvenuto fra noi, signor
Ryder. Lei  famoso e conosciuto, ma voglio che sappia che noi, qui, siamo capaci di riconoscere una
brava persona a prima vista. Gi, mica per niente facciamo questo mestiere da tanti anni. Abbiamo
imparato a fiutare la gente per bene. Lei  un tipo come si deve, al cento per cento, lo vedono tutti.
Come si deve e gentile. Magari penser che le abbiamo riservato questa accoglienza solo perch ha
intenzione di aiutarci.  ovvio che le siamo riconoscenti per questo. Ma i miei amici li conosco: l'hanno
preso in simpatia, e questo non sarebbe successo se non fosse una brava persona. Se fosse pieno di
spocchia, o in qualche modo insincero, l'avrebbero indovinato subito. Oh, certo. Le sarebbero stati
riconoscenti lo stesso e l'avrebbero trattato bene, ma non l'avrebbero mai preso in simpatia a questo
modo. Quello che voglio dire, signor Ryder,  che anche se non fosse famoso, anche se fosse un
semplice straniero capitato qui dentro per caso, noi ci saremmo accorti che  una persona per bene; e se
ci avesse raccontato che aveva nostalgia di casa e cercava un po' di compagnia, be', noi l'avremmo
accolto a braccia aperte. Vedendo che avevamo che fare con una brava persona, l'avremmo ricevuto n
pi n meno come abbiamo fatto adesso. Oh, s, non siamo affatto freddi come dicono. Da questo
momento, signor Ryder, pu considerare di avere un amico in ciascuno di noi.
- Proprio cos, - disse qualcuno alla mia destra. - Adesso siamo suoi amici. Se mai dovesse
trovarsi in difficolt in questa citt, sappia che pu contare su di noi.
- Vi ringrazio, - dissi. - Vi ringrazio moltissimo. Questa sera far tutto ci che posso per
aiutarvi. Ma veramente, bisogna che vi avverta che...
- Signor Ryder, la prego -. Era Gustav che mi parlava gentilmente all'orecchio. - La smetta di
preoccuparsi. Andr tutto bene. Perch non si prende qualche minuto di svago?
- Ma io volevo solo avvertire i suoi amici che...
- Dico sul serio, signor Ryder, - continu Gustav tranquillamente. - La sua dedizione 
ammirevole. Ma lei vive nell'ansia. La prego, si rilassi e si prenda un po' di svago.
Solo per qualche minuto. Ci guardi. Tutti noi abbiamo le nostre preoccupazioni. Io stesso devo
tornare fra poco al palazzo dei concerti, dove mi aspetta una montagna di lavoro. Quando ci ritroviamo
qui, siamo felici di essere tra amici e dimentichiamo il resto. Distendiamo i nervi e ci divertiamo -. Poi
Gustav alz la voce per farsi sentire nel baccano generale. - Su, facciamo vedere al signor Ryder che
siamo davvero capaci di divertirci!
Facciamoglielo vedere!
Questo invito fu accolto da un'acclamazione e da un altro scroscio d'applausi, che a poco a poco
si trasform in un ritmico batter di mani tutto intorno al tavolo. Gli zingari suonarono pi in fretta per
tenere il ritmo, e presto anche parte degli altri avventori cominci a battere il tempo. Notai che nella
sala molti interrompevano la conversazione e giravano la sedia come preparandosi ad assistere a uno
spettacolo molto atteso. Un tizio che supposi fosse il padrone - scuro e allampanato - si affacci dal
retrobottega e si appoggi allo stipite della porta, evidentemente non meno ansioso degli altri di godersi
il seguito.
Nel frattempo i facchini continuavano a battere la mani, sempre pi allegri; alcuni pestavano
anche i piedi sul pavimento per marcare il ritmo. Poi arrivarono due camerieri che in tutta fretta
cominciarono a sgombrare la superficie del tavolo. Boccali da birra, tazzine da caff, zuccheriere e
portacenere sparirono in un battibaleno, poi uno dei facchini, un omone barbuto, sal sul tavolo. Sotto la
barba cespugliosa la sua faccia era paonazza, ma non avrei saputo dire se per l'imbarazzo o per l'alcool.
Comunque sia, non appena fu sul tavolo parve perdere ogni inibizione e cominci a ballare con un
ghigno sulle labbra.
Una danza curiosa, statica, in cui i piedi non si staccavano quasi dalla superficie del tavolo; una
danza che metteva in risalto la statuariet del corpo umano pi che la sua agilit o la sua mobile grazia.
Il facchino barbuto assunse la posa di un dio greco, sollevando le braccia come se portasse un invisibile
peso; poi, mentre i compagni continuavano a battere le mani e a lanciargli grida di incoraggiamento, si
limit a modificare leggermente l'inclinazione dell'anca o a ruotare piano piano su se stesso. Per un
istante mi chiesi se la messa in scena volesse essere comica, ma, anche se intorno al tavolo tutti si
sbellicavano dalle risa, mi fu subito chiaro che la danza non aveva alcun intento satirico. Mentre
osservavo il facchino barbuto, qualcuno mi diede una gomitata e disse: - Ecco la nostra danza, signor
Ryder. La Danza del Facchino.
Sono sicuro che ne ha sentito parlare.
- S, - risposi. - Oh, s. Sicch questa sarebbe la Danza del Facchino?
- Proprio cos. Ma non ha ancora visto il meglio -. Il tizio che mi aveva parlato sogghign e mi
diede un'altra gomitata.
Mi accorsi che i facchini si stavano passando una grossa scatola di cartone marrone. La scatola
aveva pi o meno le dimensioni di una valigia, ma a giudicare da come veniva sballottata doveva essere
leggera e vuota. Gir intorno al tavolo per qualche minuto, poi, a un certo punto della danza, fu lanciata
al facchino barbuto. L'intera successione di movimenti rivelava una lunga consuetudine. Nel preciso
istante in cui il facchino barbuto cambi posizione e sollev di nuovo le braccia, la scatola di cartone
solc l'aria e gli atterr elegantemente tra le mani.
Il danzatore reag come se avesse afferrato una lastra di pietra; per un attimo parve crollare sotto
il peso, e dal pubblico si lev un gemito d'apprensione. Poi, con incredibile forza di volont, l'uomo
cominci a tirarsi su, finch fu di nuovo perfettamente dritto, con la scatola stretta al petto.
Mentre la sua impresa veniva salutata da grandi acclamazioni, il facchino barbuto cominci a
sollevare lentamente la scatola sopra la testa, fino a tenerla in alto, con le braccia tesissime. Anche se in
realt non aveva fatto nulla di speciale, i suoi gesti erano stati cos dignitosi e drammatici che anch'io
mi unii alle acclamazioni, come se davvero avesse sollevato un peso enorme.
Poi, con una certa abilit, il facchino barbuto finse che la scatola diventasse sempre pi leggera.
Presto cominci a tenerla su con una mano sola, eseguendo al contempo piccole piroette; oppure la
lasciava cadere dietro le spalle riacchiappandola al volo. Quanto pi la scatola si alleggeriva, tanto pi i
colleghi del facchino si eccitavano. Poi, mentre le imprese del danzatore si facevano sempre pi
insolenti, i suoi amici cominciarono a guardarsi in faccia, a sogghignare, a incitarsi a vicenda, finch un
altro di loro, un ometto tutto nervi con un paio di baffi sottili, cerc di arrampicarsi sul piano del tavolo.
Il tavolo traball e si inclin; i facchini risero, come se anche questo facesse parte del gioco, poi
lo tennero fermo mentre il collega tutto nervi vi saliva sopra. Sulle prime l'uomo con la barba non si
accorse di nulla e continu a pavoneggiarsi con la scatola di cartone, mentre il compagno se ne stava
imbronciato dietro di lui, come un cavaliere che aspetta il suo turno per poter ballare con una dama
molto corteggiata. Finalmente il facchino barbuto lo vide e gli tir la scatola. Afferrandola, l'ometto
tutto nervi indietreggi barcollando e sembr sul punto di cadere dal tavolo. Ma si riprese in tempo e,
con uno sforzo sovrumano, ritrov l'equilibrio e si mise la scatola sul dorso.
Intanto, il compagno barbuto era sceso dal tavolo aiutato da una selva di mani e si era messo a
battere il tempo insieme con gli altri, sorridendo beato.
Il facchino tutto nervi ripet gran parte delle scene del suo predecessore, anche se spesso con un
tocco di comicit in pi.
Facendo smorfie e fingendo di inciampare nella migliore tradizione delle farse, provocava
grandi risate. Mentre lo osservavo, ebbi l'impressione che il ritmico battimani, i violini zigani, le risa, le
grida di finto stupore mi colmassero non solo le orecchie ma tutti i sensi. Poi, mentre un terzo facchino
saliva sul tavolo al posto dell'ometto tutto nervi, mi sentii risucchiare dal calore di quella gente.
All'improvviso le parole di Gustav mi sembrarono profondamente sagge. Che senso aveva vivere
nell'ansia? Di tanto in tanto era indispensabile scaricare i nervi e prendersi un po' di svago.
Chiusi gli occhi e mi lasciai lambire dalla piacevole atmosfera, solo vagamente consapevole che
stavo ancora applaudendo e che il mio piede batteva il tempo sul pavimento di legno. Nella mia mente
comparve un'immagine dei miei genitori; li vidi arrivare sulla loro carrozza a cavalli nella radura
davanti al palazzo dei concerti. La gente del posto - i signori in giacca nera, le signore con cappotti,
scialli e gioielli interrompevano la conversazione e si giravano verso il rumore di zoccoli che proveniva
dall'oscurit degli alberi. Poi la carrozza luccicante entrava all'improvviso nell'alone di luce, e i bei
cavalli arrestavano di colpo il loro trotto, lanciando sbuffi di vapore nell'aria notturna. Mia madre e mio
padre sbirciavano dal finestrino; i loro volti mostravano i primi segni di trepidante attesa, ma anche
cautela e riservatezza, una certa riluttanza ad abbandonarsi completamente alla speranza che la serata
potesse rivelarsi uno straordinario trionfo. Poi, mentre il cocchiere in livrea si precipitava ad aiutarli a
scendere e i dignitari si disponevano in fila per accoglierli, i miei genitori assumevano quel sorrisetto
ostinatamente calmo che ricordavo dai tempi della mia infanzia, nelle rare occasioni in cui invitavamo
qualcuno a pranzo o a cena.
Riaprii gli occhi e vidi che sul tavolo c'erano adesso due facchini, che mimavano una scenetta
divertente. Quello che aveva la scatola barcollava come se dovesse afflosciarsi sotto il suo peso e
cadere di sotto, ma all'ultimo istante riusciva a passarla all'altro. Mi accorsi che Boris - il quale
probabilmente si trovava nel caff sin dall'inizio - si era avvicinato al tavolo e osservava i due facchini
con evidente divertimento. Dal modo in cui batteva le mani e rideva al momento giusto, era chiaro che
conosceva molto bene tutte le scenette. Era seduto tra due imponenti facchini dalla carnagione scura,
che si assomigliavano abbastanza da essere fratelli. Mentre lo osservavo, il bambino disse qualcosa a
uno di loro; l'uomo rise e gli diede un affettuoso pizzicotto sulla guancia.
Lo spettacolo continuava ad attirare gente dalla piazza, e il caff stava diventando molto
affollato. Al mio arrivo, i suonatori zigani erano solo due, ma adesso notai che se ne erano aggiunti altri
tre, e che la musica dei loro violini, pi energica che mai, veniva da ogni direzione. Poi qualcuno in
fondo alla sala - non mi parve uno dei facchini - url: - Gustav! -, e in men che non si dica il grido
pass di bocca in bocca fino al nostro tavolo. - Gustav! Gustav! - gridarono i facchini, trasformando il
richiamo in una cantilena. Presto anche l'uomo dal volto ansioso che mi aveva parlato poco prima e ora
era di turno sul tavolo - un'esibizione vivace ma non particolarmente abile - si un al coro, e mentre
faceva volteggiare la scatola gi per la schiena e intorno ai fianchi, cantilen: - Gustav!
Gustav!
Mi guardai intorno cercando il vecchio facchino, che non era pi accanto a me; vidi che si era
avvicinato a Boris e gli stava dicendo qualcosa nell'orecchio. Uno dei due fratelli dalla carnagione
scura gli pos una mano sulla spalla e lo implor di salire anche lui sul tavolo. Gustav sorrise e scosse
il capo modestamente, con l'unico effetto di dare nuovo vigore alla cantilena. Ormai quasi tutti nel
caff gridavano il suo nome; mi parve che persino chi si trovava in piazza si unisse al coro.
Alla fine, sorridendo stancamente a Boris, Gustav si alz in piedi.
Avendo parecchi anni in pi degli altri facchini, Gustav si arrampic con qualche difficolt sul
tavolo, ma molte mani si protesero per aiutarlo. Quando fu sul tavolo, Gustav si raddrizz e sorrise al
pubblico. Il facchino dal volto ansioso gli pass la scatola, poi si affrett a scendere.
Sin dall'inizio Gustav si distinse dai danzatori che l'avevano preceduto. Non appena ebbe
ricevuto la scatola, invece di fingere che fosse pesantissima, se la mise in groppa senza sforzo e fece
spallucce. Il gesto provoc una gran risata; sentii qualcuno gridare Ah, il vecchio Gustav! e Di lui s
che ci si pu fidare! Poi, mentre Gustav continuava a trastullarsi con la scatola, un cameriere si fece
largo tra la folla e butt sul tavolo una valigia vera. Dal modo in cui la fece dondolare prima di
sollevarla e dal gran tonfo, si cap che non era vuota. La valigia fin accanto ai piedi del facchino, e
dalla folla si lev un mormorio. Poi la cantilena riprese a un ritmo ancora pi veloce: - Gustav! Gustav!
Gustav! - Vidi che Boris seguiva con attenzione ogni mossa del nonno, battendo energicamente le mani
e gridando a gran voce con gli altri; il bambino sprizzava orgoglio da tutti i pori. Scorgendo il nipote,
Gustav gli sorrise di nuovo, poi si chin e afferr il manico della valigia.
Mentre l'anziano facchino, ancora curvo in avanti, sollevava la valigia all'altezza dell'anca, ebbi
l'impressione che il suo sforzo non fosse affatto simulato. Poi, mentre raddrizzava la schiena, con la
scatola sempre in spalla e la valigia in mano, Gustav chiuse gli occhi, e il suo volto si rannuvol. Ma
nessuno parve allarmarsi - forse la smorfia non era che un vezzo di Gustav prima di dare un saggio
della sua forza. Tanto la cantilena quanto il battimani continuarono assordanti, coprendo lo strepito dei
violini. Ed ecco che Gustav riapr gli occhi e rivolse a tutti un largo sorriso. Poi, sollevando ancora un
po' la valigia, riusc a mettersela sotto il braccio, e in questa posizione - con la valigia da una parte e la
scatola dall'altra cominci a ballare, strisciando lentamente i piedi. Vi furono acclamazioni e grida di
entusiasmo, e sentii che qualcuno accanto alla porta chiedeva: - Che cosa sta facendo? Non riesco a
vedere.
Che cosa sta facendo?
Poi Gustav sollev ancora la valigia e danz con la valigia su una spalla e la scatola sull'altra.
Poich la prima era molto pi pesante della seconda, era costretto a stare inclinato da una parte, ma per
il resto sembrava a suo agio, e i suoi passetti non avevano perso il brio iniziale. Boris, raggiante, grid
al nonno qualcosa che non riuscii a udire, e Gustav gli rispose storcendo la testa in un modo beffardo
che suscit nuove urla e risate.
Poi, mentre Gustav continuava a ballare, mi accorsi che alle mie spalle stava succedendo
qualcosa. Era da un pezzo che qualcuno mi piantava un gomito nella schiena con fastidiosa regolarit,
ma fino a quel momento avevo pensato che ci dipendesse semplicemente dal desiderio della folla di
vedere meglio lo spettacolo. Quando mi girai, invece, scoprii che proprio dietro di me, incuranti della
gente che li spingeva da ogni lato, due camerieri si erano inginocchiati sul pavimento e armeggiavano
con una valigia. L'avevano gi riempita in gran parte con taglieri di legno provenienti dalla cucina, o
cos almeno mi parve. Uno dei due sistemava le assicelle in modo che ce ne stessero di pi, mentre
l'altro gesticolava incollerito in direzione del retrobottega, indicando gli spazi vuoti che ancora
restavano nella valigia. Poi vidi arrivare altri taglieri, due o tre alla volta, passati di mano in mano
attraverso la calca. I camerieri lavorarono speditamente, stipando le assicelle fino a quando la valigia fu
piena da scoppiare. Ma i taglieri - a volte anche rotti - continuavano ad arrivare, e i camerieri, con
l'abilit che veniva loro dall'esperienza, trovavano il modo di infilarli dentro. Forse sarebbero andati
avanti ancora per un pezzo, ma a un certo punto si stufarono di essere urtati dalla folla; allora chiusero
il coperchio, strinsero le cinghie e, spingendomi da parte, issarono la valigia sul tavolo.
Boris guard fissamente la nuova valigia, poi, un po' titubante, alz gli occhi verso il nonno.
Gustav danzava strisciando lentamente i piedi come un torero. Sembrava che per il momento lo sforzo
necessario per tenere la scatola e la valigia in equilibrio sulle spalle gli impedisse di notare la nuova
sfida che era stata posta ai suoi piedi. Boris osservava la scena attentamente, aspettando il momento in
cui il nonno avrebbe visto la seconda valigia. In realt, lo stavano aspettando tutti, ma Gustav
continuava a ballare fingendo di non essersi accorto di nulla. Boris era pronto a scommettere che fosse
un trucco! Quasi sicuramente il nonno stava prendendosi gioco del pubblico, e da un momento all'altro
avrebbe sollevato la pesante valigia, forse gettando via la scatola vuota per liberare una mano. Ma per
chi sa quale ragione, Gustav si ostinava a non vedere, tanto che la gente cominci a urlare e a
gesticolare. Poi finalmente il vecchio facchino abbass gli occhi, e sul suo volto - schiacciato tra la
scatola e la prima valigia - si dipinse un'espressione di sgomento. Intorno a Boris tutti risero e batterono
le mani ancora pi forte. Gustav continu a girare lentamente su se stesso senza staccare gli occhi dalla
nuova valigia; aveva ancora la faccia preoccupata, e per un attimo Boris temette che non stesse del tutto
fingendo. Ma intorno a lui la gente rideva, gente che aveva visto suo nonno recitare quella scena molte
altre volte, e un attimo dopo anche Boris si mise a ridere e a incitare Gustav. La voce del bambino
attir l'attenzione dell'anziano facchino, e di nuovo nonno e nipote si scambiarono un sorriso.
Poi Gustav fece scivolare la scatola vuota lungo il braccio e, con un gesto sprezzante ma
aggraziato, la scagli sulla folla. Vi fu un nuovo boato di risa e acclamazioni, e la scatola, passando di
mano in mano sopra la testa degli spettatori, svan nei recessi della sala. Gustav diede un'altra occhiata
alla seconda valigia e si iss la prima ancora pi in alto sulla spalla. Poi assunse di nuovo
un'espressione sgomenta; questa volta la simulazione era evidente, e Boris rise insieme con tutti gli
altri. Il vecchio facchino cominci a piegare le ginocchia. Lo fece con incredibile lentezza, non si
capiva bene se per debolezza o per istrionismo, finch fu quasi accovacciato, con la prima valigia in
spalla e la mano libera sul manico della seconda. Poi piano piano, senza strappi, mentre tutti
continuavano a battere il ritmo con le mani, si raddrizz, e la pesante valigia venne su con lui.
Ora Gustav stava mimando uno sforzo enorme - un po' come aveva fatto il facchino barbuto
quando gli avevano lanciato la scatola di cartone. Boris lo osservava, gonfio d'orgoglio, staccando di
tanto in tanto gli occhi dal nonno per guardare le facce piene di ammirazione degli spettatori pigiati
intorno a lui. Persino i violinisti zigani cercavano di farsi largo per vedere meglio e sfruttavano
l'energico movimento dell'archetto per sgomitare di nascosto. Con questo sistema, uno di loro era gi
riuscito ad arrivare in prima fila; ormai suonava con la pancia contro il tavolo, tutto proteso in avanti.
Poi Gustav ricominci a strisciare i piedi. Il peso delle due valigie, soprattutto di quella piena di
taglieri di legno, che il facchino non aveva nemmeno tentato di mettersi in spalla - cosa che
sicuramente non era nelle sue possibilit - aveva ridotto a una mera parvenza l'elasticit dei suoi passi;
ci nonostante, lo spettacolo era di grande effetto, e la folla and in estasi. Ah, il vecchio Gustav! - si
sent di nuovo gridare, e anche Boris, per quanto non abituato a rivolgersi in questo modo al nonno,
url a squarciagola: - Ah, il vecchio Gustav! Il vecchio Gustav!
Di nuovo il vecchio facchino parve udire la voce di Boris in mezzo a quel baccano, e anche se
questa volta non si gir verso di lui - stava fingendo troppo impegno con le sue valigie per poter fare
una cosa simile - i suoi movimenti acquistarono una nuova baldanza. Ricominci a ruotare lentamente
su se stesso, e dalla sua schiena scomparve qualsiasi accenno di scompostezza.
Per un attimo Gustav fu splendido, in equilibrio sul tavolo come una statua, con una valigia
sulla spalla e l'altra all'altezza dell'anca, volteggiando al ritmo dei battimani e della musica.
Poi finse di inciampare, riprendendosi quasi subito, e questa piccola variazione strapp alla
folla un ooh! e altre risate.
A questo punto Boris not un certo trambusto alle sue spalle e vide che i due camerieri erano
tornati e stavano di nuovo trafficando sul pavimento, spingendo via la gente per farsi un po' di spazio.
Erano tutti e due in ginocchio e armeggiavano con qualcosa che sembrava una grossa sacca da golf. I
loro gesti erano bruschi e insofferenti, forse perch le persone che si accalcavano intorno a loro li
urtavano in continuazione con le ginocchia e questo li infastidiva. Boris distolse un attimo gli occhi per
guardare il nonno, e quando si gir di nuovo vide che uno dei camerieri teneva l'apertura della sacca
spalancata, come se bisognasse introdurvi un oggetto voluminoso. In quell'istante dalla folla emerse
l'altro cameriere; camminava a ritroso, trascinando qualcosa sul pavimento e distribuendo a tutti
violenti spintoni. Intrufolandosi nella folla, Boris vide che l'oggetto era un pezzo meccanico. Era
difficile capire - c'erano troppe gambe di mezzo - ma doveva trattarsi di un vecchio motore di
motocicletta, o forse di motoscafo. I due camerieri si sforzarono di ficcarlo nella sacca da golf, tirando
la stoffa gi tesa, dando strattoni alla cerniera lampo. Alzando gli occhi, Boris vide che il nonno
maneggiava ancora con sicurezza le due valigie, e gli sembr che non avesse bisogno di una pausa.
D'altronde, la folla non era intenzionata a concedergliela. Poi Boris not un'improvvisa
animazione intorno a s e vide che i due camerieri avevano issato la sacca da golf sul tavolo.
Per un attimo, mentre la notizia dell'arrivo della borsa passava dalla prima linea alle retrovie, il
baccano aument di intensit. Gustav non si accorse subito della sacca da golf, perch in quel momento
teneva le palpebre ben chiuse per concentrarsi meglio; presto, per, gli incitamenti della folla lo
obbligarono a guardarsi intorno. I suoi occhi si posarono sulla sacca da golf, e per un secondo Gustav
divenne molto serio. Poi sorrise e riprese a girare lentamente su se stesso. Come prima, anche se in
maniera molto meno disinvolta, si scroll dalla spalla la pi leggera delle due valigie e la fece scivolare
lungo il braccio e, mentre la valigia cadeva, riusc, con uno sforzo sovrumano, a sollevare la mano in
modo da scagliarla verso la folla. Poich era molto pi pesante della scatola vuota, la valigia non
descrisse una bella parabola, ma rimbalz sul piano del tavolo prima di finire fra le braccia dei facchini
in prima fila. Anche la valigia, come la scatola, fu inghiottita dalla calca; poi tutti puntarono di nuovo
gli occhi su Gustav e ripresero a cantilenare il suo nome. Il vecchio facchino guard attentamente la
sacca da golf ai suoi piedi. Il momentaneo sollievo di avere una sola valigia - anche se era quella piena
di taglieri di legno - parve ridargli forza. Gustav fece una smorfia di disapprovazione e scosse la testa
con fare dubbioso, con l'effetto di aumentare gli incitamenti da parte della folla.
Boris sent il facchino al suo fianco gridare: - Forza, Gustav, facci vedere!
Gustav, allora, cominci a sollevare la valigia pesante verso la spalla su cui prima aveva quella
leggera. Lo fece con gesti calcolati, a occhi chiusi, mettendo gi un ginocchio per poi tirarsi su
lentamente. Barcoll un paio di volte, poi si piant sulle gambe con la valigia saldamente in spalla e il
braccio libero proteso verso la sacca da golf. Boris fu colto da un'improvvisa paura e url: No!, ma il
suo grido fu soffocato dalla cantilena e dalle risate, dagli ooh e dai gemiti della folla.
- Forza, Gustav! - stava urlando il facchino accanto a lui. Facci vedere di che cosa sei capace!
Faccelo vedere!
- No! No! Nonno! Nonno!
- Ah, il vecchio Gustav! - gridavano parecchie voci. - Forza!
Facci vedere di che cosa sei capace!
- Nonno! Nonno! - Boris allung le braccia sul tavolo per richiamare l'attenzione del nonno, ma
il volto di Gustav era una maschera di feroce determinazione; i suoi occhi fissavano con straordinaria
intensit la cinghia della sacca da golf adagiata sul piano del tavolo. Poi il vecchio facchino cominci
di nuovo a piegarsi, tremando in tutto il corpo per il peso della valigia che aveva in spalla, annaspando
troppo presto con la mano per afferrare la cinghia ancora lontana. Nell'aria si percepiva una nuova
tensione, forse per la sensazione che Gustav stesse finalmente tentando un'impresa superiore persino
alle sue capacit. L'atmosfera, per, rimase festosa, la cantilena incensatoria.
Boris scrut con aria supplice le facce degli adulti che gli stavano intorno, poi scosse il braccio
del facchino pi vicino.
- No! No! Basta cos. Il nonno ha fatto fin troppo!
Il facchino barbuto - perch di lui si trattava - guard stupito il bambino, poi disse ridendo: -
Non preoccuparti, non preoccuparti. Tuo nonno  fantastico. Pu fare questo e molto di pi. Molto di
pi.  fantastico!
- No! Il nonno ha gi fatto fin troppo!
Ma nessuno, nemmeno il facchino barbuto - che per rassicurarlo gli aveva messo un braccio
intorno alle spalle - lo stava ad ascoltare. Perch ormai Gustav era quasi accucciato sul tavolo, con la
mano a pochi centimetri dalla cinghia della sacca da golf.
Finalmente riusc ad afferrarla e, con il corpo ancora rannicchiato, se la pass sulla spalla libera.
Poi si strinse la cinghia al corpo e ricominci a drizzarsi in piedi. Boris grid e picchi il pugno sul
tavolo, e questa volta Gustav lo not. Aveva gi cominciato a distendere le gambe, ma si ferm, e per
un paio di secondi nonno e nipote si fissarono negli occhi.
- No! - Boris scosse il capo. - No. Hai fatto abbastanza.
Forse, in tutto quel baccano, Gustav non sent, ma parve capire i timori del nipote. Gli fece un
rapido cenno con il capo, mentre sul suo volto balenava un sorriso rassicurante. Poi richiuse gli occhi
per concentrarsi.
- No! No! Nonno! - Boris scosse di nuovo il braccio del facchino barbuto.
- Che cosa c'? - gli domand l'uomo, con le lacrime agli occhi dal gran ridere. Poi, senza
attendere una risposta, si gir di nuovo verso Gustav e riprese a cantilenare il suo nome pi forte che
ma.
Gustav continu lentamente a raddrizzarsi. Una volta, due volte, il suo corpo si mise a tremare
come se stesse per crollare. Il volto gli divenne stranamente paonazzo. Le mascelle si serrarono
convulsamente, le guance si deformarono, i muscoli del collo si gonfiarono. Nonostante il chiasso,
avevo l'impressione di udire il suo respiro. Eppure nessun altro all'infuori di Boris sembrava accorgersi
di tutto ci.
- Non preoccuparti, tuo nonno  fantastico! - gli disse il facchino barbuto. - Questo  niente! Lo
fa ogni settimana!
Gustav continu a distendere le gambe, con la sacca da golf appesa a una spalla e la valigia
issata sull'altra, finch fu di nuovo perfettamente dritto, con il volto tremulo ma trionfante.
Per la prima volta dopo parecchi minuti il ritmico battimani si spezz in un boato di applausi e
acclamazioni. Anche i violini attaccarono una melodia pi lenta e pi solenne, adatta al gran finale.
Gustav ruot lentamente, con gli occhi socchiusi, la faccia trasformata in una maschera di dignitosa
sofferenza.
- Basta! Nonno! Fermati! Fermati!
Gustav continu a girare su se stesso, risoluto a mostrare la sua prodezza a ogni occhio presente
nel caff. Poi di colpo qualcosa dentro di lui parve spezzarsi. Il vecchio facchino si arrest
bruscamente, e per un istante oscill piano piano, come un albero nella brezza. Ma subito si riprese e
ricominci a ruotare. Solo quando torn esattamente nel punto in cui si trovava quando si era drizzato
in piedi, solo allora si cal la valigia dalla spalla. La lasci cadere sul tavolo con un gran tonfo,
avendola giudicata troppo pesante per gettarla sulla folla senza il rischio di ferire uno spettatore, poi la
spinse con il piede finch scivol gi fra le braccia dei suoi colleghi in attesa.
La folla lo acclam e applaud, poi un gruppo cominci a cantare una canzone - un'ondeggiante
ballata ungherese - al ritmo della musica suonata dagli zingari. Un numero sempre maggiore di persone
si un al coro, e presto l'intera sala si mise a cantare.
Sul tavolo, Gustav si liber della sacca da golf, che cadde ai suoi piedi con un colpo metallico.
Questa volta non tent di spingerla verso la folla; si limit ad alzare brevemente le braccia sopra la
testa - un gesto che parve costargli un'immensa fatica - poi si affrett a scendere dal tavolo. Molte mani
si protesero per aiutarlo, e Boris vide il nonno calarsi sano e salvo sul pavimento.
Ormai tutti sembravano impegnati solo a cantare. La ballata aveva un che di dolce e nostalgico,
e qui e l la gente cominci a prendersi sottobraccio e a ondeggiare. Uno dei violinisti zigani si
arrampic sul tavolo, subito imitato da un secondo, e un attimo dopo i due dirigevano l'intera sala,
dondolando il corpo a tempo con la musica mentre suonavano i loro strumenti.
Boris si fece largo tra la folla per raggiungere il nonno, che stava prendendo fiato. Stranamente,
anche se fino a pochi secondi prima Gustav era stato al centro degli sguardi di tutti, nessuno parve
prestare molta attenzione quando nonno e nipote si abbracciarono affettuosamente, con gli occhi chiusi,
senza neppure tentare di nascondere l'uno all'altro il proprio immenso sollievo. Dopo un lungo
momento, Gustav chin la testa e sorrise a Boris, ma il bambino continu a tenerlo stretto stretto, senza
aprire gli occhi.
- Boris, - disse Gustav. - Boris. Devi promettermi una cosa.
Come unica risposta il bambino continu a stringere il nonno.
- Boris, ascoltami. Tu sei un bravo bambino. Se mai dovesse capitarmi qualcosa... se mai
dovesse... bisogna che tu prenda il mio posto. Vedi, tua madre e tuo padre sono delle ottime persone.
Ma a volte si lasciano sopraffare dalle difficolt. Non sono forti come te o me. Quindi, se mi
capita qualcosa e non ci sono pi, l'uomo forte devi essere tu. Devi badare a tua madre e tuo padre, dare
forza alla famiglia, tenerla unita -. Gustav si sciolse dall'abbraccio di Boris e gli sorrise. - Me lo
prometti, vero, Boris?
Il bambino parve riflettere, poi annu gravemente. Un attimo dopo nonno e nipote furono
inghiottiti dalla folla e non riuscii pi a vederli. Qualcuno mi stava tirando per la manica, implorandomi
di prenderlo a braccetto e di unirmi al coro.
Alzando gli occhi, vidi che gli altri violinisti avevano raggiunto i primi due sul tavolo e che
l'intera sala sembrava ruotare intorno a loro, unita nella canzone. Nel caff era entrata molta altra gente,
e la sala era diventata una massa compatta di corpi. La porta che dava sulla piazza era ancora aperta, e
notai che anche l fuori la gente ondeggiava e cantava al buio. Presi a braccetto un omone -
all'apparenza un facchino e una grassa signora che probabilmente era riuscita a infilarsi dentro dalla
piazza e cominciai a girare in tondo per il caff con quei due al mio fianco. Non conoscevo la canzone,
ma presto mi accorsi che gran parte dei presenti erano nelle mie stesse condizioni, anzi non avevano
alcuna familiarit con la lingua ungherese. Si limitavano a cantare vaghe approssimazioni di quelle che
immaginavano fossero le parole del testo. L'uomo e la donna che avevo accanto a me, per esempio,
cantavano cose completamente diverse, senza alcun imbarazzo o incertezza. Anzi, prestando un attimo
d'attenzione, scoprii che tutti e due cantavano parole senza senso; nessuno sembrava darvi importanza,
e presto anch'io mi lasciai trascinare dall'atmosfera e cominciai a cantare, inventandomi parole dal vago
suono ungherese. Con mia gran meraviglia, il trucco funzion - scoprii che le parole mi uscivano di
bocca sempre pi numerose con gratificante facilit e un attimo dopo stavo cantando anch'io con
grande sentimento.
Poi, dopo forse venti minuti, vidi che la folla cominciava finalmente a diradarsi. I camerieri si
misero a spazzare per terra e a rimettere a posto i tavoli del caff. Ma il gruppo di cui facevo parte, che
continuava a girare per la sala tenendosi a braccetto e cantando appassionatamente, era ancora piuttosto
numeroso. Anche gli zingari erano rimasti sul tavolo, e non sembravano intenzionati a smettere di
suonare. Mentre giravo in tondo trascinato dai miei compagni, che con garbo mi tiravano da una parte e
mi spingevano dall'altra, mi sentii battere sulla schiena. Girandomi, vidi l'uomo allampanato che avevo
preso per il padrone del caff. Mi stava sorridendo, e mentre proseguivo il mio girotondo ondeggiante
mi venne cortesemente dietro, strascicando i piedi con la schiena un po' curva in una posizione che mi
ricord Groucho Marx.
- Signor Ryder, ha la faccia stanca, - mi url nell'orecchio, ma il canto era cos assordante che lo
udii a stento. - E l'aspetta una serata molto lunga e importante. Non vuole riposarsi qualche minuto? Sul
retro abbiamo una stanza accogliente; mia moglie le ha preparato il divano con coperte e guanciali e ha
acceso la stufetta a gas. Vedr che star comodissimo. Potrebbe raggomitolarsi e dormire qualche
minuto. La stanza  piccola,  vero, ma d sul retro ed  molto silenziosa.
Nessuno verr a disturbarla, ci penseremo noi. Vedr che star comodissimo. Davvero, signor
Ryder, credo che dovrebbe approfittare del poco tempo che le resta prima dell'inizio della serata. La
prego, venga da questa parte. Ha una faccia cos stanca.
Sebbene mi stessi godendo il canto e la compagnia, mi resi conto di essere davvero stremato. Il
consiglio non era privo di buon senso. Anzi, quanto pi ci pensavo, tanto pi l'idea di un riposino mi
allettava. Il padrone del caff continuava a venirmi dietro strascicando i piedi; cominciai a provare una
profonda gratitudine nei suoi confronti, non solo per la sua gentile offerta, ma per averci messo a
disposizione quel magnifico caff e per la sua generosit verso i facchini - una categoria di persone
ovviamente sottovalutata dalla comunit. Liberai le braccia e sorrisi in segno di saluto alle persone che
mi stavano a fianco. Poi il padrone mi mise una mano sulla spalla e mi guid verso una porta in fondo
al caff.
Attraversata una stanza buia, dove scorsi pile di cassette ammonticchiate contro le pareti, apr
un'altra porta, dalla quale filtrava una luce tenue e calda.
- Ecco qua, - disse il padrone, facendomi segno di entrare. Si distenda sul divano e si rilassi.
Tenga chiusa questa porta, e se ha caldo abbassi la stufetta a gas mettendola sul minimo. Non si
preoccupi,  assolutamente sicura.
La fiamma della stufa era l'unica fonte di luce nella stanza.
Nel bagliore aranciato scorsi il divano, che aveva un non sgradevole odore di muffa, e prima
che me ne accorgessi la porta si richiuse e io rimasi solo. Mi distesi sul divano, che era lungo a
sufficienza solo a patto di rannicchiare le gambe, poi mi tirai sulle spalle la coperta che la moglie del
padrone mi aveva preparato.
...
.
...
Parte quarta.
...
.
...
28.
.
Mi svegliai con la spaventosa sensazione di avere dormito troppo a lungo. Il mio primo pensiero
fu che fosse gi mattina, e temetti di essermi perso l'intera serata. Ma quando mi misi a sedere sul
divano vidi che intorno a me, tolto il bagliore della stufa a gas, tutto era ancora immerso nell'oscurit.
Andai alla finestra e scostai la tenda. Vidi un angusto cortiletto ingombro di bidoni della
spazzatura. Una luce lasciata accesa da qualche parte lo illuminava fiocamente, ma ebbi l'impressione
che il cielo non fosse pi completamente buio. Di nuovo temetti che l'alba fosse vicina. Lasciando
ricadere la tenda, mi diressi verso la porta, rimpiangendo amaramente di avere dato ascolto al padrone
del caff quando mi aveva offerto un posto per riposare.
Entrai nella piccola stanza di comunicazione, dove in precedenza avevo visto pile di mercanzie
contro i muri. Faceva buio pesto, e per due volte, mentre cercavo a tentoni la porta, urtai contro
qualcosa di duro. Finalmente sbucai nella sala principale del caff, dove non molto tempo prima
avevamo ballato e cantato cos piacevolmente. Dalle finestre che davano sulla piazza filtrava un po' di
luce, che permetteva di distinguere le forme caotiche delle sedie impilate sui tavoli. Destreggiandomi
fra gli ostacoli, andai alla porta e guardai attraverso i vetri.
Fuori tutto era immobile. La tenue luce che entrava nel caff proveniva dal solitario lampione in
mezzo alla piazza vuota, ma di nuovo mi parve di scorgere in cielo i primi indizi dell'alba.
Mentre contemplavo la piazza, mi sentii invadere dalla rabbia. Mi resi conto di avere lasciato
che troppe cose mi distraessero dai miei obiettivi principali, al punto che avevo dormito per buona
parte di una delle serate pi importanti della mia vita. Poi la rabbia si mescol alla disperazione, e fui
sul punto di mettermi a piangere.
Tuttavia, mentre scrutavo il cielo notturno, cominciai a domandarmi se i presagi dell'alba non
fossero frutto della mia fantasia. Infatti, ora che lo stavo studiando pi attentamente, mi accorsi che il
cielo era ancora nerissimo; mi venne il dubbio che non fosse poi cos tardi. Era inutile lasciarsi
prendere dal panico. Per quel che ne sapevo, potevo ancora arrivare al palazzo dei concerti in tempo
per assistere a gran parte della serata, e sicuramente per dare il mio contributo.
Nel frattempo mi ero messo a scuotere la porta distrattamente.
Solo allora notai la sfilza di chiavistelli; li feci scorrere a uno a uno e uscii nella piazza.
L'aria mi parve magnificamente rinfrescante dopo l'odore di chiuso del caff, e se avessi avuto
meno fretta sarei rimasto volentieri a passeggiare nella piazza per schiarirmi le idee.
Invece, partii risoluto in cerca del palazzo dei concerti.
Per parecchi minuti camminai come una furia per le strade deserte, passando davanti a caff e
negozi chiusi, senza mai scorgere la cupola. Alla luce dei lampioni la citt vecchia era senza dubbio
affascinante, ma quanto pi procedevo, tanto pi stentavo a reprimere il panico. Mi ero aspettato, non
del tutto irragionevolmente, di incontrare un tass a caccia di clienti notturni; o almeno qualche
passante uscito da un locale notturno cui chiedere indicazioni. Ma tolti i gatti randagi, sembravo l'unica
creatura sveglia nel raggio di chilometri.
Attraversai le rotaie di una tranvia, poi m'incamminai lungo l'argine di un canale. Sull'acqua
soffiava un vento gelido, e dopo un po', dato che il palazzo dei concerti sembrava sparito nel nulla, non
riuscii pi a scacciare la sensazione di essermi perso. Avevo deciso di tentare una traversa poco pi
avanti - una viuzza che si diramava ad angolo acuto - quando udii un rumore di passi e vidi una donna
sbucare proprio di l.
Ero ormai cos abituato all'idea che le strade fossero deserte che a quella vista mi fermai di
botto. Lo stupore era accentuato dal fatto che la donna indossava un ondeggiante vestito da sera.
Anche lei esit, poi parve riconoscermi e mi venne incontro con un sorriso. Quando arriv sotto
la luce dei lampioni, vidi che era prossima alla cinquantina; forse l'aveva addirittura superata. Sebbene
fosse grassottella, si muoveva con notevole grazia.
- Buona sera, signora, - dissi. - Chiss se pu aiutarmi. Cerco il palazzo dei concerti. Sto
andando nella direzione giusta?
La donna mi era ormai giunta accanto. Sorridendo di nuovo, disse: - No, veramente il palazzo si
trova da quella parte. Vengo giusto di l. Stavo prendendo un po' d'aria, ma l'accompagner volentieri,
signor Ryder. Sempre che non abbia nulla in contrario, naturalmente.
- Mi farebbe un enorme piacere, signora. Ma non voglio interrompere la sua passeggiata.
- No, no.  quasi un'ora che cammino. Devo tornare anch'io.
Avrei fatto meglio a prendermela con calma e ad arrivare con tutti gli altri invitati. Ma
scioccamente mi ero messa in testa di dover assistere ai preparativi, caso mai ci fosse stato bisogno di
me. Naturalmente, non c'era niente che potessi fare.
Ma la prego di scusarmi, signor Ryder, non mi sono presentata.
Sono Christine Hoffman. Mio marito  il direttore del suo albergo.
- Lieto di conoscerla, signora Hoffman. Suo marito mi ha parlato molto di lei.
Mi pentii di questa osservazione non appena mi usc di bocca.
Lanciai un'occhiata alla signora Hoffman, ma il suo volto era di nuovo nella penombra.
- Da questa parte, signor Ryder, - disse la donna. - Non siamo lontani.
Mentre ci incamminavamo, le maniche del suo vestito da sera si gonfiarono. Tossii e domandai:
- Devo dedurre, da ci che ha detto, che al palazzo dei concerti la serata non  ancora in pieno
svolgimento, signora Hoffman? E che gli invitati non sono ancora arrivati?
- Gli invitati? Oh, no. Non credo che nessuno arriver prima di un'altra ora.
- Ah. Bene.
Continuammo senza fretta lungo il canale, girandoci di tanto in tanto a contemplare il riflesso
dei lampioni sull'acqua.
- Mi chiedevo, signor Ryder, - disse finalmente la signora Hoffman, - se mio marito, quando le
ha parlato di me, le ha dato l'impressione che io fossi... ecco, una persona un po' fredda. Mi chiedevo se
le ha dato questa impressione.
Proruppi in una breve risata. - Suo marito, signora Hoffman, mi ha dato soprattutto
l'impressione di essere una persona estremamente devota a lei.
La donna continu a camminare in silenzio, e mi venne il dubbio che non avesse udito la mia
risposta. Dopo un po' disse: - Quand'ero giovane, signor Ryder, nessuno si sarebbe mai sognato di
descrivermi come una persona fredda. Le assicuro che da bambina ero tutt'altro che fredda. E nemmeno
oggi riesco a vedermi cos.
Borbottai qualcosa di vagamente diplomatico. Poi, mentre lasciavamo il canale per imboccare
una stretta via laterale, vidi finalmente la cupola del palazzo dei concerti, illuminata sullo sfondo nero
del cielo.
- Ancora adesso, la mattina presto, - disse accanto a me la signora Hoffman, - faccio strani
sogni. Solo la mattina presto.
Sono sempre sogni sulla... sulla tenerezza. Non vi succede quasi nulla, di solito si tratta di
semplici frammenti. Magari osservo mio figlio Stephan. Lo osservo mentre gioca in giardino. Un
tempo, quando lui era piccolo, eravamo molto vicini, signor Ryder. Lo consolavo, partecipavo ai suoi
piccoli trionfi. Ah, com'eravamo vicini quando lui era piccolo. Talvolta il sogno riguarda mio marito.
L'altra mattina ho sognato che stavamo disfacendo una valigia insieme. Eravamo in una stanza e
mettevamo le cose sul letto. Forse eravamo in un albergo all'estero, forse a casa nostra. Ma la cosa
importante era che stavamo disfacendo i bagagli insieme, e che ci sentivamo... ci sentivamo bene...
lavoravamo gomito a gomito. Tirava fuori qualcosa lui, poi tiravo fuori qualcosa io. E intanto
chiacchieravamo, di nulla in particolare, una banale conversazione mentre svuotavamo la valigia.
Questo sogno l'ho fatto non pi tardi dell'altra mattina. Poi mi sono svegliata e sono rimasta a letto a
guardare la luce dell'alba che filtrava attraverso le tende, con una gran felicit in cuore. Mi sono detta
che presto le cose sarebbero andate davvero cos. Che forse quel giorno stesso avremmo vissuto un
istante simile. Non c'era bisogno che disfacessimo una valigia, naturalmente. Ma qualcosa, avremmo
fatto qualcosa proprio quel giorno; la possibilit c'era. Mi sono riaddormentata con questo pensiero e
con una gran felicit in cuore. Poi  arrivata la mattina.  strano, signor Ryder, tutte le volte  la stessa
storia. Non appena la giornata comincia, interviene quest'altra cosa, questa forza, che arriva e prende il
sopravvento. E per quanto m'impegni, i nostri rapporti imboccano una strada diversa da quella che
vorrei. Io lotto contro questa dannazione, signor Ryder, ma in tutti questi anni non ho fatto che perdere
terreno. E...  pi forte di me. Mio marito ce la mette tutta, cerca di aiutarmi, ma  inutile. Quando
scendo a colazione, tutto ci che ho provato in sogno  gi sparito da un pezzo.
Alcune automobili posteggiate sul marciapiede ci costrinsero a camminare in fila indiana, e la
signora Hoffman mi precedette di qualche passo. Quando fui di nuovo al suo fianco, le domandai: -
Che cosa pensa che sia questa forza?
La donna si mise improvvisamente a ridere. - Non avevo intenzione di fargliela sembrare una
cosa cos soprannaturale, signor Ryder. Ovviamente, la risposta pi semplice sarebbe che all'origine di
tutto c' il signor Christoff. Io stessa, per un po', l'ho pensato, e certamente mio marito ne  ancora
convinto.
Come molti altri in questa citt credevo che sarebbe bastato sostituire nei nostri affetti il signor
Christoff con qualcuno di meno fatuo. Ma ultimamente non ne sono pi cos sicura. Comincio a
pensare che possa dipendere da me. Che sia come una specie di malattia. O che faccia parte del
processo di invecchiamento. In fondo, tutti invecchiamo, e certe parti di noi cominciano a morire. Forse
cominciamo a morire anche spiritualmente. Pensa che sia possibile, signor Ryder? Ho una grande
paura, sa, una grande paura che la verit sia questa. Che dopo avere dato il benservito al signor
Christoff scopriremo, nel mio caso particolare almeno, che non  cambiato nulla.
Svoltammo in un'altra via. Dato che i marciapiedi erano molo stretti, ci spostammo in mezzo
alla carreggiata. Ebbi l'impressione che la signora Hoffman si aspettasse una risposta, e dopo un po'
dissi: - Secondo me, di l dagli effetti dell'invecchiamento,  fondamentale che lei non si abbatta, che
non si arrenda a questa... la chiami come vuole.
La signora Hoffman alz lo sguardo verso il cielo notturno e per un po' cammin senza
ribattere. Poi disse: - Sa, a proposito di questi sogni incantevoli che faccio la mattina presto...
Spesso, quando vedo che la giornata comincia e i sogni non si realizzano, mi amareggio e do la
colpa a me stessa. Ma le assicuro che non mi sono ancora arresa, signor Ryder. Se capitolassi,
resterebbe ben poco nella mia vita. Per il momento mi rifiuto di abbandonare i miei sogni. Non ho
ancora rinunciato ad avere una famiglia unita e affettuosa. Ma non  solo per questo. Vede, signor
Ryder, forse sono una sciocca a farmi di queste illusioni, e la prego di dirmi che cosa ne pensa. Ma un
giorno spero di smascherarla questa... questa cosa. S, spero di smascherarla, e allora non mi importer
pi di nulla; tutti questi anni di lento logorio saranno spazzati via. Ho la sensazione che basterebbe un
istante, anche minuscolo, purch sia quello giusto. Come se una corda si spezzasse all'improvviso, e
uno spesso sipario cadesse a terra rivelando un mondo interamente nuovo, un mondo pieno di luce e di
calore. Signor Ryder, perch fa quella faccia incredula? Sono davvero matta a sperare in una cosa
simile? A sperare che, anche se sono passati tanti anni, un solo istante, l'istante giusto, possa cambiare
tutto?
Ci che la donna aveva preso per incredulit era tutt'altra cosa. Mentre parlava, mi ero ricordato
dell'imminente esibizione al pianoforte di Stephan, e senza dubbio non avevo saputo nascondere la mia
eccitazione. Forse un po' troppo precipitosamente le dissi: - Signora Hoffman, non voglio darle false
speranze. Ma  possibile, solo possibile, che molto presto le capiti qualcosa, un'esperienza che potrebbe
essere proprio l'istante di cui mi stava parlando.  possibile che questo istante si presenti
nell'immediato futuro. Che le capiti qualcosa di stupefacente, che la costringer a riesaminare tutto
sotto una luce nuova e migliore. Qualcosa che sicuramente spazzer via questi anni di patimenti. Non
voglio darle false speranze; dico solo che la possibilit esiste. Il fatidico istante potrebbe presentarsi
addirittura questa sera, quindi  essenziale che lei non si abbatta.
Mi fermai, improvvisamente consapevole che stavo tentando il destino. In fondo, anche se quel
poco che avevo sentito di Stephan mi aveva colpito, c'era sempre il rischio che il ragazzo crollasse per
effetto della tensione. Anzi, ripensandoci, mi pentii di essermi lasciato andare a simili dichiarazioni.
Tuttavia, quando guardai la signora Hoffman, mi accorsi che le mie parole non l'avevano n
meravigliata n eccitata. Dopo qualche istante, la donna disse: - Poco fa, signor Ryder, quando mi ha
trovata a passeggio per queste strade, non stavo semplicemente prendendo una boccata d'aria, come le
ho fatto credere. Cercavo di prepararmi. Perch naturalmente anch'io ho pensato alla possibilit cui mi
ha accennato lei. S, in una notte come questa sono possibili molte cose. Dunque mi stavo preparando.
E non ho ritegno a confessarle che in questo momento sono un po' spaventata. Perch vede, in passato,
anche se raramente, questi attimi si sono gi presentati, e io non sono stata abbastanza forte per
afferrarli.
Chi pu dire quante occasioni avr ancora? Per questo, signor Ryder, stavo facendo del mio
meglio per prepararmi. Oh, eccoci arrivati. Questo  il retro dell'edificio. Di qui si va nelle cucine.
L'accompagno all'ingresso degli artisti, ma io non entrer con lei. Credo di avere ancora bisogno di
prendere un po' d'aria.
- Sono felice di averla conosciuta, signora Hoffman.  stata molto gentile ad accompagnarmi in
un momento per lei cos delicato. Spero che questa sera tutto vada per il meglio.
- Grazie, signor Ryder. Sono sicura che anche lei ha da pensare a tante cose.  stato un vero
piacere conoscerla.
...
.
...
29.
.
Mentre la signora Hoffman spariva nella notte, mi girai e mi affrettai verso la porta che mi
aveva indicato. Lo feci dicendomi che il falso allarme di poc'anzi doveva servirmi da lezione; era
assolutamente indispensabile evitare qualunque cosa potesse distrarmi dagli importantissimi impegni
che mi attendevano. In realt, in quel momento, mentre finalmente entravo nel palazzo dei concerti,
tutto mi parve all'improvviso molto semplice.
L'unica cosa che contava era che dopo tutti questi anni avrei suonato di nuovo davanti ai miei
genitori. Il primo obiettivo, quindi, era i quello di suonare nella maniera pi strabiliante e irresistibile di
cui fossi capace. Al confronto, persino l'intermezzo con le domande e le risposte passava in
second'ordine. Tutti i contrattempi e i disguidi dei giorni precedenti si sarebbero rivelati privi di
importanza, purch quella sera riuscissi a conseguire il mio scopo principale.
L'ampia porta bianca era debolmente illuminata dall'alto da un'unica lampadina. Per aprirla
dovetti spingere con tutto il mio peso, tanto che entrando incespicai leggermente.
Sebbene la signora Hoffman mi avesse assicurato che quella era l'entrata degli artisti, la mia
prima impressione fu di essere finito lo stesso nelle cucine. Mi trovavo in un corridoio largo e spoglio,
crudamente illuminato da tubi fluorescenti applicati al soffitto. Da ogni parte mi giungeva il suono di
voci che chiamavano e urlavano, il fragore di pesanti oggetti metallici, il sibilo di acqua e vapore.
Proprio davanti a me c'era un carrello portavivande con due individui in uniforme che litigavano
selvaggiamente. Uno dei due teneva in mano una lunga striscia di carta che arrivava quasi a terra e la
colpiva ripetutamente con la punta del dito. Pensai di interromperli per chiedere dove fosse Hoffman -
dato che innanzitutto volevo esaminare l'auditorium e il pianoforte, prima che arrivasse il pubblico - ma
i due sembravano cos presi dal loro litigio che decisi di proseguire oltre.
Il corridoio curvava gradualmente. Incontrai parecchie persone, ma mi sembrarono tutte
indaffaratissime e di cattivo umore. La maggior parte, vestita in uniforme bianca, andava di qui e di l
con la faccia preoccupata, portando pesanti sacchi o spingendo carrelli. Sentendomi poco invogliato a
fermarne una, continuai lungo il corridoio, presumendo che prima o poi sarei arrivato in un'altra parte
dell'edificio, dove avrei trovato i camerini - e con un po' di fortuna Hoffman o qualcuno che potesse
farmi visitare l'auditorium. Poi, per, sentii alle mie spalle una voce che mi chiamava per nome;
voltandomi, vidi un uomo correre verso di me. Aveva un aspetto familiare, e un attimo dopo riconobbi
il facchino barbuto che quella sera aveva aperto le danze nel caff.
- Signor Ryder, - mi disse ansimando, - grazie al cielo l'ho trovata. Finalmente.  la terza volta
che faccio il giro dell'edificio. Ha una fibra d'acciaio, ma abbiamo fretta di portarlo in ospedale, e lui
dice che non si muover se prima non parla con lei. La prego, da questa parte. Per fortuna ha una fibra
d'acciaio, che Dio lo benedica.
- Chi ha una fibra d'acciaio? Che cosa  successo?
- Da questa parte, signor Ryder. Meglio spicciarci, se non le dispiace. Mi scusi, non le ho
spiegato. Gustav si  sentito male.
Io non c'ero quando  successo, ma ci hanno avvertiti due dei ragazzi, Wilhelm e Hubert, che
erano venuti a dare una mano per i preparativi di questa sera e lavoravano con lui. Naturalmente,
appena l'ho saputo sono corso qui, e cos hanno fatto tutti gli altri. Pare che Gustav stesse lavorando di
buona lena, ma a un certo punto  andato al gabinetto e non  pi uscito. Visto che non  da lui
comportarsi cos, Wilhelm  entrato a dare un'occhiata. E pare che abbia trovato Gustav chino su un
lavabo.
Non stava ancora molto male; ha detto a Wilhelm che gli girava un po' la testa, tutto l, e che
non era il caso di agitarsi.
Wilhelm, fatto com', non sapeva che pesci prendere, anche perch Gustav gli aveva detto di
stare calmo, cos  andato a chiamare Hubert. Hubert ha dato un'occhiata a Gustav e ha deciso che
bisognava sdraiarlo da qualche parte. Cos si sono messi uno da una parte e uno dall'altra per aiutarlo, e
in quel momento si sono accorti che Gustav era svenuto in piedi. Si era aggrappato ai lati del lavabo, e
li stringeva con tale forza che hanno dovuto staccargli le dita a una a una, cos almeno dice Wilhelm.
Poi Gustav si  un po' riavuto, e i ragazzi l'hanno portato fuori di l sostenendolo per le braccia.
Gustav ha ricominciato a dire che non c'era bisogno di agitarsi, che stava benone e poteva riprendere a
lavorare. Ma Hubert non gli ha dato retta e l'ha sistemato in un camerino, uno di quelli vuoti.
Il facchino mi precedeva per il corridoio camminando di buon passo; non aveva cessato un
istante di parlarmi con la testa voltata verso di me, ma a un certo punto dovette interrompersi per
schivare un carrello.
- Questo  un bel guaio, - dissi. - Quando  successo, esattamente?
- Credo un paio di ore fa. Sulle prime Gustav non sembrava cos grave; sosteneva di avere solo
bisogno di qualche minuto per riprendere fiato. Hubert per era preoccupato e ci ha avvertiti, e un
attimo dopo eravamo tutti qui, dal primo all'ultimo. Abbiamo trovato un materasso su cui farlo sdraiare
e una coperta, poi ci  sembrato che peggiorasse; allora ne abbiamo discusso e ci siamo detti che
Gustav aveva bisogno di assistenza. Ma lui non ha voluto saperne; sul pi bello si  incaponito e ha
detto che doveva parlarle. Cocciuto come un mulo. Ha detto che in ospedale ci andr, se proprio
vogliamo, ma non prima di avere parlato con lei. Lo vedevamo peggiorare sotto i nostri occhi, ma non
c'era verso di farlo ragionare, signor Ryder, cos abbiamo cominciato a cercarla. Grazie a Dio, l'ho
trovata. Gustav  l, nell'ultimo camerino in fondo al corridoio.
Avevo pensato che il corridoio facesse il giro completo, invece vidi che finiva poco pi avanti
contro un muro color panna.
L'ultima porta prima del muro era socchiusa; fermandosi sulla soglia, il facchino barbuto sbirci
cautamente dentro la stanza.
Poi mi fece cenno di seguirlo ed entr.
Ammassate dietro la porta c'erano una dozzina di persone, che si girarono verso di noi e si
fecero subito da parte. Immaginai che fossero gli altri facchini, ma non mi soffermai a controllare,
perch i miei occhi furono attratti dalla figura di Gustav, sdraiata in fondo alla stanzetta.
Il vecchio facchino giaceva su un materasso steso sul pavimento di piastrelle, con una coperta
addosso. Uno dei suoi colleghi si era accucciato accanto a lui e gli stava parlando sottovoce, ma quando
mi vide si alz. In un attimo la stanza si svuot, la porta si chiuse e io rimasi solo con Gustav.
Il minuscolo camerino non aveva mobili, nemmeno una sedia di legno. Era anche privo di
finestre, e, sebbene dalla griglia di aerazione vicino al soffitto provenisse un lieve ronzio, l'aria sapeva
di chiuso. Il pavimento era freddo e duro, e la lampada sopra la nostra testa era stata spenta o non
funzionava; l'unica fonte di luce erano le lampadine disposte intorno allo specchio per il trucco. Ci
vedevo abbastanza, per, per accorgermi che la faccia di Gustav aveva assunto una strana tonalit di
grigio. Il vecchio giaceva supino, perfettamente immobile; solo di tanto in tanto s'inarcava all'indietro,
affondando ancora di pi la testa nel materasso, come se il suo corpo fosse investito da un'onda.
Quando ero entrato mi aveva sorriso, ma non aveva aperto bocca, senza dubbio risparmiandosi
per il momento in cui saremmo rimasti soli. Ora, con voce flebile ma per il resto incredibilmente
serena, mi disse: - Mi spiace molto averla trascinata fin qui, signor Ryder.  la seccatura peggiore che
potesse capitarmi, e per di pi questa sera, quando sta per renderci un grande favore.
- S, s, - mi affrettai a interromperlo, - ma mi dica, come si sente? - Mi accovacciai accanto a lui.
- Credo di essere piuttosto mal messo. E penso che dovr andare in ospedale per fare qualche controllo.
Gustav tacque, mentre un'altra onda lo investiva; per qualche secondo sul materasso si svolse
una lotta silenziosa, durante la quale il vecchio facchino tenne gli occhi chiusi. Poi li riapr e continu: -
Avevo bisogno di parlarle, signor Ryder. Devo dirle una cosa.
- Voglio subito assicurarle, - dissi, - che terr fede all'impegno preso. Anzi, sono ansioso di
dimostrare a tutti coloro che si riuniranno qui questa sera le ingiustizie che voi facchini avete dovuto
sopportare in questi anni. Sono intenzionatissimo a mettere in evidenza i numerosi malintesi...
Mi fermai, perch mi accorsi che Gustav stava cercando di attirare la mia attenzione.
- Non ho mai dubitato un istante, signor Ryder, - disse il facchino dopo una pausa, - che
avrebbe mantenuto la sua parola.
Le sono molto riconoscente per avere preso le nostre parti. Ma  di qualcos'altro che desidero
parlarle -. Gustav fece di nuovo una pausa, e sotto la coperta cominci un'altra battaglia silenziosa.
- Veramente, - dissi, - mi chiedo se non sarebbe saggio andare di filato in ospedale...
- No, no. La prego. Se mi portano in ospedale, be', dopo potrebbe essere troppo tardi. Vede, 
giunto il momento che io parli a Sophie. S devo assolutamente parlarle. So che questa sera ha ben altro
cui pensare, signor Ryder, ma vede, tolto lei, nessuno sa niente della situazione fra me e Sophie, della
nostra intesa. Mi rendo conto di chiederle molto, ma non potrebbe cercarla e spiegarle come stanno le
cose? Non c' nessun altro che possa farlo.
- Mi scusi, - dissi, sinceramente confuso. - Spiegarle che cosa, di preciso?
- Spiegarle perch la nostra intesa... insomma, perch debba finire proprio adesso. Non sar
facile convincerla dopo tutti questi anni. Ma se lei ci provasse, se riuscisse a farle capire perch
dobbiamo cercare di mettere fine all'intesa... Mi rendo conto di chiederle molto, ma ci vuole ancora un
po' prima che la chiamino in scena. E, come le dico, lei  l'unico che sappia...
La frase gli mor sulle labbra, mentre un'altra ondata di dolore investiva il suo corpo. Mi accorsi
che sotto la coperta i suoi muscoli si tendevano allo spasimo per resistere; ma questa volta Gustav
continu a fissarmi in volto, riuscendo a tenere gli occhi aperti nonostante il violento tremito. Quando
finalmente si rilass di nuovo, dissi: -  vero, ho ancora un po' di tempo. D'accordo, vedr che cosa
posso fare. Cercher di spiegarle. In ogni caso, gliela porter qui il pi in fretta possibile. Ma spero
proprio che lei si riprenda presto, e che i suoi timori sulle sue condizioni di salute si rivelino infondati...
- La prego, signor Ryder, me la porti qui, faccia in fretta.
Intanto io cercher di tenere duro...
- S, s, vado subito. Non si agiti, ci metter pochissimo.
Mi alzai in piedi e mi diressi verso la porta. Ero quasi sulla soglia, quando mi venne in mente
una cosa. Mi girai e tornai dalla figura distesa sul pavimento.
- Boris, - dissi, accovacciandomi di nuovo. - Che cosa devo fare di Boris? Porto qui anche lui?
Gustav mi guard, poi trasse un profondo respiro e chiuse gli occhi. Dopo qualche istante,
vedendo che si ostinava a non parlare, aggiunsi: - Forse  meglio che non la veda in queste... in queste
condizioni.
Gustav rimase zitto, con gli occhi chiusi, ma mi parve di cogliere un lievissimo cenno
affermativo.
- In fondo, - continuai, - si  creato una certa immagine di lei, e forse  meglio che la ricordi
cos. Non crede?
Questa volta Gustav annu pi risolutamente.
- Ho pensato che fosse meglio chiederglielo, - dissi, alzandomi di nuovo in piedi. - D'accordo,
le porter solo Sophie. Vado e torno.
Andai verso la porta, e stavo gi girando la maniglia quando Gustav url all'improvviso: -
Signor Ryder!
Non solo mi aveva chiamato in tono sorprendentemente alto, ma nella sua voce c'era una tale
veemenza che stentai a credere che potesse venire da lui. Quando mi voltai, aveva di nuovo gli occhi
chiusi e sembrava immobile. Mi avvicinai con un po' di apprensione, ma Gustav riapr le palpebre e mi
fiss.
- Porti anche Boris, - disse con un filo di voce. - Non  pi un bambino. Che mi veda pure in
questo stato. Deve imparare a conoscere la vita. Imparare ad affrontarla.
Gli occhi si richiusero, e vedendo che la sua faccia si tendeva, pensai che Gustav fosse colpito
da un altro accesso di dolore. Ma questa volta c'era qualcosa di diverso; preoccupato, guardai meglio e
mi accorsi che il vecchio stava piangendo.
Rimasi un momento a osservarlo senza sapere che cosa fare, poi gli sfiorai una spalla.
- Ci metter pochissimo, - sussurrai.
Quando uscii dal camerino, gli altri facchini, radunati davanti alla porta, si girarono verso di me
con la faccia ansiosa. Mi feci largo fra loro, dicendo con fermezza: - Signori, vi prego di avere cura di
lui. Bisogna che mi occupi di un'urgente richiesta di Gustav, quindi vi prego di scusarmi.
Qualcuno cerc di rivolgermi una domanda, ma io passai oltre senza fermarmi.
Avevo intenzione di trovare Hoffman e di chiedergli di accompagnarmi immediatamente a casa
di Sophie in macchina. Ma un attimo dopo, mentre avanzavo a grandi passi per il corridoio, mi resi
conto che non avevo la minima idea di dove fosse il direttore dell'albergo. Inoltre, il corridoio aveva un
aspetto molto diverso da quando l'avevo percorso in compagnia del facchino barbuto. In giro si vedeva
ancora qualche carrello, ma adesso il corridoio era invaso soprattutto da persone che potevo solo
supporre facessero parte dell'orchestra ospite. Ai miei lati erano comparse due lunghe file di camerini,
molti dei quali con la porta aperta; i musicisti conversavano e ridevano a gruppetti di due o tre,
chiamandosi a gran voce da una parte all'altra del corridoio. Di tanto in tanto passavo davanti a una
porta chiusa da cui veniva il suono di uno strumento, ma nell'insieme l'atmosfera mi parve stranamente
frivola. Stavo per fermarmi a chiedere a uno dei musicisti dove potessi trovare Hoffman, quando scorsi
il direttore dell'albergo attraverso lo spiraglio di una porta semiaperta. Mi avvicinai e la aprii un po' di
pi.
Hoffman si stava esaminando attentamente davanti a uno specchio a muro. Indossava un abito
da cerimonia, e notai che si era truccato in maniera esagerata, tanto che un po' di cipria gli era finita
sulle spalle e sui risvolti della marsina. Borbottava qualcosa sottovoce, senza staccare gli occhi dalla
propria immagine riflessa. Poi, mentre lo osservavo dalla soglia, fece una cosa curiosa. Piegandosi
improvvisamente in avanti ad angolo retto, sollev un braccio con il gomito in fuori e si batt la fronte
con il pugno - una, due, tre volte. E questo senza distogliere gli occhi dallo specchio, n interrompere il
borbottio. Poi raddrizz il busto e rimase a guardarsi in silenzio. Temendo che stesse per ricominciare
da capo, mi schiarii la gola e dissi: - Signor Hoffman.
Il direttore sussult e mi fiss con gli occhi sbarrati.
- L'ho disturbata, - dissi. - Mi scusi.
Hoffman si guard intorno disorientato, poi parve ritrovare il suo contegno.
- Signor Ryder, - disse con un sorriso. - Come sta? Spero che stia trovando tutto di suo
gradimento.
- Signor Hoffman, c' un'emergenza. Devo fare una scappata in citt e ho bisogno di
un'automobile. La prego di provvedere immediatamente.
- Un'automobile, signor Ryder? Adesso?
- Si tratta di una questione della massima urgenza. Ovviamente non star via molto e torner in
tempo per i vari impegni che mi attendono.
- S, s, naturalmente -. Hoffman sembrava un po' perplesso. Non credo che sia un problema
procurarle un'automobile, signor Ryder. E in circostanze normali avrei potuto trovarle anche un autista,
o l'avrei accompagnata io stesso molto volentieri. Ma purtroppo in questo momento tutto il personale 
occupatissimo. E io devo pensare a un'infinit di cose, oltre a provare il mio modesto discorsino. Ah
ah! Come sa, questa sera dir qualche parola anch'io. E anche se il mio contributo apparir
indubbiamente trascurabile in confronto al suo, e persino.a quello del signor Brodsky, che tra parentesi
 un po' in ritardo, sento il dovere di prepararmi con la massima cura. S, s, il signor Brodsky  un po'
in ritardo,  vero, ma non c' motivo di preoccuparsi. Questo, tra l'altro,  il suo camerino; stavo
controllando che tutto fosse in ordine. Un ottimo camerino. Sono sicurissimo che il signor Brodsky sar
qui a momenti. Come lei sa, ho seguito personalmente il... ehm... il suo recupero, ed  stata
un'esperienza davvero esaltante. Vedesse che impegno, che dignit! Quindi questa sera, anche se  una
sera cos importante, sono estremamente fiducioso. Oh, s. Estremamente fiducioso! A questo punto,
una ricaduta sarebbe inconcepibile. Una catastrofe per l'intera citt! E naturalmente una catastrofe
personale per il sottoscritto. Questa dovrebbe essere l'ultima delle mie preoccupazioni, ma mi
perdoner se le dico che una ricaduta adesso, proprio questa sera, be', segnerebbe la mia fine. Proprio
alle soglie del trionfo, mi darebbe il colpo di grazia. E che fine umiliante! Non potrei pi guardare in
faccia nessuno, in questa citt. Dovrei nascondermi. Ah! Ma che mi prende? Perch parlo di eventualit
cos remote? Ho la massima fiducia nel signor Brodsky. Arriver.
- S, ne sono sicuro, signor Hoffman, - dissi. - Anzi, sono sicuro che la serata sar un grande
successo...
- S, s, lo so! - url il direttore spazientito. - Non ho bisogno delle sue rassicurazioni! Non
gliene avrei nemmeno parlato... In fondo, manca ancora parecchio all'inizio, e non gliene avrei
nemmeno parlato se non fosse per... per ci che  successo questo pomeriggio.
- Che cosa  successo?
- S, s. Ah, non lo sa ancora. E come potrebbe saperlo? Ma non  il caso di darvi troppo peso,
signor Ryder. Questo pomeriggio sono successe un po' di cose, e una delle conseguenze  che il signor
Brodsky, quando l'ho lasciato un paio di ore fa, stava sorseggiando un dito di whisky. No, no, signor
Ryder! So gi che cosa sta pensando! No, no! Prima ha chiesto il mio parere. E dopo attenta riflessione
ho ceduto, convinto che in quelle specialissime circostanze un bicchierino non gli avrebbe fatto male.
Ho agito a fin di bene, signor Ryder. Se ho avuto torto, lo vedremo. Personalmente, credo di no.
Perch, se davvero ho preso la decisione sbagliata, l'intera serata... uh!... sar un disastro dal principio
alla fine! E io sar costretto a nascondermi per il resto dei miei giorni. Ma vede, signor Ryder, le cose
si sono complicate pi del previsto, e mi sono trovato costretto a prendere una decisione. Sia come sia,
il risultato  che ho lasciato il signor Brodsky a casa sua con un bicchierino di whisky. Ho piena fiducia
che non ne berr altro. Il mio unico cruccio, adesso,  che forse avrei dovuto fare qualcosa a proposito
dell'armadio. Ma, di nuovo, sono sicuro che mi preoccupo per niente. In fondo, il signor Brodsky ha
fatto enormi progressi, e senza dubbio ci si pu fidare di lui nel modo pi assoluto, pi assoluto -.
Mentre parlava, Hoffman aveva giocherellato con il farfallino; adesso si gir verso lo specchio per
rimetterlo in ordine.
- Signor Hoffman, - dissi, - si pu sapere che cos' questa storia? Se  successo qualcosa al
signor Brodsky, o se  capitato qualcosa che possa in qualche modo modificare il quadro generale,
credo che dovrei esserne informato immediatamente. Sono sicuro che ne converr anche lei.
Il direttore dell'albergo rise. - Signor Ryder, si  fatto un'idea completamente sbagliata. Non c'
nessunissimo bisogno che si preoccupi. Mi guardi, le sembro preoccupato? No. Tutta la mia
reputazione dipende da questa serata, eppure non sono forse calmo e fiducioso? Le assicuro che non ha
il bench minimo motivo di stare in pensiero.
- Signor Hoffman, a che cosa si riferiva poco fa, quando ha parlato di un armadio?
- Un armadio? Oh, mi riferivo all'armadio che ho scoperto questa sera a casa del signor
Brodsky. Come forse sapr, il signor Brodsky vive da molti anni in una vecchia fattoria dalle parti
dell'uscita nord. Ci ero gi stato parecchie volte, naturalmente, ma dato il disordine... perch senza
dubbio il signor Brodsky ha un modo tutto suo di riporre le cose... non avevo mai esaminato
attentamente la sua abitazione. Vale a dire che solo questa sera ho scoperto che, nonostante tutto, il
signor Brodsky aveva una riserva di alcolici. Mi ha giurato che se ne era completamente dimenticato. 
stato solo quando siamo venuti sull'argomento, quando gli ho detto che, be', date le circostanze, date le
specialissime circostanze create dallo sconvolgente rifiuto della signorina Collins... Perch vede, in
nessun altro caso mi sarei lasciato convincere che, a conti fatti, anche a costo di correre un minuscolo
rischio, era opportuno che prendesse un bicchierino di whisky, uno solo, per calmarsi. In fondo, signor
Ryder, il poveretto era angosciato dal rifiuto della signorina Collins. Ed  stato allora, quando mi sono
offerto di andare a prendere la fiaschetta da tasca in macchina, che il signor Brodsky si  ricordato che
c'era ancora un armadio in cui non aveva fatto pulizia. Cos siamo andati nella sua... ehm... cucina, cos
almeno credo che si possa definire. Negli ultimi mesi il signor Brodsky ha lavorato con impegno per
aggiustarla. Ha fatto notevoli progressi, e adesso  quasi al riparo dalle intemperie, anche se
naturalmente non ci sono ancora delle vere finestre. Comunque sia, ha aperto l'armadio, che in realt
era coricato su un fianco, e dentro, be', dentro c'erano una dozzina di vecchie bottiglie di liquore.
Soprattutto whisky. Il signor Brodsky era meravigliato quanto me.
L per l, lo ammetto, ho pensato che avrei dovuto fare qualcosa.
Magari portare via le bottiglie, o vuotarle per terra. Ma capisce anche lei che sarebbe stato un
insulto. Un grave affronto al coraggio e alla determinazione che il signor Brodsky ha saputo
dimostrare. E visto che per colpa della signorina Collins il suo io aveva gi ricevuto una bella batosta...
- Mi scusi, signor Hoffman, ma perch continua a tirare in.ballo la signorina Collins?
- Ah, s, la signorina Collins. Be', questa  un'altra storia.
Ed  anche il motivo per cui mi trovavo l, nella fattoria del signor Brodsky. Vede, signor
Ryder, questa sera mi  toccato farmi latore di un tristissimo messaggio. Nessuno mi avrebbe invidiato
questo compito. Per dirgliela tutta, era da un pezzo che mi sentivo inquieto, gi da prima dell'incontro
di ieri allo zoo. O meglio, ero preoccupato per la signorina Collins. Chi avrebbe mai immaginato che
quei due facessero le cose cos in fretta dopo tutti questi anni? S, s, ero preoccupato. La signorina
Collins  una cara signora per la quale nutro la massima considerazione. Non sopportavo l'idea che la
sua vita venisse distrutta proprio adesso. Vede, signor Ryder, la signorina Collins  una donna molto
saggia, l'intera citt pu testimoniarlo, ci nonostante... e se lei vivesse qui, sono sicuro che mi darebbe
ragione... ha sempre avuto un lato vulnerabile. Tutti, qui, la rispettiamo moltissimo, e parecchie
persone hanno scoperto quanto siano preziosi i suoi consigli, ma allo stesso tempo... come dire?...
siamo sempre stati protettivi nei suoi confronti. Negli ultimi mesi, man mano che il signor Brodsky
diventava... sempre pi se stesso, si sono presentati molti problemi che io per primo avevo fin qui
trascurato; e, come le dico, ho cominciato a preoccuparmi. Pu quindi immaginare che cosa ho provato
questo pomeriggio, signor Ryder, quando la stavo riaccompagnando in citt dopo le prove e lei,
innocentemente, mi ha accennato al fatto che la signorina Collins aveva acconsentito a incontrarsi con
il signor Brodsky, anzi, che in quel momento il signor Brodsky la stava aspettando al Cimitero di St'
Peter...
Santo cielo, quanta fretta! In giovent il nostro signor Brodsky doveva essere una specie di
Rodolfo Valentino! Mi sono reso conto che dovevo intervenire, signor Ryder. Non potevo permettere
che la vita della signorina Collins riprecipitasse nell'infelicit, soprattutto a causa di qualcosa che,
anche se indirettamente, avevo fatto io. E quando lei, cos gentilmente, mi ha autorizzato a lasciarla per
strada, ne ho approfittato per andare a trovare la signorina Collins a casa sua. Naturalmente era stupita
di vedermi. Stupita che avessi scelto proprio questa sera per recarmi da lei di persona. In altre parole, la
mia semplice presenza la diceva lunga. La signorina Collins mi ha fatto entrare subito, e io le ho
chiesto scusa di essere piombato l a quel modo e di non poter affrontare il difficile argomento che
desideravo discutere con lei con la cautela e il tatto che avrei impiegato in altre circostanze. Com'
naturale, la signorina Collins ha capito perfettamente. So anch'io che questa sera deve avere un
diavolo per capello, signor Hoffman, ha detto. Ci siamo seduti nel salottino che d sulla strada e sono
venuto subito al dunque. Le ho detto che avevo saputo dell'appuntamento con il signor Brodsky, e la
signorina Collins ha abbassato gli occhi come una scolaretta. Poi, imbarazzatissima, ha ammesso: S,
signor Hoffman. Un momento fa, quando ha suonato alla porta, mi stavo preparando.  pi di un'ora
che provo diversi abbigliamenti. Diversi modi di puntare i capelli. Non le sembra buffo, alla mia et?
S, signor Hoffman,  vero. Leo  venuto qui questa mattina e mi ha convinta. Ho accettato di
incontrarlo. Ha detto pi o meno cos, ma in maniera confusa, non certo con l'eleganza che le  solita.
Allora sono passato all'azione.
Naturalmente con molto tatto. Le ho fatto notare con garbo le possibili trappole; ho usato frasi
come: Tutto ci  molto bello, signorina Collins; mi sono mosso con la massima cautela possibile
tenuto conto dei limiti di tempo. Naturalmente, se la sera fosse stata un'altra, se avessimo avuto modo
di farci i convenevoli, di chiacchierare del pi e del meno, sono sicuro che me la sarei cavata meglio.
Ma forse non ci sarebbe stata molta differenza. Per lei, la verit sarebbe stata difficile da accettare in
ogni caso. Comunque sia, anche se ho cercato di affrontare il discorso meglio che potevo, quando
finalmente  giunto il momento della verit, quando le ho detto: Signorina Collins, le vecchie ferite si
riapriranno. Le faranno male, la getteranno nell'angoscia. Questa storia la spezzer, signorina Collins.
Questione di settimane, di giorni. Come pu avere dimenticato? Come pu esporsi da capo a queste
sofferenze? Tutto ci che ha subito in passato, l'umiliazione, il cuore infranto, tutto, si ripeter in
maniera ancora pi atroce. Pensi agli sforzi di questi anni per costruirsi una nuova vita! Insomma,
quando le ho esposto le cose in questi termini... e le assicuro, signor Ryder, che non  stato facile... l'ho
vista sgretolarsi, anche se esteriormente ha cercato di mantenere la calma. Ho visto che i ricordi la
riassalivano, che le vecchie piaghe ricominciavano a dolere. Non  stato facile, signor Ryder, glielo
assicuro, ma mi sono sentito in dovere di insistere. Finch, con un filo di voce, la signorina Collins ha
detto: Ma signor Hoffman, gliel'ho promesso. Gli ho promesso che ci saremmo visti questo
pomeriggio. E lui ci conter. Ha sempre avuto bisogno di me prima dei grandi concerti. E io le ho
risposto: Signorina Collins, so anch'io che ci rester male. Ma far del mio meglio per spiegargli le
cose. E poi, sono sicuro che nell'intimo il signor Brodsky sa gi, cos come lo sa lei, che questo
appuntamento  sconsiderato. Che  meglio non dissotterrare il passato. La signorina Collins ha
guardato fuori della finestra come in sogno e ha detto: Ma sar gi l. Sar l che mi aspetta. Al che
ho ribattuto: Ci andr di persona, signorina Collins.  vero che questa sera sono occupatissimo, ma
considero la cosa cos importante che non potrei fidarmi di nessun altro.
Andr subito al cimitero, immediatamente, e informer il signor Brodsky della situazione. Pu
essere sicura, signorina Collins, che far tutto il possibile per confortarlo. Lo inciter a guardare avanti,
a pensare all'immensa sfida di questa sera. S, signor Ryder, le ho detto pi o meno cos. E anche se le
confesso che li per l mi  sembrata completamente affranta, la signorina Collins ha dimostrato di
essere una persona di buon senso. Una parte di lei doveva sapere che avevo ragione, infatti,
sfiorandomi un braccio con garbo, mi ha detto: Vada da lui.
Corra. Faccia ci che pu. Mi sono alzato per andarmene, ma un attimo dopo mi sono
ricordato che mi attendeva ancora un ultimo compito doloroso. A proposito, signorina Collins, - ho
detto. Riguardo al concerto di questa sera, date le circostanze, riterrei pi opportuno che lei restasse a
casa. La signorina Collins ha annuito, e ho visto che aveva le lacrime agli occhi.
In fondo, - ho proseguito, - bisogna avere riguardo per i sentimenti del signor Brodsky. Date le
circostanze, la sua presenza in sala potrebbe ripercuotersi negativamente su di lui in un momento cos
delicato. La signorina Collins ha annuito di nuovo e mi ha detto che capiva perfettamente. Allora mi
sono scusato e sono filato via. Poi, anche se avevo un'infinit di cose urgenti cui badare... la consegna
della pancetta affumicata, la consegna del pane... mi sono reso conto che il signor Brodsky aveva
precedenza assoluta. Bisognava fargli superare indenne anche quest'ultimo, inaspettato ostacolo. Cosi
sono andato in macchina al cimitero. Quando sono arrivato faceva gi buio, e ho dovuto girare per un
pezzo tra le lapidi prima di trovarlo. Era seduto su una tomba con aria abbacchiata; quando mi ha visto
arrivare, ha alzato stancamente la testa e mi ha detto:  venuto a darmi la bella notizia. Lo sapevo. Lo
sapevo che sarebbe finita cos. Lei penser che questo abbia reso pi facile il mio compito, ma le
posso assicurare, signor Ryder, che non  stato facile affatto. Dover dare una simile notizia! Ho annuito
gravemente e gli ho detto che s, aveva colto nel segno, la signorina Collins non sarebbe venuta. Dopo
attenta riflessione aveva cambiato idea. Inoltre, aveva deciso che quella sera non sarebbe andata
nemmeno al palazzo dei concerti. Mi  sembrato inutile scendere nei particolari. Il signor Brodsky era
sconvolto, cos mi sono girato dall'altra e per qualche istante ho finto di esaminare la tomba accanto a
quella su cui era seduto lui. Oh, il vecchio signor Kaltz, - ho detto rivolto agli alberi, perch sapevo
che il signor Brodsky stava piangendo silenziosamente. - Ah, il signor Kaltz. Quanti anni fa l'abbiamo
seppellito? Mi sembra ieri, ma vedo che sono gi passati quattordici anni. Com'era solo prima di
morire. Parlavo a vanvera, per dare modo al signor Brodsky di piangere. Quando mi  parso che
riuscisse a dominare le lacrime, mi sono girato verso di lui e gli ho proposto di tornare con me al
palazzo dei concerti per prepararsi. Ma lui ha detto di no. Era ancora troppo presto; se avesse dovuto
aspettare sul posto cos a lungo, la tensione sarebbe diventata intollerabile. Ho pensato che non avesse
tutti i torti e gli ho proposto di accompagnarlo a casa.
Questa volta ha accettato, cos siamo usciti dal cimitero e siamo scesi fino alla macchina. Per
tutto il tragitto, mentre percorrevamo la statale nord della citt, il signor Brodsky ha fissato il finestrino
senza dire nulla; di tanto in tanto gli occhi gli si gonfiavano di lacrime. Allora ho capito che non
eravamo ancora salvi. Che la situazione era molto pi incerta di quanto sembrasse fino a poche ore
prima. Ma ero ancora fiducioso, signor Ryder, cos come lo sono adesso. Poi siamo arrivati alla
fattoria. Il signor Brodsky l'ha restaurata bene, adesso molte stanze sono perfettamente agibili. Siamo
andati in soggiorno e abbiamo acceso la luce; poi mi sono messo a chiacchierare del pi e del meno
guardandomi intorno. Mi sono offerto di mandargli qualcuno per risolvere il problema della muffa sui
muri. Ma lui sembrava non sentire; se ne stava sulla sua poltrona con gli occhi persi nel vuoto. Poi ha
detto che voleva bere qualcosa.
Solo un bicchierino. Ho ribattuto che non era possibile. Allora lui, molto calmo, ha detto che
non aveva nessuna intenzione di bere come ai vecchi tempi. Oh, no. Quel modo di bere apparteneva
ormai al passato. Ma aveva appena patito una terribile delusione.
Il suo cuore era a pezzi. S, ha usato queste parole. Il suo cuore era a pezzi, ha detto, ma sapeva
quante cose dipendessero da lui quella sera. Sapeva di non poter fallire. Non mi stava chiedendo da
bere come ai vecchi tempi. Possibile che non lo capissi? Allora l'ho fissato negli occhi e ho visto che
diceva la verit. Ho visto un uomo afflitto, deluso, ma responsabile. Un uomo perfettamente padrone
delle sue azioni, che aveva imparato a conoscersi meglio di quanto possa sperare di fare la maggior
parte di noi. E quest'uomo mi stava dicendo che, in quel frangente, gli serviva un bicchierino. Per
aiutarlo a superare il trauma della batosta sentimentale. Per dargli la fermezza di cui aveva bisogno per
non sfigurare quella sera. Signor Ryder, l'ho sentito chiedere da bere molte volte, nei primi tempi, ma
questa era una richiesta completamente diversa. Me ne rendevo conto.
L'ho guardato dritto in faccia e gli ho detto: Signor Brodsky, posso fidarmi di lei? In macchina
ho una fiaschetta con un po' di whisky. Se gliene do un bicchierino, ho la sua parola che la cosa finisce
l? Un bicchierino e basta? E lui, reggendo il mio sguardo senza battere ciglio, ha risposto: Non  pi
come una volta. Glielo giuro. Cos sono uscito; era buio pesto, e gli alberi rumoreggiavano
furiosamente nel vento. Ho preso la fiaschetta in macchina e sono tornato dentro, ma lui non c'era pi.
La sua poltrona era vuota. Allora sono andato di l e l'ho trovato in cucina. In realt non  che una
rimessa collegata all'edificio principale, ma il signor Brodsky sta trasformandola con notevole abilit.
S,  stato allora che l'ho trovato alle prese con l'armadio, quello coricato su un fianco. Quando mi ha
visto entrare, ha detto che se ne era completamente dimenticato.
E dentro c'era il whisky. Intere bottiglie. Lui ne ha presa una, l'ha aperta e si  versato un dito di
liquore in un bicchiere.
Poi, guardandomi negli occhi, ha rovesciato il resto sul pavimento. Il pavimento della cucina,
deve sapere,  in gran parte di terra battuta, quindi non  che abbia fatto un disastro.
Ebbene, ha rovesciato la bottiglia per terra, poi siamo tornati in soggiorno, e lui si  seduto in
poltrona e ha cominciato a sorseggiare il whisky. L'ho osservato attentamente, e ho visto che non
beveva alla maniera di un tempo. Il solo fatto che riuscisse a sorseggiare il liquore a quel modo...
Insomma, ho capito che avevo preso la decisione giusta. Gli ho detto che dovevo tornare in citt. Che
mi ero gi assentato fin troppo a lungo. Dovevo ancora occuparmi della pancetta affumicata e del pane.
Mi sono alzato, e in quel momento tutti e due, senza bisogno di parlare, ci siamo capiti. Il signor
Brodsky sapeva che stavo pensando all'armadio. Mi ha guardato dritto in faccia e ha detto: Non  pi
come una volta. A me  bastato. Se mi fossi trattenuto oltre, avrei rischiato di minare il suo morale.
Sarebbe stato un insulto. E poi, come le ho detto, quando l'ho guardato in faccia mi sono sentito
assolutamente tranquillo. Me ne sono andato senza ripensamenti. Ed  solo in questi ultimi minuti,
signor Ryder, che sono stato sfiorato dai dubbi. Ma razionalmente so che i miei timori sono da
addebitare alla tensione che precede i grandi eventi. Il signor Brodsky sar qui da un momento all'altro,
ne sono sicuro. E ho piena fiducia che l'intera serata sar un successo, un grande successo...
- Signor Hoffman, - dissi, esaurendo la pazienza, - se  contento di aver lasciato il signor
Brodsky con un bicchiere di whisky, be', quelli sono fatti suoi. Nei suoi panni non sarei cos sicuro di
avere agito bene, ma lei senz'altro conosce la situazione molto meglio di me. In ogni caso, vorrei
ricordarle che in questo momento ho bisogno io stesso di assistenza. Come le ho spiegato, mi serve
subito un'automobile. Si tratta di una questione piuttosto urgente, signor Hoffman.
- Ah, s, un'automobile -. Hoffman si guard intorno pensoso. La cosa pi semplice, signor
Ryder,  che le impresti la mia.  posteggiata qui fuori, davanti a quell'uscita di sicurezza -.
Cos dicendo mi indic un punto del corridoio poco pi avanti. E adesso, dove sono le chiavi?
Ah, eccole. Lo sterzo tira leggermente a sinistra. Avevo intenzione di farlo sistemare, ma non ho avuto
un attimo di tempo. La prego, tenga la macchina quanto vuole. Non ne avr pi bisogno fino a domani
mattina.
...
.
...
30.
.
Portai il macchinone nero di Hoffman fuori del posteggio e imboccai una stradina tortuosa,
fiancheggiata su entrambi i lati da abeti. Chiaramente non era quella la via solita per uscire dal parco.
La strada era piena di buche, priva di illuminazione e cos stretta che due veicoli avrebbero dovuto
rallentare per incrociarsi. Guidai con prudenza, scrutando le tenebre, aspettandomi da un momento
all'altro un ostacolo o una curva a gomito. Poi la strada divenne dritta, e alla luce dei fari vidi che stavo
attraversando una foresta. Accelerai e per qualche minuto viaggiai immerso nell'oscurit. Poi notai una
luce tra gli alberi alla mia sinistra e, rallentando di nuovo, mi accorsi che stavo passando davanti al
palazzo dei concerti, fastosamente illuminato sullo sfondo della notte.
L'edificio era ormai piuttosto distante, e io lo osservavo da una posizione angolata, ma riuscii lo
stesso a distinguere gran parte della grandiosa facciata. C'erano due file di austere colonne di pietra ai
lati di un arco centrale, e alte finestre che si protendevano verso il grande tetto a cupola. Mi chiesi se gli
invitati stessero gi arrivando e, fermata la macchina, abbassai il finestrino per guardare meglio. Ma la
parte bassa dell'edificio era nascosta dagli alberi, e non riuscii a vederla nemmeno sollevandomi sul
sedile.
Poi, mentre continuavo a contemplare il palazzo dei concerti, fui colpito dal pensiero che i miei
genitori potessero arrivare proprio in quel momento. Improvvisamente ricordai con grande vividezza la
descrizione di Hoffman: la carrozza a cavalli che emergeva dall'oscurit sotto gli occhi ammirati della
folla. E in quell'istante, mentre mi sporgevo dal finestrino, ebbi la netta impressione di udire il rumore
della carrozza che transitava non molto lontano da me. Spensi il motore e mi rimisi in ascolto,
sporgendomi il pi possibile. Poi scesi dall'auto e rimasi l al buio con le orecchie tese.
Il vento soffiava tra gli alberi, ma dopo un attimo sentii di nuovo i deboli rumori di poc'anzi: il
pulsare degli zoccoli, un ritmico scampanellio, il cigolio di un veicolo di legno. Poi i suoni svanirono
nel fruscio delle foglie. Restai in ascolto ancora per un po', ma non udii pi nulla. Allora mi girai e
risalii in macchina.
Mi ero sentito calmo - quasi serafico - fuori, sulla strada, ma non appena riaccesi il motore fui
sopraffatto da un incontenibile miscuglio di frustrazione, paura e rabbia. I miei genitori stavano
arrivando, e io ero ancora l, tutt'altro che pronto, anzi, addirittura in procinto di allontanarmi dal
palazzo dei concerti per occuparmi di qualcosa di completamente estraneo alla serata. Non riuscivo a
capire come mi fossi potuto cacciare in una situazione simile. Sempre pi furioso, proseguii la mia
corsa attraverso la foresta, risoluto a sbrigare in quattro e quattr'otto l'impegno che mi ero preso per
tornare al palazzo dei concerti il pi in fretta possibile. Poi, per, mi venne in mente che non sapevo
andare a casa di Sophie, e nemmeno se la strada della foresta mi portasse nella direzione giusta. Mi
sentii invadere da una sensazione di impotenza, ma continuai a pestare sull'acceleratore, scrutando la
foresta che si apriva davanti alla luce dei miei fari.
All'improvviso scorsi poco pi avanti due figure che gesticolavano sbarrandomi il cammino.
Quando fui pi vicino, si scostarono, ma continuarono a farmi segnali concitati.
Rallentando, vidi che a lato della strada c'era un gruppetto di cinque o sei persone che si erano
accampate intorno a un fornello portatile. Sulle prime pensai che fossero vagabondi, poi vidi una
signora di mezza et vestita elegantemente e un signore con i capelli grigi in giacca e cravatta chinarsi
per guardare dentro il finestrino. Alle loro spalle, gli altri - seduti intorno al fornello su quelle che
sembravano delle cassette capovolte - si stavano alzando per avvicinarsi alla macchina. Notai che tutti
avevano in mano un tazzone di latta da campeggio.
Quando abbassai il finestrino, la donna sbirci dentro, poi disse: - Oh, meno male che  arrivato
lei. Vede, la discussione  arrivata a un punto morto, e non riusciamo a trovare un compromesso.  il
guaio di sempre, vero? Quando viene il momento di agire, non si riesce mai a trovare un accordo.
- Ma non c' dubbio, - disse solennemente l'uomo dai capelli grigi che indossava giacca e
cravatta, - che dobbiamo arrivare presto a una definizione.
Prima che potessero aggiungere altro, mi accorsi che la faccia che si era avvicinata alle loro
spalle e si era chinata a guardarmi apparteneva a Geoffrey Saunders. Riconoscendomi, il mio vecchio
compagno di scuola spinse via gli altri e batt la mano sulla portiera della macchina.
- Oh, mi chiedevo proprio quando ti avrei rivisto, - esord. A dire il vero, stavo cominciando ad
arrabbiarmi un po'. Ti rendi conto che non sei nemmeno venuto a prendere una tazza di t a casa mia.
Dopo tutto quello che avevi detto. Forse non  il momento pi adatto per parlarne, ma lascia che ti dica
che sei un gran maleducato, vecchio mio. Pace. Adesso scendi di l -. E cos dicendo, apr la portiera e
si fece da parte. Stavo per protestare, ma Saunders continu: - Vieni a prendere una tazza di caff. Poi
potrai partecipare alla discussione.
- Francamente, Saunders, - dissi, - non mi prendi nel momento migliore.
- Oh, non fare storie, vecchio mio -. Il tono della voce era leggermente infastidito. - Sai, ho
pensato parecchio a te dopo che ci siamo incontrati l'altra sera. Ho ricordato i tempi della scuola e tutto
il resto. Questa mattina, per esempio, mi sono svegliato pensando a quella volta... tu probabilmente non
te ne ricordi... a quella volta che ci hanno mandati a segnalare il tracciato di una corsa campestre per i
ragazzi pi piccoli di noi. Eravamo in sesta, credo. Tu probabilmente non te ne ricordi, ma questa
mattina, a letto, ho ripensato proprio a quella volta.
Aspettavamo in piedi davanti a un pub, e di fronte a noi c'era un grande campo. Tu eri
sconvolto, non so pi per che cosa. Su, vecchio mio, esci di l, come faccio a parlarti? - Saunders
continuava con impazienza a farmi cenno di scendere. - Oh, cos va meglio -. E mentre, un po'
riluttante, uscivo dall'auto, mi afferr per il gomito con una mano. Nell'altra aveva il tazzone di latta. -
S, ho ripensato a quel giorno. Una di quelle nebbiose mattine d'ottobre inglesi. Ce ne stavamo l a
girarci i pollici, aspettando che i bambini di terza sbucassero con il fiato corto dalla nebbia, e ricordo
che continuavi a ripetere con una faccia da funerale: Oh, tu sei fortunato, tu s che sei fortunato.
Tanto che alla fine ti ho detto: Senti, ragazzo mio, non sei l'unico. Non sei la sola persona al mondo
che ha dei guai. E ho cominciato a raccontarti un episodio di quando avevo sette o otto anni. Eravamo
partiti tutti insieme per una delle nostre vacanze familiari, i miei, il mio fratellino e io. Eravamo andati
in una tipica stazione balneare inglese, un posto come Bournemouth. Forse l'isola di Wight. Il tempo
era bello, il posto anche, ma sai com', c'era qualcosa che non andava, bisticciavamo in continuazione.
Cosa pi che normale nelle vacanze familiari, naturalmente; ma allora non lo sapevo, avevo solo sette o
otto anni. Comunque sia, le cose non funzionavano, e un pomeriggio pap ci ha piantati in asso. Cos,
di punto in bianco. Stavamo guardando qualcosa sul lungomare, e mia madre ci stava indicando non so
pi che cosa, quando all'improvviso mio padre se ne  andato. Senza scenate n altro, si 
semplicemente messo a camminare. Non sapendo che pesci prendere, la mamma, il piccolo Christopher
e io gli siamo andati dietro, abbiamo cominciato a seguirlo. Non da vicino, sempre a una trentina di
metri, quel tanto che bastava a non perderlo di vista. E pap ha continuato a camminare. Per tutto il
lungomare, su per il sentiero della scogliera, oltre le cabine e i bagnanti che prendevano il sole.
Poi si  diretto verso la citt, ha oltrepassato i campi da tennis e attraversato i centri
commerciali. L'abbiamo seguito per pi di un'ora. E dopo un po' abbiamo cominciato a prenderlo per
un gioco. Dicevamo: Guardate, non  pi arrabbiato. Sta solo scherzando! Oppure: Lo fa apposta.
Guardatelo! e ci sbellicavamo dalle risa. Osservandolo attentamente sembrava proprio che
camminasse in modo buffo. A Christopher, che era piccolino, ho detto cos, gli ho detto che pap
camminava in quel modo per divertirci, e Christopher rideva e rideva, come se tutto fosse un grande
gioco. Persino la mamma rideva, dicendo: Ah, bambini, vostro padre! e gi a ridere. Abbiamo
continuato a seguirlo, e io ero l'unico, capisci, l'unico, anche se avevo solo sette o otto anni, che si
accorgesse che pap non stava scherzando. Che non gli era affatto passata, anzi, che forse stava
arrabbiandosi sempre di pi perch gli andavamo dietro.
Magari aveva voglia di sedersi su una panchina, o di entrare in un caff, ma non poteva farlo
per colpa nostra. Ti ricordi? Ti ho raccontato tutto quel giorno. Fatto sta che a un certo punto mi sono
girato verso mia madre per farla finita con questa storia, e in quel momento ho capito. Ho capito che si
era convinta, completamente convinta, che mio padre facesse tutto per ridere. E intanto il piccolo
Christopher voleva corrergli dietro. Capisci, correre dietro a pap e raggiungerlo. E io dovevo trovare
in continuazione delle scuse; senza smettere di ridere gli dicevo: No, non si pu. Non  nelle regole
del gioco. Dobbiamo restare indietro, altrimenti non vale. Ma mia madre, invece, gli diceva: Oh, s!
Perch non vai a tirargli la camicia, cos vedi se riesci a tornare qui prima che ti acchiappi! E io
dovevo ripetergli... perch ero l'unico, capisci, l'unico... dovevo ripetergli: No, no, non ancora. Stai
indietro, stai indietro.
Era davvero buffo, mio padre. A guardarlo cos, da lontano, aveva una strana andatura. Senti,
vecchio mio, perch non ti siedi? Hai l'aria esausta, oltre che molto preoccupata. Siediti e aiutaci a
prendere una decisione.
Geoffrey Saunders mi indic una cassetta per le arance capovolta, accanto al fornello da
campeggio. Era vero, mi sentivo stanchissimo; mi dissi che in ogni caso, qualunque cosa avessi dovuto
fare, l' avrei fatta meglio dopo un riposino e un goccio di caff. Mentre piegavo le gambe per sedermi
sulla cassetta, mi accorsi di avere le ginocchia che mi tremavano e di vacillare pericolosamente. Gli
altri mi si fecero intorno premurosi Qualcuno mi porse una tazza di caff, qualcun altro mi mise una
mano sulla schiena dicendo: - Si rilassi. Se la prenda comoda.
- Grazie, grazie, - dissi, e afferrando la tazza trangugiai avidamente il caff sebbene fosse
bollente.
L'uomo dai capelli grigi che indossava giacca e cravatta si accovacci davanti a me e,
fissandomi in volto, disse in tono estremamente cortese: - Dobbiamo prendere una decisione. E lei
dovr aiutarci.
- Una decisione?
- S. A proposito del signor Brodsky.
- Ah, certo -. Bevvi un altro sorso dalla tazza di latta. - S, capisco. So che ormai tutto dipende
da me.
- Non esageriamo, - ribatt l'uomo dai capelli grigi.
Lo guardai di nuovo. Era una persona rassicurante, con un modo di fare calmo e gentile. Ma
vidi che in quel momento era serissimo.
- Mi sembra esagerato sostenere che tutto dipende da lei. Ma, date le circostanze, ognuno di noi
deve assumersi le sue responsabilit. La mia opinione, come ho gi detto chiaramente,  che bisogna
amputare.
- Amputare?
L'uomo dai capelli grigi annu gravemente. Solo allora gli vidi lo stetoscopio intorno al collo e
capii che doveva essere un dottore.
- Oh, certamente, - dissi. - Bisogna amputare. S.
In quel momento mi guardai intorno e sussultai. Per terra, non lontano dall'automobile, c'era un
grosso groviglio di metallo. Mi venne il dubbio di essere la causa del disastro; forse avevo provocato
un incidente senza nemmeno accorgermene. Alzandomi in piedi - subito parecchie mani si protesero
per sorreggermi andai verso i rottami e scoprii i resti di una bicicletta. Il telaio era irrimediabilmente
contorto, e l in mezzo, con mio grande orrore, vidi Brodsky. Giaceva supino sulla nuda terra, e mentre
mi avvicinavo i suoi occhi mi fissarono calmi.
- Signor Brodsky, - mormorai, guardandolo stupefatto.
- Ah. Ryder, - disse Brodsky, e mi meravigli che la sua voce fosse cos poco sofferente.
Mi girai verso l'uomo dai capelli grigi, che mi era venuto dietro, e gli dissi: - Le giuro che io
non c'entro. Non ricordo di avere avuto alcun incidente. Stavo semplicemente guidando...
L'uomo dai capelli grigi annu con fare comprensivo e mi fece segno di tacere. Poi, tirandomi
un po' in disparte, mi disse sottovoce: - Si tratta quasi certamente di un tentativo di suicidio.  ubriaco.
Molto ubriaco.
- Ah, capisco.
- Sono sicuro che volesse uccidersi. Ma  riuscito solo a intrappolarsi le gambe. La destra 
praticamente illesa.  solo incastrata. Anche la sinistra  incastrata. Ma mi preoccupa.  piuttosto
malconcia.
- Gi, - dissi, e mi girai a dare un'altra occhiata a Brodsky.
Lui parve accorgersene e disse a voce alta nell'oscurit: - Salve, Ryder.
- Ne abbiamo discusso a lungo prima del suo arrivo, - prosegu l'uomo dai capelli grigi. - La
mia opinione  che bisogna amputare. In questo modo forse riusciremo a salvargli la vita.
Dopo un acceso dibattito, la maggioranza dei presenti si  detta d'accordo con me. Ma le due
signore laggi sono contrarie.
Sostengono che bisogna aspettare l'ambulanza ancora per un po'.
Ma cos facendo correremmo un grave rischio. Questa  la mia opinione professionale.
- Ah, certo. S, capisco quel che vuol dire.
- Secondo me, la gamba sinistra va amputata immediatamente.
Sono un chirurgo, ma purtroppo non ho con me n ferri, n analgesici, n niente. Neppure
un'aspirina. Vede, avevo finito il mio turno, e anch'io sono venuto qui per prendere una boccata d'aria.
Come tutta questa brava gente. Per caso avevo ancora in tasca lo stetoscopio, ma nient'altro. Ora che 
arrivato lei, per, le cose potrebbero cambiare.  attrezzata la sua macchina?
- La macchina? Be', veramente non lo so. Vede,  una macchina imprestata.
- Vuole dire noleggiata.
- Non proprio. Imprestata. Da un conoscente.
- Capisco -. L'uomo abbass gli occhi con aria grave, riflettendo. Alle sue spalle vedevo gli altri
che ci osservavano ansiosi. Poi il chirurgo disse: - Le spiacerebbe guardare nel baule? Magari c'
qualcosa che pu servirci. Che so, uno strumento affilato con il quale potrei eseguire l'operazione.
Ci pensai un attimo, poi dissi: - Lo far volentieri. Ma forse  meglio che prima vada a
scambiare due parole con il signor Brodsky. Sa, lo conosco abbastanza bene, e credo proprio che dovrei
parlargli prima... prima che venga preso un provvedimento cos drastico.
- Come vuole, - disse il chirurgo. - Ma la mia impressione, o meglio, la mia opinione
professionale,  che si sia gi perso fin troppo tempo. La prego di sbrigarsi.
Mi avvicinai di nuovo a Brodsky e mi chinai a guardarlo in faccia.
- Signor Brodsky... - cominciai, ma lui non mi lasci proseguire.
- Ryder, mi aiuti. Devo andare da lei.
- Dalla signorina Collins? Credo che ci sia ben altro cui pensare, in questo momento.
- No, no. Devo parlarle. Adesso ho capito. Finalmente ho visto chiaro. Sono lucidissimo. Da
quando mi  capitato l'incidente... non so come sia successo, ero in bicicletta, e qualcosa, che so, un
veicolo, un'automobile, mi ha urtato... probabilmente ero ubriaco, questo non lo ricordo, ma il resto lo
ricordo benissimo.
Adesso ho capito, ho capito tutto.  stato lui. Ha sempre voluto che la cosa finisse male.  stato
lui,  lui il colpevole.
- Chi? Hoffman?
-  un verme. Un verme. Prima non me ne rendevo conto, ma ora vedo tutto chiaro. Da quando
quel veicolo, va a sapere che cos'era, una macchina, un camion, mi ha preso sotto, da quel preciso
istante, ho capito tutto. Quel verme  venuto a cercarmi, tutto premuroso. Io stavo aspettando al
cimitero. Aspettavo e aspettavo. Con il cuore in tumulto. Ho aspettato per tutti questi anni. Non lo
sapeva, Ryder? Ho aspettato per un'eternit.
Aspettavo anche quando mi ubriacavo. La settimana prossima, mi dicevo. La settimana
prossima smetter di bere e andr da lei. Le chieder di incontrarci al Cimitero di St' Peter. Anno dopo
anno mi dicevo cos. Ed eccomi finalmente l, sulla tomba di Per Gustavsson, dove a volte andavo a
sedermi con Bruno. E ho aspettato. Un quarto d'ora, poi mezz'ora, poi un'ora. Ed ecco che arriva lui. Mi
tocca, qui, sulla spalla. La signorina Collins ha cambiato idea, mi dice. Non verr. Non verr neppure a
concerto questa sera.  gentile, come al solito. Lo ascolto. Beva un po' di whisky, mi dice. La calmer.
Questa  una circostanza particolare. Ma io non posso bere whisky, rispondo. Come faccio a bere
whisky?  impazzito? No, lo beva, dice lui. Solo un dito.
Le far bene. Sembrava gentile. Ma adesso vedo chiaro. Quel verme non ha mai creduto,
neppure per un momento, che la cosa potesse funzionare. Era convinto che non ce l'avrei mai fatta. Che
non ce l'avrei mai fatta perch sono un... un vpezzo di merda.v Ecco quel che pensava di me. Adesso
sono sobrio. Ho bevuto abbastanza da uccidere un cavallo, ma da quando mi hanno preso sotto, sono
sobrio. Finalmente vedo tutto in maniera chiarissima.  stato lui. Quell'individuo  ben pi ignobile di
me. Ma non gliela dar vinta. Ce la far. Mi aiuti, Ryder. Non voglio dargli questa soddisfazione.
Andr subito al palazzo dei concerti. Mostrer a tutti quel che valgo. Sono pronto, la musica  qui,
nella mia testa. Mostrer a tutti quel che valgo. Ma bisogna che ci sia anche lei. Devo assolutamente
parlarle. Mi aiuti, Ryder. Mi porti da lei. Bisogna che venga, che si sieda in sala. Allora ricorder.
Quell'individuo  un verme, ma finalmente me ne sono accorto. Mi aiuti, Ryder.
- Signor Brodsky, - lo interruppi. - C' qui un chirurgo. Dovr farle un intervento. Pu darsi che
sia un po' doloroso.
- Mi aiuti, Ryder. Mi aiuti solo ad andare da lei. Ha una macchina? Ha una macchina? Mi porti.
Mi porti da lei. Sar in casa. Odio quell'appartamento. Ah, come lo odio, come lo odio.
Andavo sempre ad appostarmi l davanti. Mi porti da lei, Ryder.
Mi porti subito.
- Signor Brodsky, a quanto pare non si rende conto delle sue condizioni. Non c' tempo da
perdere. Anzi, ho promesso al chirurgo che avrei guardato nel baule. Torno subito.
- Quella donna  piena di paure. Ma non  ancora troppo tardi.
Potremmo tenere un animale. Ma adesso non ha importanza, al diavolo l'animale. Voglio solo
che venga al palazzo dei concerti.
Nient'altro. Al palazzo dei concerti. Solo quello.
Lasciai Brodsky e tornai alla macchina. Aprendo il baule, vidi che Hoffman vi aveva cacciato
dentro oggetti di ogni genere.
C'era una sedia rotta, un paio di stivali di gomma, una collezione di scatole di plastica. Poi mi
capit tra le mani una torcia e, quando la accesi per esplorare il bagagliaio, scoprii un seghetto in un
angolo. Era un po' sporco di grasso, ma quando passai un dito sulla lama mi parve che i denti fossero
belli aguzzi. Richiusi il baule e mi diressi verso il gruppetto degli altri, che stavano chiacchierando
intorno al fornello.
Avvicinandomi, sentii il chirurgo che diceva: - L'ostetricia  una disciplina noiosa, ormai. Non 
pi come quand'ero studente.
- Mi scusi, - dissi. - Ho trovato questo.
- Ah, - disse il chirurgo, voltandosi verso di me. - Grazie. Ha parlato con il signor Brodsky?
Bene.
Improvvisamente, il fatto di essermi lasciato coinvolgere a quel modo in questa storia mi irrit,
e, forse con una punta di stizza, guardando il cerchio di facce intorno a me, dissi: - Possibile che in citt
non ci siano mezzi idonei per affrontare queste evenienze? Non avete chiamato un'ambulanza?
- L'abbiamo chiamata circa un'ora fa, - disse a voce alta Geoffrey Saunders. - Da quella cabina
laggi. Purtroppo, questa sera le ambulanze scarseggiano a causa della grande manifestazione al
palazzo dei concerti.
Guardai verso il punto che mi stava indicando e vidi davvero, un po' discosto dalla strada, pi o
meno dove cominciavano le tenebre della foresta, un telefono pubblico. Quella vista mi ricord
all'improvviso l'urgente incombenza dalla quale ero stato distolto; pensai che, telefonando subito a
Sophie, avrei potuto non solo avvertirla in anticipo, ma anche chiederle come fare per arrivare a casa sua.
- Scusatemi, - dissi, avviandomi. - Devo fare una telefonata importante.
Mi diressi verso gli alberi ed entrai nella cabina telefonica.
Mentre mi frugavo in tasca in cerca di qualche moneta, vidi attraverso la parete di vetro il
chirurgo che si avvicinava lentamente alla figura distesa di Brodsky, con il seghetto dietro la schiena
per riguardo. Geoffrey Saunders e gli altri vagolavano a disagio, fissando il fondo delle tazze di latta o
guardandosi i piedi. Poi il chirurgo si gir e disse qualcosa, e due uomini, Geoffrey Saunders e un
giovane con una giacca di pelle marrone, lo raggiunsero di malavoglia. Per qualche istante, tutti e tre
fissarono Brodsky con aria truce.
Mi girai e feci il numero. Il telefono suon a lungo, poi Sophie, con voce assonnata e
leggermente impaurita, rispose.
Respirai a fondo.
- Senti, - dissi, - evidentemente non ti rendi conto di come sia faticoso per me. Credi che mi
diverta? Resta pochissimo tempo, e non ho ancora avuto un secondo per ispezionare il palazzo dei
concerti. E intanto la gente pretende da me i miracoli. Credi che questa sera sia uno scherzo? Ti rendi
conto di che cosa significa per me questo concerto? Questa sera vengono i miei genitori. Proprio cos!
Questa sera, finalmente, vengono!
Pu darsi addirittura che siano gi l! E gli altri sai cosa fanno? Credi forse che mi lascino in
pace perch possa prepararmi? No, mi subissano di cose da fare. Questo maledetto intermezzo con le
domande e le risposte, per esempio. Hanno persino portato in sala un tabellone elettronico. Ci
crederesti?
E io che cosa dovrei fare? Danno tutto per scontato. Ma che cosa vogliono da me, e per di pi
proprio questa sera?  sempre la stessa storia, da per tutto. Pretendono mari e monti.
Probabilmente questa sera si scaglieranno contro di me. La cosa non mi sorprenderebbe. Se le
mie risposte non saranno di loro gradimento, si arrabbieranno, e allora in che situazione mi trover?
Magari non mi lasceranno nemmeno arrivare al pianoforte.
Oppure i miei genitori potrebbero decidere di andarsene nell'istante stesso in cui il pubblico
comincer a prendersela con me...
- Senti, calmati, - disse Sophie. - Andr tutto bene. Il pubblico non se la prender con te. Dici
cos ogni volta, e in tutti questi anni nessuno, non una sola persona, l'ha mai fatto...
- Ma non capisci quello che ti sto dicendo? Questa non  una serata come le altre. Vengono i
miei genitori. Se questa sera il pubblico si scagliasse contro di me, sarebbe... sarebbe...
- Nessuno si scaglier contro di te, - mi interruppe di nuovo Sophie. - Lo dici sempre. Telefoni
da tutto il mondo per dire la stessa cosa. Ogni volta che stai per salire sul palcoscenico. Si scaglieranno
contro di me, mi coglieranno in fallo. E poi che cosa succede? Qualche ora dopo richiami, e sei tutto
calmo e soddisfatto. Ti chiedo come  andata e tu ti fingi un po' stupito della mia domanda. Oh,
bene, dici. Una frasetta del genere, sempre, poi cambi argomento, come se non valesse nemmeno la
pena discuterne...
- Aspetta un momento. A che cosa ti riferisci? Di che telefonate parli? Non lo sai che fatica mi
costano quelle telefonate. A volte ho da fare fin sopra i capelli, ma cerco di rubare qualche minuto per
telefonarti, solo per assicurarmi che tu stia bene. E il pi delle volte tu, proprio tu, mi riversi addosso
tutti i tuoi problemi. Che cosa vuoi insinuare quando sostieni che cambio argomento...
- Lascia perdere, intanto  inutile. Dico solo che anche questa sera andr tutto bene...
- Per te  facile. Sei come tutti gli altri. Di per scontata ogni cosa. Sei convinta che mi basti
mostrare la faccia e che il resto venga da s... - All'improvviso mi ricordai di Gustav sdraiato sul
materasso nel camerino senza mobili e mi interruppi bruscamente.
- Che cosa ti prende? - domand Sophie.
Per qualche istante ancora cercai di dominarmi, poi dissi: - Senti. Devo darti una cattiva notizia.
Mi spiace.
Dall'altro capo del filo Sophie tacque.
- Si tratta di tuo padre, - dissi. - Si  sentito male.  al palazzo dei concerti. Devi venire
immediatamente.
Feci un'altra pausa, ma Sophie continu a tacere.
- Ha una fibra d'acciaio, - proseguii dopo un istante. - Ma devi venire subito. Porta anche Boris.
In realt  per questo che ti telefonavo. Ho una macchina. Vi sto venendo a prendere tutti e due.
Per un tempo che mi parve lunghissimo il telefono rimase muto.
Poi Sophie disse: - Mi spiace per ieri sera, alla Galleria Karwinsky -. Poi fece una pausa, e
temetti che ripiombasse nel suo silenzio. Invece continu: - Ero patetica. Non occorre che tu finga. So
che ero patetica. Non capisco perch, ma in quelle situazioni non so cavarmela. Bisogna che mi arrenda
alla realt. Non sar mai in grado di viaggiare con te di citt in citt, accompagnandoti ai ricevimenti.
Semplicemente non ci riesco. Mi spiace.
- Ma che cosa vuoi che m'importi? - dissi gentilmente. - Avevo gi dimenticato tutto, e di ieri e
della galleria. Me n'infischio di ci che pensa di te quella gente. Sono persone disgustose, dalla prima
all'ultima. E tu eri di gran lunga la donna pi bella l dentro.
- Non ci credo, - disse Sophie, scoppiando a ridere. - Ormai sono una vecchia cornacchia.
- Ma stai invecchiando benissimo.
- Ti sembra una cosa da dire? - Sophie rise di nuovo. - Come ti permetti!
- Scusa, - mi corressi, ridendo anch'io. - Volevo dire che non sei affatto invecchiata. Non
all'apparenza, almeno.
- Non all'apparenza?
- Che ne so... - Confuso, proruppi in un'altra risata. - Forse eri brutta e sciupata. Adesso non
ricordo pi bene.
Sophie rise ancora, poi tacque. Quando riprese a parlare, la sua voce era di nuovo seria. - Per
ero patetica. Non potr mai viaggiare con te finch sono cos.
- Senti, ti prometto che smetter presto di viaggiare. Questa sera, se andasse bene... Non si sa
mai, potrebbe essere la volta buona.
- E mi spiace di non avere ancora trovato una sistemazione. Ti prometto che trover presto
qualcosa che faccia al caso nostro.
Qualcosa di veramente accogliente.
L sui due piedi non mi venne in mente nulla da rispondere, e per qualche secondo restammo
tutti e due zitti. Poi la sentii dire: - Veramente non te ne importa? Della figura che ho fatto ieri?
Della figura che faccio sempre?
- Non me ne importa niente. Ai ricevimenti come quello puoi comportarti come vuoi. Agire
come ti pare e piace. Non fa nessuna differenza. Tu vali pi di tutta quella gente messa insieme.
Sophie non disse nulla. Dopo un momento proseguii: - In parte  anche colpa mia. Mi riferisco
alla casa. Non  giusto che lasci a te il compito di trovarla. Chiss, d'ora in poi, se questa notte le cose
vanno bene, potremmo fare in maniera diversa. Magari cercarla insieme.
Il telefono rimase muto, e per un attimo temetti che Sophie avesse riattaccato. Poi, per, mi
giunse la sua voce, distaccata e sognante: - Troveremo qualcosa molto presto, vero?
- Certamente. Cercheremo insieme. Con Boris. Troveremo qualcosa.
- Adesso stai venendo qui, vero? Per portarci da pap?
- S, s. Sar l fra un attimo. Quindi fatevi trovare tutti e due pronti.
- Va bene -. La voce di Sophie aveva ancora un che di distaccato e di serafico. - Sveglio subito
Boris.
Quando uscii dalla cabina telefonica, ebbi la netta impressione che in cielo vi fossero i primi
segni dell'alba. Vidi il gruppetto di persone intorno a Brodsky e, avvicinandomi, scorsi il chirurgo; si
era inginocchiato e segava con foga. Brodsky sembrava accettare la terribile prova in silenzio, ma
quando giunsi accanto alla macchina lanci un grido straziante che riecheggi tra gli alberi.
- Io devo andare, - dissi, rivolto a nessuno in particolare, ed effettivamente nessuno parve
sentirmi. Ma quando chiusi la portiera e accesi il motore, tutti si girarono verso di me con
un'espressione inorridita. Prima che potessi tirare su il finestrino, Geoffrey Saunders si avvicin di
corsa.
- Ehi, - disse furente. - Ehi, non puoi andartene cos. Non appena l'avremo liberato, dovremo
portarlo da qualche parte. Ci servir la tua macchina. Non ci vuole molto a capirlo, non ti pare?
- Sentimi bene, Saunders, - dissi con fermezza. - Lo vedo anch'io che siete nei guai. E vorrei
aiutarvi ancora, ma ho gi fatto tutto quello che potevo. Adesso devo pensare alle mie cose.
- Sei sempre il solito, vecchio mio, - disse Saunders. - Non sei cambiato.
- Sentimi bene, tu non hai idea. Davvero, Saunders, non hai la minima idea. Non ti immagini
nemmeno le responsabilit che ho.
Cosa credi? Non faccio mica la vita che fai tu!
Quest'ultima frase la urlai. Il chirurgo aveva smesso di lavorare e mi stava guardando. Ebbi la
sensazione che persino Brodsky avesse dimenticato il dolore e mi stesse fissando. Un po' imbarazzato,
dissi in tono pi conciliante: - Scusatemi, ma ho da fare una commissione urgentissima. Sono sicuro
che quando avrete finito, cio quando il signor Brodsky sar in condizioni di essere trasportato,
l'ambulanza sar qui.
Scusatemi proprio, ma non posso fermarmi un minuto di pi.
Detto questo, mi affrettai a tirare su il finestrino e ripartii con la macchina.
...
.
...
31.
.
La strada continu nella foresta ancora per un pezzo. Quando finalmente gli alberi
cominciarono a diradarsi, scorsi in lontananza i primi tenui bagliori dell'alba. Poi gli alberi sparirono, e
io mi ritrovai nelle strade deserte della citt.
Un semaforo rosso mi costrinse a fermarmi a un incrocio; mentre aspettavo immerso nel
silenzio - non c'erano altre macchine in vista - mi guardai intorno e a poco a poco cominciai a
riconoscere il quartiere in cui ero entrato. Con sollievo, mi accorsi di essere molto vicino alla casa di
Sophie; anzi, la strada che avevo di fronte, ne ero sicuro, mi avrebbe portato dritto da lei. Ricordavo
anche che il suo alloggio era sopra la bottega di un barbiere, e quando il semaforo cambi colore
attraversai l'incrocio e imboccai la via silenziosa, esaminando attentamente le case che mi sfilavano
accanto. Poi davanti a me, in lontananza, vidi due figure che aspettavano sul marciapiede e pigiai
sull'acceleratore.
Sophie e Boris indossavano solo una giacchetta e sembravano infreddoliti dall'aria del mattino.
Vennero di corsa verso la macchina, e Sophie, chinandosi, url adirata: - Non arrivavi pi! Perch ci
hai messo tutto questo tempo?
Prima che potessi rispondere, Boris pos una mano sul braccio di Sophie e disse: - Non importa.
Arriveremo lo stesso in tempo. Non importa.
Guardai il bambino. Portava una grossa cartella, che somigliava a una borsa da dottore e gli
dava una solennit un po' comica. Ma il suo modo di fare era stranamente rassicurante, e, almeno
all'apparenza, il bambino riusc a calmare la madre.
Pensavo che Sophie si sarebbe seduta di fianco a me, invece sia lei sia Boris salirono dietro.
- Mi spiace, - dissi, mentre giravo la macchina, - ma non sono ancora pratico del posto.
- Chi c' con lui, adesso? - domand Sophie, e la sua voce era di nuovo molto tesa. - C'
qualcuno che si occupa di lui, in questo momento?
-  in compagnia dei suoi colleghi. Sono tutti l. Dal primo all'ultimo.
- Vedi? - disse gentilmente la voce di Boris alle mie spalle. Te l'ho detto. Non devi
preoccuparti. Andr tutto bene.
Sophie emise un profondo sospiro, ma ebbi l'impressione che Boris fosse riuscito anche questa
volta a calmarla. Qualche istante pi tardi il bambino disse: - Si stanno prendendo cura di lui. Quindi
non preoccuparti.
Vero che si stanno prendendo cura di lui?
La domanda, evidentemente, era rivolta a me. Tuttavia, mi aveva dato un po' fastidio che Boris
si fosse arrogato quella parte, e mi seccava anche che lui e sua madre si fossero seduti tutti e due dietro,
come se fossi un taxista, cos decisi di non rispondere.
Per qualche minuto viaggiammo in silenzio. Tornammo all'incrocio, poi mi sforzai di ricordare
il percorso per ritrovare la strada della foresta. Stavamo ancora attraversando le vie vuote della citt,
quando Sophie, con un filo di voce appena udibile sopra il rombo del motore, disse: - Questo  un
campanello d'allarme.
Non ero sicuro che si fosse rivolta a me. Stavo per girarmi, quando lei riprese a parlare con la
stessa voce sommessa: - Boris, mi stai a sentire? Dobbiamo affrontare la realt, questo  un campanello
d'allarme. Tuo nonno sta invecchiando.
Bisogna che lavori meno.  inutile negarlo. Bisogna che lavori meno.
Boris rispose qualcosa che non riuscii a capire.
- Ormai  un po' che ci penso, - continu Sophie. - Non ti ho mai detto niente perch so che...
che pensi meraviglie di tuo nonno. Ma  un po' che ci penso. C'erano gi stati altri avvertimenti, molto
prima di questo. Ma adesso non possiamo pi fare finta di niente. Il nonno sta invecchiando e deve
lavorare meno. Ho in mente un piano, non te l'ho mai detto, ma  parecchio tempo che ci penso. Andr
a parlare al signor Hoffman. Una bella chiacchierata sul futuro del nonno. Ho gi raccolto
informazioni.
Ho parlato al signor Sedelmayer dell'Hotel Imperiale e anche al signor Weissberg
dell'Ambasciatori. Non te l'ho mai detto prima, ma io lo vedevo che il nonno non era pi forte come
una volta.
Cos ho indagato un po'. Quando qualcuno ha lavorato in un albergo per molti anni come tuo
nonno, non  affatto insolito che a un certo punto gli venga affidato un incarico leggermente diverso. In
modo che possa risparmiarsi un poco. All'Hotel Imperiale c' un signore molto pi vecchio del nonno;
lo vedi subito quando entri. Una volta faceva il cuoco, ma quando  diventato troppo vecchio per quel
lavoro, hanno trovato una soluzione. Gli hanno dato una magnifica uniforme e l'hanno messo in un
angolo dell'atrio dietro una grande scrivania di mogano, con portapenne e calamaio. Il signor
Sedelmayer dice che la cosa funziona a meraviglia, e che quei soldi sono tutt'altro che sprecati. I
clienti, soprattutto quelli abituali, s'indignerebbero se entrando nell'atrio non vedessero pi quel
vecchio seduto dietro la sua scrivania; pare che la cosa dia molta distinzione all'albergo. Ebbene,
pensavo di parlarne con il signor Hoffman. Anche il nonno potrebbe fare qualcosa del genere.
Naturalmente lo pagherebbero meno, ma potrebbe conservare la sua stanzetta, alla quale  cos
affezionato, e mangiare gratis.
Forse potrebbero sistemarlo con una scrivania come all'Imperiale.
Ma non  escluso che il nonno voglia stare in piedi. Con un'uniforme speciale, da qualche parte
nell'atrio. Non dico che si debba fare subito. Ma non possiamo aspettare molto. Non  pi un
giovincello, e questo  un avvertimento.  inutile nascondercelo. Non c' niente da guadagnare
fingendo che non sia successo niente.
Sophie fece una pausa. Nel frattempo avevo riportato la macchina ai margini della foresta.
Albeggiava, e il cielo era diventato color porpora.
- Non preoccuparti, - disse Boris. - Il nonno si rimetter.
Sophie emise un profondo sospiro, poi disse: - Cos, tra l'altro, avr pi tempo. Sar molto
meno occupato, e il pomeriggio potrete andare pi spesso nella citt vecchia. O dove pi ti piacer. Ma
gli seme un buon cappotto. Per questo gli porto il pacco.  ora che glielo dia.  un pezzo che me lo tiro
dietro.
Udii un fruscio di carta e, guardando nello specchietto, vidi che Sophie aveva accanto a s il
soffice involto marrone che conteneva il cappotto del padre. A questo punto fui costretto a richiamare
la sua attenzione per chiederle qualcosa a proposito della strada. Sophie parve accorgersi della mia
presenza per la prima volta da quando eravamo partiti; si chin in avanti e mi disse all'orecchio: -
Sapevo che sarebbe successo. Andr subito a parlare con il signor Hoffman.
Mormorai qualcosa in segno di assenso, poi misi i fari abbaglianti perch stavamo entrando
nell'oscurit della foresta.
- Certa gente, - disse Sophie, - si comporta come se avesse sempre tutto il tempo di questo
mondo. Io non ne sono mai stata capace.
Per qualche minuto proseguimmo in silenzio, ma io sentivo vicinissima la sua presenza, e non
so perch mi aspettavo di sentire da un momento all'altro il tocco delle sue dita sulla mia faccia. Poi
Sophie disse in tono pacato: - Ricordo quando  morta la mamma. Come mi sono sentita sola.
La osservai di nuovo nello specchietto. Era ancora china in avanti, protesa verso di me, ma i
suoi occhi erano fissi sulla foresta che ci correva incontro.
- Non preoccuparti, - aggiunse sottovoce, facendo frusciare di nuovo il pacco del cappotto. -
Far in modo che stiamo bene.
Tutti e tre. Ci penser io.
Fermai l'automobile in un piccolo posteggio dietro il palazzo dei concerti. Davanti a noi c'era
una porta su cui brillava ancora una luce accesa; sebbene non fosse la stessa di cui mi ero servito la
prima volta, scesi e mi diressi da quella parte.
Quando mi voltai indietro, vidi che Boris stava aiutando la madre a uscire dall'auto. Con fare
protettivo, il bambino le tenne una mano dietro la schiena anche mentre la accompagnava verso il
palazzo, e la borsa da dottore che stringeva nell'altra gli sbatacchi sulle gambe intralciandolo.
Varcata la soglia ci trovammo nel lungo corridoio circolare, e quasi subito fummo costretti a
farci da parte per lasciar passare un carrello spinto da due uomini. Mi sembr che la temperatura fosse
molto pi alta di prima - l'aria adesso era soffocante ma, quando vidi due musicisti in frac che
chiacchieravano amabilmente davanti a una porta, capii con sollievo che non eravamo lontani dal
camerino dove avevo lasciato Gustav.
Mentre facevo strada lungo il corridoio, gli orchestrali divennero sempre pi numerosi. In gran
parte si erano gi cambiati per il concerto, ma l'atmosfera era ancora estremamente frivola. Tutti
urlavano e ridevano a pi non posso da un capo all'altro del corridoio, e a un certo punto rischiammo
addirittura di scontrarci con un musicista che usciva da un camerino imbracciando un violoncello come
se fosse una chitarra.
Poi qualcuno disse: - Oh, il signor Ryder, vero? Ci siamo gi incontrati si ricorda di me?
Un gruppetto di quattro o cinque signori che veniva dalla direzione opposta si era fermato e ci
stava guardando.
Indossavano tutti abiti da cerimonia, e mi accorsi subito che erano ubriachi. L'uomo che mi
aveva rivolto la parola brandiva un mazzo di rose; mi venne incontro sventolandolo con noncuranza.
- Al cinema, l'altra sera, - prosegu. - Ci ha presentati il signor Pedersen. Come sta, signor
Ryder? I miei amici dicono che l'altra sera mi sono comportato in maniera vergognosa e che le devo
delle scuse.
- Ah, s, - dissi, riconoscendolo. - Come sta? Sono molto contento di rivederla. Ma in questo
momento ho una fretta terribile...
- Mi auguro di non essere stato maleducato, - disse l'ubriaco, avvicinandosi finch la sua faccia
fu quasi contro la mia. - Non lo sono mai di proposito.
A queste parole i suoi compagni gorgogliarono, come soffocando una risata.
- Maleducato? Niente affatto, - dissi. - Ma adesso deve scusarmi...
- Stavamo cercando il maestro, - disse l'ubriaco. - No, no, non lei, signor Ryder. Quello tutto
nostro. Gli abbiamo portato dei fiori, vede? In segno del grande rispetto che gli portiamo. Sa dove
possiamo trovarlo?
- Purtroppo non ne ho la minima idea. Credo che per il momento non troverete il signor
Brodsky da... da queste parti.
- No? Non  ancora arrivato? - L'ubriaco si gir verso i suoi compagni. - Il nostro maestro non
c' ancora. Che cosa vi viene da pensare? - Poi verso di me: - Abbiamo dei fiori per lui -.
Sventol di nuovo il mazzo di rose, e qualche petalo cadde volteggiando per terra. - Un segno
d'affetto e di riguardo da parte del consiglio municipale.  un modo per chiedere scusa, naturalmente.
Per avere tardato cos tanto a capirlo -. Di nuovo i suoi compagni repressero una risata. - Non  ancora
arrivato?
Il nostro diletto maestro? Be', in questo caso possiamo ammazzare il tempo in compagnia degli
orchestrali. Oppure tornare al bar.
Voi che ne dite, amici miei?
Vidi che Sophie e Boris davano crescenti segni di impazienza.
Bofonchiai una scusa e ripresi a camminare. Alle mie spalle il gruppetto di signori si mise di
nuovo a ridacchiare, ma questa volta preferii non voltarmi.
Finalmente l'ambiente divenne pi tranquillo; di fronte a noi scorgemmo il muro di fondo del
corridoio e i facchini ammassati davanti all'ultimo camerino. Sophie acceler il passo, ma poco dopo,
quand'eravamo ancora a una certa distanza, si ferm.
Vedendoci arrivare, i facchini lasciarono libero il passaggio, e uno di loro - un uomo con i baffi,
tutto nervi, che ricordavo di avere visto al Caff Ungherese - ci venne incontro. Sembrava titubante, e
in principio si rivolse solo a me.
- Gustav sta tenendo duro, signor Ryder. Ha una fibra d'acciaio -. Poi si gir verso Sophie,
abbass lo sguardo e mormor: - S, ha una fibra d'acciaio, signorina Sophie.
Sulle prime Sophie non rispose e si limit a fissare la porta appena socchiusa del camerino, alle
spalle dei facchini. Poi, come per giustificare la sua presenza, disse all'improvviso: - Ho portato una
cosa a pap. Ecco, - sollev il pacco, - gli ho portato questo.
Qualcuno mise la testa dentro il camerino, e un attimo dopo sulla soglia comparvero altri due
facchini che si trovavano all'interno. Sophie non si mosse, e per un istante nessuno seppe che cosa dire
o fare. Poi Boris ci pass davanti, tenendo sollevata la sua cartella nera.
- Vi prego, signori, - disse. - Spostatevi. Toglietevi di l, per piacere.
Fece segno ai facchini di allontanarsi dalla porta. I due uomini sulla soglia rimasero dov'erano,
guardandolo stupefatti, e Boris rivolse loro un gesto impaziente. - Signori! Toglietevi di l, per piacere!
Dopo avere fatto un po' di spazio davanti al camerino, Boris, si volt a guardare la madre.
Sophie venne avanti di qualche passo, poi si ferm di nuovo. I suoi occhi fissavano la porta che il due
facchini avevano lasciata aperta a met - con un po' di apprensione. Ancora una volta tutti sembrarono
incerti sul da farsi, e fu di nuovo Boris a rompere il silenzio.
- Aspettami qui, mamma -. Detto questo, si gir e spar dentro il camerino.
Sophie mostr un evidente sollievo. Si avvicin ancora di qualche passo e, quasi con
disinvoltura, si sporse in avanti per sbirciare dentro la stanza. Poi, vedendo che Boris aveva
praticamente richiuso la porta, drizz la schiena e rimase ad aspettare come in coda alla fermata
dell'autobus, con il pacco ripiegato sulle braccia incrociate.
Boris riemerse dopo qualche minuto. Aveva ancora la sua borsa da dottore in mano, e si chiuse
la porta alle spalle con cura.
- Il nonno  molto contento che siamo venuti, - disse in tono tranquillo, guardando Sophie. -
Molto contento.
Poi rimase a fissare la madre, e sulle prime il suo atteggiamento mi sconcert. Impiegai qualche
secondo a capire che stava aspettando un messaggio da riferire a Gustav. Di fatti, dopo un attimo di
riflessione, Sophie apr finalmente bocca.
- Digli che ho una cosa per lui. Un regalo. Glielo porto dentro fra un momento. Mi sto... mi sto
solo preparando.
Quando Boris scomparve di nuovo nel camerino, Sophie si mise il cappotto su un braccio e
cominci a lisciare le pieghe della soffice carta marrone. In quell'istante, forse per la manifesta inutilit
di quel gesto, mi ricordai improvvisamente dei numerosi altri impegni che mi attendevano. Mi venne in
mente, per esempio, che non avevo ancora esaminato l'auditorium, e che le possibilit di farlo - se
volevo che l'ispezione avesse un senso diminuivano di minuto in minuto.
- Torno subito, - dissi a Sophie. - Devo controllare una cosa.
Sophie continu a gingillarsi con il pacco e non mi rispose.
Stavo per ripetere la frase a voce pi alta, quando pensai che era meglio non attirare troppo
l'attenzione su di me. Zitto zitto, partii in cerca di Hoffman.
...
.
...
32.
.
Dopo avere percorso un breve tratto di corridoio, vidi davanti a me un certo trambusto. Una
dozzina di persone si spingevano a vicenda, urlando e gesticolando. Il mio primo pensiero fu che, a
causa della crescente tensione, fosse scoppiato un litigio tra il personale delle cucine. Poi notai che la
piccola folla veniva lentamente verso di me ed era composta di una curiosa mescolanza di persone.
Alcune erano in abito da sera, altre invece indossavano giacche a vento, impermeabili e jeans, e
sembravano arrivare direttamente dalla strada. Al gruppo si era unito anche qualche orchestrale.
Uno degli uomini che urlavano di pi aveva un aspetto familiare. Stavo cercando di ricordare
dove l'avessi gi visto, quando lo udii strillare: - Signor Brodsky, devo assolutamente insistere!
Riconobbi allora il chirurgo dai capelli grigi che avevo incontrato nella foresta, e mi accorsi che
al centro della piccola folla c'era niente meno che Brodsky, che avanzava lentamente con cocciuta
determinazione. Aveva un aspetto da far paura. La pelle della faccia e del collo era bianca e
orrendamente grinzosa.
- Dice di sentirsi bene! Perch non lascia decidere a lui? url di rimando un signore di mezza
et in smoking. Parecchie voci appoggiarono immediatamente questa affermazione, suscitando a loro
volta un coro di proteste.
Nel frattempo Brodsky continuava la sua lenta avanzata, ignorando completamente il trambusto
che lo attorniava. Sulle prime ebbi l'impressione che fosse sorretto dalla folla, ma quando fu pi vicino,
vidi che camminava da solo con l'aiuto di una gruccia. Quest'ultima aveva qualcosa di strano, che mi
indusse a osservarla pi attentamente; mi accorsi allora che si trattava di un'asse da stiro, che Brodsky
teneva chiusa e in posizione verticale sotto l'ascella.
Mentre osservavo la scena, gli accompagnatori di Brodsky cominciarono a notare la mia
presenza, e a uno a uno ammutolirono rispettosamente, per cui la piccola folla si fece sempre pi
silenziosa man mano che si avvicinava. Il chirurgo, invece, continuava a strepitare: - Signor Brodsky! Il
suo organismo ha subito un trauma gravissimo. Insisto perch si sieda e si riposi!
Brodsky teneva gli occhi bassi, concentrandosi su ogni passo, e per un po' non mi vide. Poi,
notando il cambiamento nelle persone che gli stavano intorno, alz finalmente lo sguardo.
- Ah, Ryder, - disse. - Eccola.
- Signor Brodsky. Come si sente?
- Bene, bene, - disse Brodsky in tono calmo.
La folla si scost un po', e lui pot percorrere pi agevolmente l'ultimo tratto di corridoio.
Quando gli feci i miei complimenti per come aveva imparato in fretta l'arte di camminare con la
gruccia, Brodsky abbass gli occhi sulla sua asse da stiro come se l'avesse ormai dimenticata da un
pezzo.
- Il tizio che mi ha portato qui, - disse, - aveva questa trappola nel suo furgone. Non funziona
male.  robusta, e mi permette di camminare abbastanza bene. L'unico guaio  che tende ad aprirsi.
Cos.
Brodsky scosse l'asse da stiro, che effettivamente cominci a schiudersi. Un fermo ne blocc
quasi subito l'apertura, ma era chiaro che il continuo ripetersi di questo movimento, per quanto lieve,
poteva essere oltremodo irritante.
- Avrei bisogno di un cordino per legarla, - disse Brodsky con aria triste. - Un cordino come
questo. Ma adesso non c' tempo.
Seguii con lo sguardo il suo dito e non potei fare a meno di sgranare gli occhi dal raccapriccio
alla vista della gamba sinistra dei suoi pantaloni, annodata poco sotto la coscia.
- Signor Brodsky, - dissi, costringendomi a guardarlo di nuovo in faccia, - non  possibile che si
senta bene. Pensa di avere la forza di dirigere l'orchestra questa sera?
- S, s. Sto bene. Diriger l'orchestra e sar... sar un concerto stupendo. Come ho sempre
saputo che sarebbe stato. E allora lei vedr con i suoi occhi, udir con le sue orecchie. Per tutti questi
anni ho solo finto di essere un idiota. Per tutti questi anni mi sono tenuto dentro ogni cosa, aspettando.
E questa notte lei vedr finalmente chi sono. Sar un concerto stupendo, signor Ryder.
- Parla della signorina Collins? Ma non aveva detto che non sarebbe venuta?
- Verr, verr. Oh, s, s. Hoffman ha fatto di tutto per impedirglielo, per spaventarla, ma lei
verr, oh, s. Ormai ho smascherato il suo gioco. Sono andato a trovarla, Ryder, ho fatto un
lunghissimo pezzo a piedi,  stato faticoso, ma alla fine  arrivato quest'uomo, questo brav'uomo... -
Brodsky si gir a guardare la piccola folla e mi indic vagamente qualcuno. -  arrivato, aveva un
furgone. Siamo andati da lei, e io ho bussato alla porta, ho bussato, bussato. Un vicino ha creduto che
avessi ricominciato come un tempo. Sa, a volte lo facevo, di bussare e bussare alla sua porta di notte,
finch qualcuno chiamava la polizia. Ma io gli ho detto, no, pezzo d'idiota, non sono pi ubriaco. Ho
avuto un incidente e adesso sono sobrio, vedo tutto con chiarezza. Gliel'ho urlato in faccia, a quel
vecchio lardoso.
Vedo tutto con chiarezza, adesso, vedo tutto ci che quel verme mi ha fatto in questi mesi, s,
gli ho urlato cos. Poi l'ho vista avvicinarsi alla porta, proprio lei, veniva avanti e mi sentiva parlare con
il suo vicino, e io la vedevo attraverso il vetro, titubante, allora ho lasciato perdere il vicino e ho
cominciato a rivolgermi a lei. Mi ha ascoltato, ma sulle prime non ha aperto la porta, poi per le ho
detto, senti, ho avuto un incidente, allora lei mi ha aperto. Dov' il sarto? Dove si  cacciato? Non
doveva tenermi pronta la giacca? - Brodsky si guard intorno, e una voce in fondo alla piccola folla
disse: - Arriva subito, signor Brodsky. Anzi, eccolo qui.
Comparve un ometto che cominci a prendere le misure a Brodsky con un metro a nastro.
- Ma che cosa fa? Ma che cosa fa? - borbott Brodsky impaziente. Poi, rivolto a me, aggiunse: -
Sono senza vestito. Ne avevano uno pronto. Dicono di avermelo consegnato a casa. Chi lo sa? Ho
avuto un incidente, non so dove sia finito. Dovranno procurarmene un altro. Un vestito e una camicia
da sera. Voglio il meglio per questa notte. Le mostrer quali sono state le mie vere intenzioni per tutti
questi anni.
- Signor Brodsky, - dissi, - mi stava appunto parlando della signorina Collins. Se ho ben capito,
alla fin fine  riuscito a convincerla a venire qui questa sera?
- Oh, verr. Me l'ha promesso. Non mancher alla sua promessa per la seconda volta. Al
cimitero non  venuta. Io ho aspettato, aspettato, e lei non  venuta. Ma non era colpa sua.  stato lui, il
direttore dell'albergo, a spaventarla. Ma io le ho detto che il tempo della paura  finito. Che abbiamo
avuto paura per tutta la nostra vita, e adesso dobbiamo essere coraggiosi. In principio non mi stava
nemmeno a sentire. Ma che cosa ti sei fatto? continuava a chiedermi. Era molto diversa dal solito.
Aveva gli occhi pieni di lacrime, si portava le mani al volto come se fosse sul punto di mettersi
a piangere. Non si preoccupava nemmeno che i vicini potessero sentirci. Era notte fonda, e lei mi
diceva, Leo, Leo... s, mi chiama di nuovo cos... Leo che cosa ti sei fatto alla gamba? C' del sangue. E
io, non  niente, non ha importanza. Un incidente, per fortuna c'era un dottore che passava di l, ma non
 di questo che devi preoccuparti adesso,  molto pi importante che tu venga al concerto. Non stare ad
ascoltare quello sciagurato, quel... quel fattorino. Le ho detto che ci restava pochissimo tempo. Che
questa sera avrebbe visto quali erano sempre state le mie vere intenzioni. Avrebbe capito che non ero
l'idiota che aveva creduto per tutti questi anni. E lei mi ha risposto che non poteva venire, che non era
pronta; e poi, ha detto, tutte le ferite si sarebbero riaperte. E io le ho ripetuto, non stare ad ascoltare quel
fattorino, quel portiere d'albergo,  troppo tardi per queste cose. E lei mi indicava la gamba, ma che
cosa ti sei fatto, diceva, sta sanguinando, e io mi sono messo a urlare. Non importa, le ho urlato. Non
capisci che ho bisogno che tu venga!
Devi venire! Devi vedere con i tuoi occhi, devi venire! E finalmente lei ha capito che stavo
facendo sul serio. Gliel'ho letto negli occhi, ho visto il cambiamento dietro il suo sguardo, la paura
dileguarsi, qualcosa di nuovo germogliare dentro di lei, e ho capito che avevo vinto, e che quel lavatore
di cessi d'albergo aveva perso. E le ho detto, con voce pacata, questa volta, le ho detto: Allora verrai?
Lei ha annuito con calma, e io ho avuto la certezza che potevo fidarmi di lei. S, Ryder, la certezza
assoluta, cos mi sono girato e me ne sono andato. Sono venuto qui, mi ha portato questo brav'uomo
con il suo furgone... dove si  cacciato? Ma sarei venuto anche a piedi; non sono mica cos malconcio.
- Ma signor Brodsky, - dissi, -  sicuro di essere in grado di salire sul podio? In fondo, ha avuto
un terribile incidente...
Sebbene non fosse nelle mie intenzioni, l'accenno a questo argomento ebbe l'effetto di scatenare
un'altra raffica di grida.
Il chirurgo si fece largo a gomitate e, quando fu in prima fila, alz la voce pi degli altri,
picchiando il pugno contro la palma della mano per dare maggior enfasi alle sue parole.
- Signor Brodsky, insisto! Anche se solo per qualche minuto, lei deve riposarsi!
- Sto bene, sto bene, lasciatemi in pace! - url Brodsky riprendendo a camminare. Poi, vedendo
che non mi ero mosso, si gir verso di me e grid: - Ryder, se vede quel fattorino, gli dica che sono qui
-. S, glielo dica. Pensava che non ce l'avrei mai fatta, perch  convinto che sia una cacca di cane. Gli
dica che sono qui. Vediamo che faccia fa -. Detto questo si allontan per il corridoio, seguito dalla
piccola folla altercante.
Io continuai nella direzione opposta, sulle tracce di Hoffman.
Il numero degli orchestrali che ciondolavano nel corridoio era diminuito, e molti dei camerini
avevano la porta chiusa. Ero sul punto di tornare indietro per guardare meglio dentro a quelli aperti,
quando scorsi la figura di Hoffman poco pi avanti di me.
Mi dava la schiena e camminava lentamente a testa china.
Sebbene fossi troppo lontano per sentire ci che diceva, era chiaro che stava ripetendo il suo
discorsetto. Poi, quando fui a pochi passi da lui, lo vidi barcollare improvvisamente in avanti.
Temetti che cadesse, ma un attimo dopo capii che stava semplicemente provando il curioso
gesto che gli avevo gi visto fare davanti allo specchio del camerino di Brodsky. Piegando in due il
busto, Hoffman sollev un braccio con il gomito in fuori e cominci a battersi la fronte con il pugno.
Era ancora in questa posizione quando lo raggiunsi e diedi un colpetto di tosse.
Hoffman si raddrizz di scatto e si gir verso di me.
- Ah, signor Ryder. Non si preoccupi. Sono sicuro che il signor Brodsky sar qui a momenti.
- Certamente, signor Hoffman. Anzi, se per caso stava provando il discorsetto con cui intendeva
chiedere scusa al pubblico per il mancato arrivo del signor Brodsky, sappia che non ce ne sar bisogno.
Sono lieto di informarla che il signor Brodsky  gi qui -. Indicai il corridoio. -  appena arrivato.
Hoffman fece una smorfia stupefatta e per un secondo rimase impietrito. Poi si diede un
contegno e disse: - Oh, bene. Che sollievo. D'altronde, sono sempre stato... s, insomma, estremamente
fiducioso -. Rise e si guard intorno, come se sperasse di vedere Brodsky. Poi rise di nuovo e disse: -
Be', forse  meglio che vada a occuparmi di lui.
- Signor Hoffman, prima di andarsene, sarebbe cos gentile da darmi notizie aggiornate sui miei
genitori? Confido che siano al sicuro dentro l'edificio. E mi auguro che la sua idea del cavallo e della
carrozza abbia avuto l'effetto sperato. Tra l'altro credo di avere sentito la carrozza quando sono passato
in macchina davanti al palazzo.
- I suoi genitori? - Hoffman parve di nuovo disorientato. Poi mi mise una mano sulla spalla e
disse: - Ah, s. I suoi genitori.
Vediamo un po'.
- Signor Hoffman, contavo che lei e i suoi colleghi si prendessero cura dei miei genitori. Le loro
condizioni di salute sono tutt'altro che buone...
- Certo, certo. Non occorre che si preoccupi. Solo che con tutte le cose che ho per la testa, con il
signor Brodsky che per giunta era leggermente in ritardo, anche se ora a quanto pare  arrivato... ah,
ah... - Hoffman smise di parlare e guard di nuovo in fondo al corridoio. Un po' freddamente gli
domandai: - Signor Hoffman, dove sono i miei genitori in questo momento?
Ne ha una vaga idea?
- Ah. In questo istante, a dire il vero, io... ecco... Ma le assicuro che sono in mani fidatissime.
Naturalmente, sarebbe il massimo delle mie aspirazioni poter seguire personalmente ogni aspetto della
serata, ma deve capire che... Ah, ah. La signorina Stratmann. S, lei sa di sicuro dove sono i suoi
genitori. Le  stato ordinato di sorvegliare attentamente tutto ci che li riguarda. Anche se, finch sono
qui da noi, non c' alcun pericolo che vengano trascurati. Anzi, ho dovuto chiedere alla signorina
Stratmann di fare molta attenzione che non si stanchino troppo. Sa,  inevitabile che siano sommersi di
inviti da ogni parte...
- Signor Hoffman, se ho ben capito, non ha la minima idea di dove siano i miei in questo
momento? E la signorina Stratmann dov'?
- Oh,  certamente qui da qualche parte. Su, muoviamoci e andiamo a vedere come sta il signor
Brodsky. Sono sicuro che per strada incontreremo la signorina Stratmann. Magari  in ufficio.
In ogni caso, signor Ryder, - e improvvisamente Hoffman assunse un tono pi autoritario, - non
otterremo gran che restando qui.
Ci avviammo lungo il corridoio. Mentre camminavamo, Hoffman parve ritrovare tutta la sua
compostezza; con un sorriso, mi disse: - Adesso possiamo essere sicuri che tutto andr per il meglio.
Lei, signor Ryder, mi sembra una persona che sa molto bene il fatto suo. E ora che anche il
signor Brodsky  arrivato, non ci sono pi problemi. Tutto si svolger secondo i piani. Ci attende una
splendida serata.
Poi notai un cambiamento nel suo passo e mi accorsi che stava fissando qualcosa davanti a noi.
Seguendo il suo sguardo, vidi Stephan in mezzo al corridoio. Il giovane aveva la faccia preoccupata e,
non appena ci scorse, ci venne rapidamente incontro.
- Buona sera, signor Ryder, - disse. Poi, abbassando la voce, si rivolse a Hoffman: - Pap,
possiamo parlarci un momento?
- Non ho tempo, Stephan. Il signor Brodsky  appena arrivato.
- S, l'ho saputo. Ma vedi, pap, si tratta della mamma.
- Ah. La mamma.
-  ancora nel foyer, e io devo cominciare fra quindici minuti. L'ho vista poco fa, era l che
vagava. Le ho detto che presto sarebbe toccato a me, e lei mi ha risposto: Be', caro, adesso proprio
non posso. Cercher di sentire almeno l'ultima parte del tuo pezzo, ma prima devo occuparmi di un
paio di cose.
Ha detto cos, ma a me  sembrato che non avesse niente di particolare da fare. Sul serio,  ora
che tu e la mamma veniate a sedervi. Fra meno di quindici minuti tocca a me.
- S, s, arrivo subito. Quanto a tua madre, sono sicuro che sbrigher in fretta quel che deve fare.
Perch ti preoccupi tanto? Torna nel tuo camerino e pensa a prepararti.
- Ma che cosa ci fa nel foyer? Se ne sta l a chiacchierare con tutti quelli che passano. Fra poco
rester solo lei. La gente ormai sta prendendo posto.
- Immagino che voglia semplicemente sgranchirsi le gambe, visto che dovr stare seduta per il
resto della serata. Adesso calmati, Stephan. Devi far decollare bene la serata. Contiamo tutti su di te.
Il giovane riflett su queste parole, poi parve ricordarsi improvvisamente di me.
-  stato davvero gentile, signor Ryder, - disse con un sorriso. - Non so che cosa avrei fatto
senza il suo incoraggiamento.
- Il suo incoraggiamento? - Hoffman mi guard stupefatto.
- Oh, s, - disse Stephan. - Il signor Ryder  stato estremamente generoso, sia con il suo tempo,
sia con i suoi elogi. Mi ha ascoltato mentre provavo il pezzo, e mi ha dato il pi grande
incoraggiamento che abbia ricevuto da anni.
Hoffman guardava ora me ora il figlio, con un sorrisetto incredulo sulle labbra. Poi mi disse: -
Lei ha trovato il tempo di ascoltare Stephan? Di ascoltare lui?
- Proprio cos. Ho gi tentato di dirglielo una volta, signor Hoffman. Suo figlio  molto dotato, e
sono sicuro che la sua esecuzione sbalordir tutti, comunque vada il resto della serata.
- Caspita, lo crede davvero? Resta per il fatto che Stephan, che lui... insomma... - Hoffman
parve confondersi, poi diede una pacca sulla schiena al figlio, prorompendo una breve risata. Bene,
Stephan, a quanto pare hai in serbo una sorpresa per noi.
- Lo spero, pap. Ma la mamma  ancora nel foyer. Forse sta aspettando te. Voglio dire, fa
sempre una brutta impressione che una signora se ne stia seduta per conto suo in un'occasione come
questa. Forse il motivo  solo quello. Se vai in sala e prendi posto, pu darsi che lei ti raggiunga. Mica
per altro, ma fra pochissimo tocca a me.
- D'accordo, Stephan, ci penso io. Non preoccuparti. Adesso torna nel tuo camerino e preparati.
Prima devo solo sistemare un paio di cose con il signor Ryder.
Sebbene Stephan avesse ancora l'aria infelice, lo lasciammo e continuammo per la nostra strada.
- Devo avvertirla di una cosa, signor Hoffman, - dissi, dopo avere percorso un altro tratto di
corridoio. - Forse noter che il signor Brodsky ha assunto un atteggiamento un po' ostile verso... be',
verso di lei.
- Verso di me? - Hoffman pareva stupito.
- Quando l'ho visto poco fa, era piuttosto irritato con lei. Si direbbe che nutra un certo
risentimento nei suoi confronti. Ho pensato che fosse meglio dirglielo.
Hoffman borbott qualcosa che non capii. Poi, mentre il corridoio continuava lentamente a
girare, davanti a noi comparve il camerino di Brodsky, riconoscibile dalla piccola folla raccolta fuori
della porta. Il direttore dell'albergo rallent, poi si ferm del tutto.
- Signor Ryder, ho ripensato a quello che mi ha appena detto Stephan, e credo che farei meglio
ad andare da mia moglie. Per accertarmi che stia bene. In fondo, in una serata come questa, capisce
anche lei, i nervi...
- Certamente.
- La prego quindi di scusarmi. Tra l'altro, posso chiederle di dare un'occhiata nel camerino del
signor Brodsky, per controllare che tutto proceda bene? Perch io, davvero, - Hoffman guard
l'orologio, - bisogna proprio che vada a prendere posto. Stephan ha ragione.
Hoffman si lasci sfuggire una risatina, poi scapp via nella direzione da cui eravamo venuti.
Aspettai che se ne fosse andato, poi mi incamminai verso il gruppetto riunito davanti alla porta
di Brodsky. Alcuni dei presenti erano li per semplice curiosit; altri invece discutevano concitatamente
sottovoce. Il chirurgo dai capelli grigi indugiava accanto alla soglia; stava parlando animatamente a un
orchestrale e gesticolava esasperato in direzione del camerino. Con mio grande stupore, la porta era
spalancata; mentre mi avvicinavo, il piccolo sarto che avevo visto poco prima mise fuori la testa e url:
- Il signor Brodsky vuole un paio di forbici. Ma grandi! - Qualcuno part di corsa, e il sarto spar di
nuovo nel camerino. Mi feci largo tra la folla e guardai dentro la stanza.
Brodsky era seduto con la schiena alla porta e si guardava nello specchio a muro. Indossava uno
smoking, e il sarto gli stava pizzicando e tirando la stoffa sulle spalle. Aveva anche una camicia da
sera, ma non ancora il farfallino.
- Ah, Ryder, - disse, vedendomi nello specchio. - Entri, entri.
Sa, era un pezzo che non indossavo pi un vestito cos.
Sembrava molto pi calmo di prima, e mi torn in mente l'atteggiamento imperioso che aveva
assunto al cimitero, quando era comparso davanti ai familiari del defunto.
- Come le sembra, signor Brodsky, - disse il sarto, raddrizzandosi. Per qualche istante tutti e due
esaminarono la giacca allo specchio. Poi Brodsky scosse il capo.
- No, no. La voglio pi aderente, - disse. - Qui e qui.  troppo larga.
- Non ci vuole niente, signor Brodsky -. Il sarto gli sfil in fretta e furia la giacca, mi pass
davanti facendo un rapido inchino e spar dalla porta.
Brodsky continu a guardarsi allo specchio, giocherellando pensieroso con le punte ripiegate
del colletto. Poi prese un pettine e si diede qualche tocco ai capelli, che, notai, erano stati impomatati e
luccicavano.
- Come si sente adesso? - domandai, avvicinandomi.
- Bene, - disse lui lentamente, continuando ad aggiustarsi i capelli. - Adesso mi sento bene.
- E la gamba? Non pu certo dirigere un'orchestra con una ferita cos grave!
- La mia gamba non ha niente -. Brodsky pos il pettine e osserv il risultato. - La ferita era
meno grave di quanto sembrasse. Adesso sto bene.
Mentre Brodsky diceva queste parole, vidi nello specchio il chirurgo - che per tutto questo
tempo era rimasto vicino alla porta - fare un passo dentro la stanza, con l'aria di chi non riesce pi a
trattenersi. Ma prima che l'uomo potesse dire qualcosa, Brodsky url in tono quasi feroce alla sua
immagine riflessa: - Sto bene, adesso! La ferita  una cosa da niente!
Il chirurgo batt in ritirata, ma si ferm sulla soglia e di l continu a fissare rabbiosamente la
schiena di Brodsky.
- Ma signor Brodsky, - dissi in tono pacato, - ha perso una gamba. Non pu essere una cosa
tanto trascurabile.
- Ho perso una gamba,  vero -. Brodsky stava di nuovo ravviandosi i capelli. - Ma  successo
anni fa, Ryder. Molti anni fa. Forse quando ero bambino.  passato cos tanto tempo che non me lo
ricordo nemmeno. Quell'idiota di un dottore non se ne  accorto. Ero tutto attorcigliato alla bicicletta,
ma la gamba intrappolata era quella artificiale. Quell'idiota non se ne  nemmeno accorto. E ha il
coraggio di definirsi chirurgo! A me, Ryder, sembra di non averla mai avuta quella gamba. Quanto
tempo fa  successo? Alla mia et si comincia a dimenticare. E si smette persino di angustiarsi. Una
ferita cos diventa come una vecchia amica. Certo, di tanto in tanto mi d fastidio, ma ci ho vissuto
insieme per cos tanto tempo! Deve essere successo quando ero bambino. Forse in un incidente
ferroviario. Da qualche parte in Ucraina. Mi pare che ci fosse la neve. Ma chi pu dire? Ormai non ha
nessuna importanza. A me sembra di essere stato cos per tutta la mia vita. Con una gamba sola. Non 
una tragedia. Si fa il callo. Quell'idiota di un dottore. Mi ha segato la gamba di legno. S, c'era sangue,
sanguina ancora, e mi servono delle forbici, Ryder. Ho mandato a prendere delle forbici. No, no, non
per la ferita. Per la gamba dei pantaloni, questa qui. Non posso mica dirigere l'orchestra con una gamba
dei pantaloni vuota, che sbatacchia a questo modo. Quell'idiota di un dottore, quel tirocinante, mi ha
segato la gamba di legno, e mi ha messo in un bel guaio. Non mi resta che... - Brodsky mim con le
dita un paio di forbici che tagliavano la stoffa poco sopra il ginocchio. Devo rimediare in qualche
modo. Renderla il pi possibile elegante. Quell'idiota, non solo mi rovina la gamba di legno, mi graffia
anche il moncone. Erano anni che la ferita non sanguinava pi cos. Che razza di idiota, con quella
faccia tutta seria. Si crede chiss chi e va ad amputarmi una gamba di legno. Mi incide persino il
moncone. Non c' da stupirsi se continua a sanguinare.
C'era sangue da per tutto. Ma la gamba l'ho persa da anni. Da un'eternit. Ho avuto tutta la vita
per farci l'abitudine. Poi arriva quell'idiota con la sua sega e la ferita ricomincia a sanguinare -. Brodsky
abbass gli occhi sul pavimento e sfreg qualcosa con la scarpa. - Ho mandato a prendere delle forbici.
Voglio fare bella figura, Ryder. Non sono vanitoso. Non lo faccio per vanit. Ma in certi
momenti ci vuole decoro. C' una persona che mi verr a vedere, questa sera, e che si ricorder di
questa serata per tutti gli anni che ci restano da vivere. L'orchestra  una buona orchestra. Ecco, guardi
qui -. Brodsky allung una mano e prese una bacchetta, mettendola sotto la luce. -  una buona
bacchetta. Basta prenderla in mano per capirlo. Fa differenza, sa. Per me la punta  importante. La
punta deve essere fatta in un certo modo e solo in quello -. Brodsky fiss la bacchetta.  passato tanto
tempo, ma non ho paura. Questa sera far vedere a tutti quel che valgo. E non scender a compromessi.
Andr sino in fondo. Come dice lei, Ryder. Max Sattler. Ma che idiota quell'uomo! Quell'imbecille!
Quel barelliere!
Queste ultime parole Brodsky le url allo specchio con un certo gusto; il chirurgo - che era
rimasto a guardare dalla porta con la faccia stupefatta - si ritir imbarazzato.
Quando se ne fu andato, Brodsky lasci trasparire per la prima volta i segni della tensione.
Chiuse gli occhi e si inclin sulla sedia, respirando pesantemente. Ma un attimo dopo nella stanza
piomb un uomo con un paio di forbici.
- Oh, finalmente, - disse Brodsky, prendendole. Poi, non appena l'uomo fu uscito, pos le
forbici sulla mensola dello specchio e cominci ad alzarsi in piedi. Per sollevare il corpo si serv dello
schienale della sedia, poi allung una mano verso l'asse da stiro, appoggiata al muro di fianco allo
specchio. Mi feci avanti per aiutarlo, ma prima che potessi intervenire Brodsky afferr l'asse e se la
mise sotto il braccio con sorprendente agilit.
- Vede, - disse, guardandosi tristemente la gamba dei pantaloni che penzolava vuota. - Devo
rimediare.
- Vuole che le chiami il sarto?
- No, no. Quell'uomo non saprebbe che cosa fare. Me la caver da solo.
Brodsky continuava a guardarsi il pantalone penzolante. Mentre lo osservavo, mi ricordai che
avevo lasciato parecchie altre questioni urgenti in sospeso. In particolare, dovevo tornare da Sophie e
Boris e informarmi sulle condizioni di Gustav. Poteva persino darsi che qualche vitale decisione
riguardante il vecchio facchino fosse stata rinviata in attesa del mio ritorno. Diedi un colpetto di tosse e
dissi: - Se non le spiace, signor Brodsky, devo andare.
Brodsky continuava a guardarsi la gamba dei pantaloni. - Sar un magnifico concerto, Ryder, -
disse quasi sottovoce. - E lei sar l a vedermi. Finalmente.
...
.
...
33.
.
La scena davanti al camerino di Gustav non era cambiata gran che durante la mia assenza. I
facchini si erano forse allontanati un po' dalla porta, e ora, accalcati sul lato opposto del corridoio,
discutevano fra loro sottovoce. Sophie, invece, era ancora dove l'avevo lasciata, con il pacco ripiegato
sulle braccia e gli occhi fissi sulla porta socchiusa. Vedendomi arrivare, uno dei facchini mi venne
incontro e disse a voce bassa: - Gustav sta tenendo duro, signor Ryder. Ma Josef  andato a chiamare
un dottore. Non si poteva pi rimandare.
Annuii, poi, accennando con gli occhi a Sophie, domandai sottovoce: - Non  ancora entrata?
- No, signor Ryder. Ma sono sicuro che la signorina Sophie lo far molto presto.
Restammo tutti e due a guardarla per un momento.
- E Boris? - domandai.
- Oh, lui  entrato un paio di volte.
- Un paio di volte?
- Oh, s. Adesso  dentro.
Annuii di nuovo, poi mi avvicinai a Sophie. Non si era ancora accorta che ero tornato e, quando
le sfiorai gentilmente una spalla, sussult. Poi rise e disse.
- Pap  l dentro.
- S Sophie cambi lievemente posizione, sporgendosi da una parte come per vedere meglio
attraverso la porta.
- Non volevi dargli il cappotto? - domandai.
Sophie abbass gli occhi sul pacco, poi disse: - Oh, s. S, s. Stavo proprio per... - Non termin
la frase e si sporse di nuovo. Poi chiam: - Boris? Boris! Vieni fuori un momento.
Dopo qualche secondo il bambino, calmissimo, usc dalla stanza e richiuse con cura la porta.
- Allora? - domand Sophie.
Boris mi guard brevemente. Poi si rivolse alla madre: - Il nonno dice che gli dispiace. Ha detto
di dirti che gli dispiace.
- Tutto l? Non ha detto altro?
Il bambino ebbe un attimo di incertezza, poi aggiunse in tono rassicurante: - Torner dentro.
Vedrai che mi dir di pi.
- Ma finora non ti ha detto altro? Solo che gli dispiace?
- Non preoccuparti. Torner dentro.
- Aspetta un momento -. Sophie cominci a strappare la carta che avvolgeva il cappotto. - Porta
questo al nonno. Daglielo.
Vedi se gli va bene. Digli che se occorre posso accomodarglielo.
Sophie lasci cadere per terra la carta strappata e tenne sollevato il cappotto di colore marrone
scuro. Boris lo prese senza fare storie e torn nel camerino. Forse a causa del voluminoso indumento
che gli ingombrava le braccia, il bambino lasci la porta aperta a met; un attimo dopo in corridoio si
ud un mormorio proveniente dalla stanza. Sophie rest dov'era, ma vidi che si sforzava di cogliere
qualche parola. Alle nostre spalle, i facchini si mantenevano a rispettosa distanza, ma anche loro
fissavano con ansia la porta.
Pass un lungo momento, poi Boris usc di nuovo.
- Il nonno ringrazia, - disse a Sophie. - Adesso  molto contento. Dice che  molto contento.
- Non ha detto altro?
- Ha detto che  contento. Prima era preoccupato, ma ora che  arrivato il cappotto, dice che per
lui  molto importante -.
Boris diede un'occhiata alle sue spalle, poi si gir di nuovo verso la madre. - Dice che  molto
contento del cappotto.
- Non ti ha detto altro? Non ti ha detto se... se gli va bene?
Se il colore gli piace?
Stavo guardando Sophie, per cui non vidi con precisione ci che Boris fece a questo punto. A
me non parve nulla di speciale, una semplice pausa mentre pensava come rispondere alla domanda
della madre. Ma Sophie si mise improvvisamente a urlare: - Perch fai cos?
Il bambino sgran gli occhi.
- Perch fai cos? Sai benissimo cosa voglio dire. Cos! Cos!
- Sophie afferr Boris per la spalla e cominci a scuoterlo violentemente. - Come suo nonno! -
disse, rivolta a me. - L'ha copiato da lui! - Poi, girandosi verso i facchini, che osservavano la scena
allarmati, aggiunse: - Dal nonno! Ecco da chi l'ha preso. L'avete vista quella mossa della spalla? Cos
compiaciuta, cos tronfia. L'avete vista? Esattamente come suo nonno! - Poi fiss Boris con faccia torva
e riprese a scuoterlo.
- Oh, credi di essere un grand'uomo, vero? Vero?
Boris si liber dalla stretta e indietreggi barcollando di qualche passo.
- L'hai visto? - mi domand Sophie. - Quel modo di alzare la spalla. Come suo nonno.
Boris si allontan ancora di qualche passo. Poi raccatt dal pavimento la borsa nera da dottore e
se la mise davanti al petto come per difendersi. Pensai che stesse per scoppiare in lacrime, ma all'ultimo
momento riusc a dominarsi.
- Non preoccuparti... - disse, poi si ferm. Vidi che sollevava ancora un po' pi in alto la borsa
nera. - Non preoccuparti.
Io... io... - Boris rinunci a parlare e si guard intorno. La stanza adiacente al camerino di
Gustav era a pochi passi da lui.
Il bambino gir sui tacchi, si infil dentro e sbatt la porta.
- Sei impazzita? - domandai a Sophie. - Non ti sembra che sia gi abbastanza sconvolto?
Sophie non disse nulla. Poi sospir e si diresse verso la stanza in cui era sparito Boris. Buss ed
entr.
Sentii che Boris diceva qualcosa, ma non riuscii a cogliere le sue parole, sebbene Sophie avesse
lasciato la porta aperta.
- Mi dispiace, - gli rispose la madre. - Non volevo.
Boris aggiunse qualcos'altro che non capii.
- No, no, va tutto bene, - disse Sophie in tono gentile. - Sei stato magnifico -. Poi, dopo una
pausa: - Adesso devo andare a parlare a tuo nonno. Bisogna che lo faccia.
Boris disse ancora qualcosa.
- S, va bene, - disse Sophie. - Gli chieder di venire qui e di farti compagnia.
Il bambino attacc un discorso piuttosto lungo.
- No, sta' tranquillo, - lo interruppe Sophie dopo un momento.
- Ti tratter bene. Te lo prometto. Vedrai. Gli chieder di venire qui. Ma adesso devo andare a
parlare al nonno. Prima che arrivi il dottore.
Sophie usc dalla stanza e chiuse la porta. Poi, venendomi vicino, disse in un sussurro: - Ti
prego, va' dentro e fagli compagnia.  sconvolto. Io devo andare a parlare a pap -. Poi, prima che
potessi reagire, mi mise una mano sul braccio e aggiunse: - Per piacere, sii di nuovo affettuoso con lui.
Come lo eri una volta. Gli manca cos tanto il tuo affetto.
- Scusa, sai, ma non so di che cosa parli. Se Boris  sconvolto,  solo perch tu...
- Ti prego, - disse Sophie. - Forse  colpa mia, ma adesso, ti prego, cerchiamo di rimediare. Per
piacere, vai dentro e stai con lui.
- Certo che star con lui, - dissi freddamente. - Perch non dovrei? E tu faresti meglio ad andare
da tuo padre, che probabilmente ha sentito tutto.
Entrai nella stanza in cui si era rifugiato Boris e scoprii, un po' meravigliato, che non
somigliava agli altri camerini che avevo visto lungo il corridoio. In realt, con le sue file ordinate di
banchi e la grande lavagna sulla parete di fronte, ricordava piuttosto un'aula. Era spaziosa e mal
illuminata, con fitte ombre da per tutto. Boris era seduto in uno degli ultimi banchi e, quando entrai,
alz brevemente gli occhi. Non gli dissi nulla e cominciai a guardarmi intorno.
Sulla lavagna c'era un violento scarabocchio, e mi chiesi distrattamente se l'avesse fatto Boris.
Mentre vagavo tra i banchi vuoti, esaminando le carte nautiche e geografiche appese alle pareti, il
bambino emise un profondo sospiro. Gli lanciai un'occhiata e vidi che si era messo la borsa nera in
grembo e stava cercando di estrarne qualcosa. Alla fine tir fuori un grosso tomo e lo pos sul banco.
Mi girai dall'altra e continuai a gironzolare per la stanza.
Quando lo guardai di nuovo, Boris stava sfogliando il libro con un'espressione ammirata sul
volto; mi accorsi che era di nuovo alle prese con il manuale di bricolage. Piuttosto irritato, mi voltai a
esaminare un manifesto che metteva in guardia sui pericoli causati dall'uso sconsiderato dei solventi.
Alle mie spalle, Boris disse: - Questo libro mi piace proprio. Spiega tutto.
Aveva cercato di pronunciare la frase come se stesse parlando a se stesso, ma io mi ero
allontanato dal suo banco, sicch era stato costretto ad alzare la voce in maniera un po' innaturale.
Decisi di non rispondergli e continuai a vagare per la stanza.
Dopo un po' Boris emise un altro sospiro.
- Certe volte la mamma perde la testa, - disse.
Ebbi di nuovo la sensazione che non mi avesse rivolto la parola in modo appropriato, cos non
gli risposi. Per di pi, quando finalmente mi girai verso di lui, Boris finse di essere sprofondato nella
lettura del suo libro. Andai nell'angolo opposto della stanza e vidi sul muro un grande foglio con la
scritta Oggetti smarriti. C'era una lunga lista scritta a mano nelle grafie pi diverse, con una colonna
per la data, una per l'oggetto smarrito e una per il nome del proprietario. Non so perch, il tabellone mi
parve divertente e rimasi a studiarlo per un po'. Le prime voci a partire dall'alto - una penna, un pezzo
degli scacchi, un portafoglio - sembravano scritte seriamente.
Poi, dalla met circa in gi, le denunce diventavano scherzose.
Qualcuno sosteneva di avere perso tre milioni di dollari.
Un'altra persona, che si firmava Gengis Khan, diceva di avere perso il continente asiatico.
- Questo libro mi piace proprio, - disse Boris alle mie spalle.
- Spiega tutto.
Improvvisamente persi la pazienza, mi avvicinai come una furia e picchiai la mano sul suo
banco.
- Si pu sapere perch leggi questa roba? - domandai. - Che cosa ti ha detto tua madre? Che ti
ho fatto un magnifico regalo, scommetto. Ebbene, non  vero. Ti ha detto cos? Che ti ho fatto un
magnifico regalo? Che l'ho scelto apposta per te? Ma guardalo!
Guardalo! - Cercai di strappargli il libro dalle mani, ma Boris lo tenne stretto e ci mise sopra le
braccia. - Non  che un vecchio, inutile manuale che qualcuno stava per buttare via. Non penserai che
un libro come questo, una robaccia di questo genere, possa insegnarti qualcosa?
Cercavo di tirargli via il libro da sotto le braccia, ma Boris si era piegato sul banco e lo stava
proteggendo con il corpo. Il suo silenzio era esasperante. Tirai di nuovo, risoluto a far sparire quel libro
una volta per tutte.
- Ascoltami bene,  un regalo inutile. Assolutamente inutile.
Non ci ho messo niente di mio, n un pensiero, n un briciolo d'affetto.  una cosa riciclata, ce
l'ha scritto su ogni pagina.
E invece sei convinto che ti abbia fatto un regalo meraviglioso!
Dammelo, dammelo!
Forse per il timore che il manuale potesse strapparsi, Boris sollev di scatto le braccia, e io mi
ritrovai il libro in mano, appeso alla copertina. Il bambino non aveva ancora emesso un suono, e mi
sentii un po' sciocco per questa esplosione di rabbia. Guardai il libro che mi penzolava dalla mano e lo
scagliai in fondo alla stanza. Il manuale colp un banco, poi cadde per terra nell'ombra. Subito mi sentii
pi calmo e inspirai a fondo. Quando mi girai, Boris era seduto con la schiena rigida e lo sguardo fisso
sull'angolo in cui era atterrato il manuale.
Poi si alz in piedi e corse a recuperarlo. Non era ancora a met strada, per, che la voce di
Sophie lo chiam con urgenza dal corridoio: - Boris, vieni qui un momento. Solo un momento.
Il bambino esit e guard ancora una volta l'angolo in cui era atterrato il manuale, poi usc dalla
stanza.
- Boris, - sentii che diceva Sophie nel corridoio, - va' a chiedere al nonno come si sente. E
chiedigli se vuole che gli aggiusti il cappotto. Forse bisogna abbassare gli ultimi bottoni.
Altrimenti, quando si fermer sul ponte, c' il rischio che il vento sollevi i lembi. Va' a
chiederglielo, ma non fermarti a chiacchierare. Chiediglielo e torna subito fuori.
Quando uscii in corridoio, Boris era gi sparito nel camerino di Gustav. La scena che si offr ai
miei occhi mi era ormai familiare: Sophie immobile e tesa, con lo sguardo fisso sulla porta; i facchini
un po' pi indietro, con la faccia preoccupata.
Sul volto di Sophie, per, c'era un'espressione sconsolata che prima non avevo notato. Provai un
improvviso impeto di tenerezza nei suoi confronti. Mi avvicinai e le misi un braccio intorno alle spalle.
- Questo  un momento difficile per tutti, - le dissi gentilmente. - Un momento molto difficile.
Cominciai a tirarla verso di me, ma lei si liber bruscamente e continu a fissare la porta.
Sbigottito dal rifiuto, le dissi in tono rabbioso: - Ascolta, in questi frangenti abbiamo tutti il dovere di
aiutarci a vicenda.
Sophie non rispose; un attimo dopo Boris usc di nuovo dal camerino.
- Il nonno dice che il cappotto  esattamente come lo voleva lui, e che il fatto che glielo abbia
dato la mamma lo rende ancora pi bello.
Sophie emise un suono esasperato. - Ma ha bisogno che glielo aggiusti o no? Perch non me lo
dice? Il dottore sar qui a momenti.
- Dice... dice che il cappotto gli piace. Che gli piace moltissimo, - Chiedigli se devo abbassare i
bottoni. Se ha intenzione di stare sul ponte quando soffia vento, bisogna che il cappotto chiuda bene.
Boris medit per un istante sulla richiesta della madre, poi annu e torn dentro il camerino.
- Ascolta, - dissi a Sophie, - sembra che tu non ti renda conto della situazione in cui mi trovo.
Lo capisci che fra pochissimo devo salire sul palcoscenico? Dovr rispondere a domande tutt'altro che
facili sul futuro di questa comunit. Ci sar anche un tabellone elettrico. Lo capisci che cosa significa
tutto questo? Per te  facile preoccuparti di bottoni e stupidaggini del genere. Non ti rendi conto della
situazione in cui mi trovo?
Sophie mi rivolse uno sguardo angosciato e parve sul punto di dire qualcosa, ma proprio in quel
momento ricomparve Boris.
Questa volta il bambino fiss la madre con espressione serissima, ma non apr bocca.
- Allora, che cosa ha detto? - gli domand Sophie.
- Dice che il cappotto gli piace moltissimo. Gli ricorda un cappotto che avevi tu da piccola. Per
il colore. C'era anche il disegno di un orso. Sul tuo cappotto, naturalmente.
- Ha bisogno che glielo aggiusti? Perch non risponde a tono?
Il dottore sar qui a momenti!
- Allora non vuoi proprio capire, - la interruppi. - L fuori c' gente che pende dalle mie labbra.
Ci sar un tabellone elettronico, e chiss che altro. Vogliono che dopo ogni risposta vada a fare un
inchino sul proscenio. Una cosa dell'altro mondo.
Non vuoi proprio...
Mi arrestai, perch mi accorsi che Gustav stava chiamando.
Boris si gir immediatamente e rientr nel camerino. Per un tempo che mi parve lunghissimo
Sophie e io restammo dove eravamo, aspettando che tornasse. Quando finalmente ricomparve, il
bambino non ci degn di uno sguardo; pass oltre e and a fermarsi davanti ai facchini.
- Prego, signori -. Boris fece un gesto come per invitarli a entrare. - Il nonno vi vuole tutti
dentro. Desidera avervi intorno a s in questo momento.
Poi si gir per fare loro strada, e dopo una lieve esitazione i facchini gli andarono dietro. Ci
sfilarono davanti mormorando qualche parola imbarazzata a Sophie.
Quando anche l'ultimo fu entrato, sbirciai nella stanza, ma non riuscii a vedere Gustav perch i
suoi colleghi facevano ressa dietro la porta. Udii tre o quattro voci che parlavano insieme; stavo per
avvicinarmi ancora, quando improvvisamente Sophie mi pass accanto sfiorandomi ed entr nel
camerino. Ci fu un po' di trambusto, poi le voci tacquero.
In due passi mi affacciai alla porta. Poich i facchini si erano fatti da parte per lasciar passare
Sophie, potei vedere Gustav sdraiato sul suo materasso. Il cappotto marrone era drappeggiato sulla
parte alta del corpo, sopra la coperta grigia che ricordavo dalla volta precedente. Gustav era senza
guanciale, ed era chiaro che non aveva la forza di sollevare la testa, ma guardava sua figlia con occhi
affettuosi e sorridenti.
Sophie si era fermata a due o tre passi dal padre. Mi dava la schiena, quindi non riuscivo a
vederla in faccia, ma ebbi l'impressione che lo stesse fissando. Dopo un lungo silenzio disse: - Ti
ricordi della volta che sei venuto a scuola? Quando mi hai portato la roba per il nuoto? L'avevo
dimenticata a casa e non mi ero data pace per tutta la mattina. Mi chiedevo che cosa avrei fatto, poi sei
arrivato tu con la sacca azzurra, quella con la tracolla di corda, sei entrato addirittura in classe. Te lo
ricordi, pap?
- Questo cappotto mi terr caldo, - disse Gustav. - Ne avevo proprio bisogno.
- Avevi solo mezz'ora d'intervallo, cos sei venuto di corsa dall'albergo. Sei entrato in classe
tenendo in mano la sacca azzurra.
- Sono sempre stato molto fiero di te.
- Non mi ero data pace per tutta la mattina. Mi chiedevo che cosa avrei fatto.
-  un ottimo cappotto. Guarda che bel colletto. E qui  tutto di vera pelle.
- Mi scusi, - disse una voce accanto a me. Girandomi, vidi un giovanotto con gli occhiali e una
borsa da dottore che cercava di sgusciare fra me e gli altri. Dietro di lui veniva un facchino che avevo
gi visto al Caff Ungherese. I due entrarono nella stanza, e il giovane dottore, inginocchiatosi accanto
a Gustav, cominci a esaminarlo.
Sophie li osserv in silenzio. Poi, come arrendendosi al fatto che adesso toccava a un altro
ricevere l'attenzione del padre, indietreggi di qualche passo. Boris le and vicino, e per un istante
madre e figlio rimasero a fianco a fianco, quasi toccandosi. Ma Sophie parve non accorgersi del
bambino e continu a fissare la schiena curva del dottore.
A questo punto, mi ricordai improvvisamente di tutte le cose che dovevo ancora fare prima di
comparire in pubblico, e mi dissi che, essendo arrivato il dottore, tanto valeva che ne approfittassi per
sgusciare via. Mi girai e uscii silenziosamente in corridoio; stavo per partire in cerca di Hoffman,
quando udii muovere alle mie spalle e mi sentii afferrare rudemente un braccio.
- Dove credi di andare? - mi bisbigli Sophie irosamente.
- Mi spiace, ma  evidente che non vuoi capire. Non posso pi perdere un minuto. Ci sar un
tabellone elettrico, per non parlare del resto. Ho una responsabilit enorme -. Mentre dicevo cos, cercai
di liberare il braccio dalla sua stretta.
- Ma Boris ha bisogno di te. Abbiamo tutti e due bisogno di te.
- Senti,  ovvio che non ti rendi conto! I miei genitori, non capisci? I miei genitori arriveranno
da un momento all'altro! Ho mille cose da fare! Tu non ti rendi conto,  ovvio che non ti rendi
minimamente conto! - Riuscii finalmente a liberarmi con uno strattone. - Senti, ti prometto che torner,
- gridai in tono conciliante mentre scappavo via. - Torner appena posso.
...
.
...
34.
.
Stavo ancora percorrendo a passo rapido il corridoio quando mi accorsi che lungo il muro c'era
una fila di parecchie persone. Di sfuggita, notai che tutte indossavano grembiuli da cucina;
apparentemente, aspettavano il loro turno per arrampicarsi dentro un piccolo guardaroba nero.
Incuriosito, rallentai il passo, poi feci dietrofront e tornai verso di loro.
Vidi che il guardaroba, oltre a essere alto e stretto come un armadio delle scope, era fissato al
muro a circa mezzo metro da terra. Vi si arrivava salendo una breve successione di gradini.
Dall'atteggiamento delle persone in coda, mi feci l'idea che l'armadio contenesse un urinatoio o
forse una fontanella d'acqua potabile. Ma quando fui pi vicino, vidi che l'uomo che in quel momento
si trovava in cima agli scalini aveva il busto piegato in avanti e il sedere in fuori, e dava l'impressione
di rovistare nell'armadio. Gli altri, intanto, gesticolavano e gridavano spazientiti perch si sbrigasse.
Poi, mentre l'uomo usciva dall'armadio a ritroso cercando cautamente il primo gradino, qualcuno lanci
un'esclamazione e indic nella mia direzione.
Tutti si girarono verso di me, affrettandosi a farmi largo, e in un attimo la coda si dissolse.
L'uomo che si trovava nell'armadio scese i gradini il pi in fretta possibile, poi si inchin e fece un
ampio gesto come per invitarmi a salire.
- Grazie, - dissi, - ma credo che ci fossero altri prima di me.
Vi fu una raffica di proteste, e parecchie mani mi spinsero quasi a forza su per la breve scaletta.
La porticina dell'armadio si era richiusa, e quando la aprii tirandola verso di me con un delicato
equilibrismo sull'ultimo gradino - mi ritrovai affacciato sull'auditorium da grandissima altezza. Con
mia grande sorpresa constatai che l'armadio era privo di fondo, e, se fossi stato pi temerario, mi
sarebbe bastato sporgermi e allungarmi un po' per toccare il soffitto della sala dei concerti. La vista era
senza dubbio grandiosa, ma nell'insieme quel pertugio mi parve stupidamente pericoloso.
L'armadio, per giunta, era inclinato in avanti e invitava lo spettatore disattento a sbilanciarsi
verso il baratro. Per evitargli di precipitare in testa al pubblico c'era solo una sottile corda tesa
all'altezza della vita. Non riuscii a trovare una ragione logica che giustificasse quell'armadio; forse
serviva per appendere bandiere e cose simili da un capo all'altro della sala.
Muovendomi con cautela, misi entrambi i piedi dentro l'armadio, poi, afferrandomi saldamente
alla cornice della porta, guardai di sotto.
Sebbene circa tre quarti delle poltrone fossero gi occupate, le luci erano ancora accese, e da per
tutto c'era gente che chiacchierava e si salutava. Alcuni invitati gesticolavano in direzione di file
lontane, altri affollavano i corridoi conversando e ridendo. Nel frattempo dalle due porte principali
continuavano ad affluire nuovi spettatori. Il luccicante schieramento di leggii nella fossa dell'orchestra
rifletteva le luci della sala, mentre sul palcoscenico - il sipario era aperto - c'era un solitario pianoforte a
coda con il coperchio sollevato. Guardando dall'alto lo strumento sul quale di l a poco avrei dato uno
dei concerti pi importanti della mia vita, capii che ormai sarebbe stato ben difficile che mi si
presentasse un'occasione migliore di questa per esaminare la sala, e provai di nuovo una profonda
irritazione per il modo in cui avevo organizzato il mio tempo da quando ero arrivato in citt.
Poi, proprio sotto i miei occhi, Stephan Hoffman usc dalle quinte e si present sul
palcoscenico. Nessuno lo aveva annunciato, e le luci non furono nemmeno abbassate. Le sue maniere,
tra l'altro, erano prive di cerimoniosit. Il giovane aveva l'aria pensierosa e si avvicin a passo rapido al
pianoforte, senza degnare di uno sguardo la sala. Non c' dunque da stupirsi se la maggior parte del
pubblico manifest solo una blanda curiosit e riprese subito a chiacchierare e a scambiarsi saluti.
Indubbiamente, quando Stephan attacc l'esplosivo inizio di vPassioni di vetro,v vi fu un attimo di
stupore, ma dopo qualche secondo la stragrande maggioranza degli spettatori concluse che il giovane
stava semplicemente provando il pianoforte o il sistema di amplificazione. Poi, dopo poche battute,
qualcosa attrasse lo sguardo di Stephan, e la sua esecuzione si svuot di ogni intensit, come se
qualcuno avesse improvvisamente tolto un tappo. Il giovane segu con gli occhi un movimento
attraverso la folla, finch si ritrov a suonare con la testa completamente girata dall'altra. Solo allora mi
accorsi che stava osservando una coppia diretta verso l'uscita; sporgendomi un po' di pi, feci appena in
tempo a riconoscere Hoffman e la moglie prima che sparissero sotto di me, fuori del mio campo visivo.
Stephan smise di suonare e, ruotando sullo sgabello, rimase l a fissare imbambolato i genitori.
Questo parve togliere ogni dubbio residuo sul fatto che fosse incaricato di controllare l'acustica. Anzi,
per un istante sembr addirittura che stesse aspettando un segnale dai tecnici appostati sul lato opposto
della sala, e nessuno gli prest attenzione quando finalmente si alz e abbandon a grandi passi il
palcoscenico.
Solo quando fu dietro le quinte Stephan permise all'indignazione che lo stava invadendo di
rompere gli argini.
D'altronde, la consapevolezza di avere abbandonato la scena dopo poche battute era per il
momento avvolta da una sensazione di totale irrealt, e Stephan quasi non vi si sofferm mentre
scendeva a precipizio i gradini di legno e attraversava di corsa le porte del retropalco.
Quando sbuc nel corridoio, lo trov pieno di macchinisti teatrali e di camerieri che correvano
avanti e indietro. Si diresse allora verso il foyer, sperando di raggiungere i suoi genitori, ma quasi
subito vide venirgli incontro il padre, solo e pensieroso. Da parte sua, il direttore dell'albergo non si
accorse di Stephan se non quando gli fu quasi addosso. Allora si ferm e guard il figlio con stupore.
- Ma come? Non stai suonando?
- Pap, perch tu e la mamma ve ne siete andati a quel modo?
Dov' la mamma, adesso? Non si sente bene?
- Tua madre -. Hoffman sospir gravemente. - Tua madre ha ritenuto giusto andarsene.
Naturalmente, io l'ho accompagnata e... Be', voglio essere sincero, Stephan. Lascia che te lo dica.
In linea di massima, sono d'accordo con lei. Non ho potuto farne a meno. Non guardarmi cos,
Stephan. S, mi rendo conto di averti deluso. Ti avevo promesso questa opportunit, questa tribuna per
suonare davanti all'intera citt, davanti a tutti i tuoi amici e colleghi. S, s, te l'avevo promessa. Forse
sei stato tu che me l'hai chiesta, forse mi hai preso sovrappensiero, non so come sia successo. Ma non
ha importanza. Ci che conta  che ho detto di s, che ti ho fatto una promessa. Non ho voluto
rimangiarmela, e questo  stato il mio errore. Ma tu, Stephan, devi cercare di capire come  difficile per
noi che siamo i tuoi genitori. Come  difficile dover assistere...
- Andr a parlare alla mamma, - disse Stephan e cominci ad allontanarsi. Hoffman fece una
smorfia inorridita, poi afferr bruscamente il figlio per un braccio e lo trattenne, ridendo impacciato.
- Non puoi, Stephan. Cio, insomma... voglio dire che tua madre  nella toilette delle signore.
Ah, ah. In ogni caso, penso sia meglio lasciare che la situazione sedimenti un pochino, per cos dire.
Ma Stephan, che cosa ci fai qui? Non dovresti essere al pianoforte? Ah, ma forse  meglio cos. Ci sar
qualche domanda imbarazzante, ma niente di pi.
- Pap, io torno a suonare, ma tu per piacere va' a sederti, e convinci anche la mamma a
rientrare in sala.
- Stephan, Stephan -. Hoffman scosse la testa e mise una mano sulla spalla del figlio. - Voglio
che tu sappia che abbiamo tutti e due molta stima di te. Siamo tutti e due fierissimi. Ma questa tua
fissazione, quest'idea che hai covato per tutta la vita. Mi riferisco alla... alla tua musica. Be', tua madre
e io non abbiamo mai avuto il coraggio di dirtelo. Naturalmente, volevamo che anche tu avessi i tuoi
sogni. Ma questo. Tutto questo... - e cos dicendo fece un gesto verso l'auditorium, -...  stato un
terribile errore. Non avremmo mai dovuto lasciare che le cose giungessero a questo punto. Vedi,
Stephan, il fatto  questo. Il tuo modo di suonare  incantevole. In un certo senso persino molto
raffinato. Ci  sempre piaciuto sentirti suonare in casa.
Ma la musica, la musica seria, la musica che ci vuole in una serata come questa... be', quella,
vedi,  tutt'altra cosa. No, no, non interrompermi, sto cercando di dirti qualcosa, qualcosa che avrei
dovuto dirti molto tempo fa. Vedi, questo  l'auditorium della citt. Il pubblico, il pubblico che viene ai
concerti, non ha niente che vedere con gli amici e i parenti che ti ascoltano con simpatia in salotto. Il
vero pubblico dei concerti  abituato a certi standard, standard professionistici.
Stephan, come posso spiegartelo?
- Pap, - lo interruppe Stephan, - tu non capisci. Ho lavorato sodo. E anche se il pezzo che sto
per suonare l'ho scelto all'ultimo momento, ti assicuro che l'ho provato e riprovato. Ti prego, torna in
sala e ti accorgerai...
- Stephan, Stephan... - Hoffman scosse di nuovo il capo. Se fosse solo questione di esercitarsi
con impegno. Se tutto si limitasse solo a questo. Ma vedi, alcuni di noi nascono senza talento. Non
hanno la musica dentro di s, e non possono fare altro che accettare la realt.  terribile che debba dirti
queste cose proprio adesso, per di pi dopo averti incoraggiato cos a lungo. Spero che tu possa
perdonarci; tua madre e io siamo stati due deboli. Ma vedi, ci accorgevamo del piacere che ti dava la
musica, e non ce la siamo sentita. Anche se questo non ci giustifica, lo so. Che cosa spaventosa! Il mio
cuore sanguina per te in questo momento, te l'assicuro. Spero che un giorno tu riesca a perdonarci. 
stato un terribile errore lasciarti arrivare fino a questo punto. Lasciarti salire sul palcoscenico davanti
all'intera citt. Tua madre e io ti amiamo troppo per poter assistere a una cosa simile. Sarebbe
semplicemente intollerabile vedere... vedere il nostro carissimo figlio trasformato in zimbello. Ecco,
l'ho detto, ho vuotato il sacco.
Sono parole crudeli, ma finalmente te le ho dette. Ero convinto di potercela fare. Di riuscire a
restare seduto tra i sorrisetti e le risatine soffocate. Ma quando  venuto il momento, sia tua madre sia
io ci siamo accorti che era pi forte di noi. Che cosa ti prende? Perch non mi ascolti? Non capisci che
tutto questo mi addolora moltissimo? Non  facile parlare cos apertamente, nemmeno al proprio
figlio...
- Pap, ti prego, ti supplico. Vieni a sentirmi suonare, solo per pochi minuti, poi giudicherai da
te. E anche la mamma. Ti prego, ti prego, convincila. Vi ricrederete, ne sono sicuro...
- Stephan, devi tornare sul palcoscenico. Il tuo nome  stampato sul programma. Sei gi
comparso una volta. Adesso, come minimo, devi tentare. Che tutti vedano almeno che hai fatto del tuo
meglio. Ascolta il mio consiglio. Non badare al pubblico, non badare alle risatine soffocate. Anche se
la gente dovesse ridere apertamente, come se si trattasse di una farsa e non di un brano musicale
solenne e profondo, anche in quel caso, ricordati che tua madre e tuo padre sono fieri che tu abbia
avuto il coraggio di andare sino in fondo. S, adesso devi andare sino in fondo, Stephan. Ma perdonaci,
ti amiamo troppo per assistere allo scempio. Ti dir di pi, temo che a tua madre si spezzerebbe il
cuore. Adesso vai, ti resta pochissimo tempo. Va', va', va'.
Hoffman si gir portandosi una mano alla fronte, come sopraffatto dall'emicrania, e in questo
atteggiamento si allontan di qualche passo da Stephan. Poi raddrizz di scatto la schiena e si volt a
guardare il figlio.
- Stephan, - disse severamente. - Devi tornare sul palcoscenico.
Stephan fiss ancora per un istante il padre, poi, resosi finalmente conto di combattere per una
causa persa, gli diede le spalle e torn indietro lungo il corridoio.
Mentre riattraversava le porte del retropalco, Stephan fu assalito da pensieri e sentimenti
diversi. Naturalmente, era deluso di non essere riuscito a convincere i suoi genitori a tornare ai loro
posti. Inoltre, sentiva risvegliarsi dentro di s, in profondit, una fastidiosa paura che non provava pi
da anni; gli venne il timore che le parole di suo padre fossero vere, e di essere dunque vittima di una
colossale illusione. Poi, per, mentre si avvicinava al palcoscenico, ritrov rapidamente la fiducia in se
stesso, e con la fiducia venne il bisogno imperioso di scoprire da s ci di cui era capace.
Quando Stephan si present di nuovo sul palcoscenico, le luci erano state abbassate.
L'auditorium, per, era tutt'altro che al buio, e molti invitati erano ancora in piedi. Qui e l si vedevano
onde di persone che si alzavano per consentire a qualche ritardatario di strisciare lungo una fila.
Quando Stephan si sedette al pianoforte, il brusio cal in maniera impercettibile, poi continu inalterato
mentre il giovane aspettava che il suo animo in subbuglio si placasse. Finalmente, le sue mani calarono
sulla tastiera con la stessa aspra precisione della volta precedente, evocando un mondo sospeso tra
sgomento e ilarit, essenziale per le prime battute di vPassioni di vetro.v Quando Stephan giunse a
met del breve prologo, l'auditorium si era fatto notevolmente pi silenzioso; quando complet il primo
movimento, in sala si sarebbe sentita volare una mosca. Gli spettatori che fino a un attimo prima
chiacchieravano nei corridoi della platea erano rimasti in piedi, ma fissavano il palcoscenico immobili
come statue. Il pubblico seduto osservava e ascoltava attentissimo. Davanti a uno degli ingressi, dove i
ritardatari si erano irrigiditi sul posto, si era formata una piccola folla. Quando Stephan cominci il
secondo movimento, i tecnici spensero del tutto le luci, e da quel momento non riuscii pi a distinguere
bene il pubblico. Ma lo stupore generale che continuava ad avvincere la sala era evidente. Senza
dubbio, questa reazione era dovuta in parte alla sorpresa degli invitati quando avevano scoperto che un
giovane della loro citt era capace di simili virtuosismi tecnici. Ma al di l e pi ancora della perizia,
nel modo di suonare di Stephan c'era una strana intensit che difficilmente si lasciava ignorare. Ebbi
anche l'impressione che buona parte del pubblico vedesse in questo inizio inaspettato una specie di
auspicio. Se questo non era che il preludio, che altro aveva in serbo la serata? Il concerto avrebbe
davvero segnato una svolta nella vita della comunit?
Queste, almeno, sembravano le domande inespresse che si celavano dietro molti volti stupefatti
nella folla sotto di me.
Stephan concluse con una lettura pensosa e lievemente ironica della coda del brano musicale, e
dopo un paio di secondi di silenzio la sala esplose in un applauso entusiastico. Il giovane balz in piedi
per ringraziare. Era palesemente al settimo cielo; non so se gli dolesse che i suoi genitori non avessero
assistito al suo trionfo, ma in ogni caso non lo dava a vedere. Mentre il pubblico applaudiva, si chin
ripetutamente, poi forse ricordandosi all'improvviso che la sua esibizione era solo una parte modesta
dell'intero programma, si ritir frettolosamente dietro le quinte.
Gli applausi continuarono per un po', poi si spensero lasciando il posto a un concitato
mormorio. Tuttavia, prima che la gente avesse modo di scambiarsi le proprie opinioni, dalle quinte usc
un uomo con la faccia severa e i capelli argentati. Mentre avanzava lentamente e impettito verso il
leggio del proscenio, riconobbi in lui il signore che aveva presieduto il banchetto in onore di Brodsky la
sera del mio arrivo.
In sala si fece rapidamente il silenzio, ma per almeno trenta secondi l'uomo dalla faccia severa
non disse nulla, limitandosi a fissare il pubblico con lieve disgusto. Alla fine sospir stancamente e
disse: - Anche se  mio desiderio che la serata sia di vostro gradimento, vi ricordo che non siamo venuti
qui per assistere a uno spettacolo di cabaret. Deve essere ben chiaro che all'origine del concerto di
questa sera vi sono questioni gravi e importanti.
Questioni che riguardano il nostro futuro, l'identit stessa della nostra comunit.
Per parecchi minuti, l'uomo dalla faccia severa ripet pedantemente questo concetto, facendo di
tanto in tanto una lunga pausa per scrutare la sala con sguardo corrucciato. Cominciai a perdere
interesse in ci che diceva e, ricordando che alle mie spalle c'era una lunga fila di persone in attesa di
usare l'armadio, pensai di cedere il posto a qualcun altro. Tuttavia, proprio mentre strisciavo fuori
dell'armadio, mi accorsi che l'uomo dalla faccia severa aveva cambiato argomento, o meglio, stava
presentando qualcuno.
Il personaggio, a quanto pareva, non solo era la pietra angolare dell'intero mondo letterario
della citt, ma possedeva anche la capacit di catturare l'incurvarsi della goccia di rugiada sulla punta
di una foglia autunnale. L'uomo dalla faccia severa lanci un'ultima occhiata sprezzante al pubblico,
poi bofonchi un nome e se ne and tutto impettito. La sala applaud fragorosamente, e l'applauso mi
parve diretto pi a lui che alla persona di cui aveva parlato. Quest'ultima, tra l'altro, si fece attendere
per almeno un minuto, e quando finalmente comparve ricevette un'accoglienza assai tiepida.
Si trattava di un uomo piccolo ed elegante, con la testa calva e i baffi. Arriv con una cartellina
in mano e and a posarla sul leggio. Poi tolse il fermaglio ad alcuni fogli e cominci a rimescolarli,
senza degnare il pubblico di uno sguardo. In sala cominci a serpeggiare un certo nervosismo.
Incuriosito dalla scena, mi convinsi che le persone in coda sarebbero state felici di aspettare ancora un
po' e tornai cautamente verso il fondo dell'armadio.
Quando finalmente si decise a parlare, l'omino calvo mise la bocca troppo vicino al microfono,
e la sua voce vibr e rimbomb.
- Questa sera desidero presentarvi una scelta di poesie di ciascuno dei miei tre periodi. Molte le
conoscerete gi per averle sentite durante le mie letture pubbliche al Caff Adele, ma spero che non vi
dispiaccia riascoltarle in questa solenne occasione. E vi dico gi sin d'ora che alla fine ci sar una
piccola sorpresa. Qualcosa che mi auguro possa procurarvi un moderato piacere.
Mentre il poeta ricominciava ad armeggiare con i suoi fogli, qui e l nella folla si accese
qualche conversazione bisbigliata.
Poi l'omino calvo smise finalmente di tergiversare e toss forte nel microfono, ottenendo di
nuovo il silenzio.
Molte delle poesie erano rimate e relativamente brevi. Ce n'erano sui pesci del parco
municipale, sulle tempeste di neve, sulle finestre rotte dell'infanzia - tutte recitate con voce stranamente
acuta come fossero incantesimi. Per qualche minuto mi distrassi, poi mi accorsi che una parte del
pubblico, proprio sotto di me, si era messa a chiacchierare.
Sulle prime le voci mantennero una certa discrezione, ma presto si fecero pi sfacciate. Dopo
un po' - mentre l'omino calvo recitava una lunga poesia sui numerosi gatti posseduti da sua madre nel
corso degli anni - mi parve che il rumore proveniente dal basso fosse quello di un considerevole gruppo
di persone che conversavano in tono pi o meno normale. Abbandonando ogni cautela, mi sporsi
dall'armadio e sbirciai di sotto tenendomi con le mani al telaio di legno.
Il parlottio, in effetti, veniva da un gruppo seduto proprio sotto di me, ma il numero delle
persone che partecipavano alla conversazione era minore di quanto avessi supposto. C'erano sette o otto
individui che evidentemente avevano deciso di non prestare pi attenzione al poeta e stavano
chiacchierando piacevolmente fra loro; per maggiore comodit, alcuni si erano girati completamente
sulla loro poltrona. Stavo per esaminare pi attentamente il gruppetto, quando, parecchie file pi
indietro, scorsi la signorina Collins.
Indossava l'elegante abito da sera nero che le avevo visto al banchetto della prima notte, con lo
stesso scialle. Osservava l'omino calvo affettuosamente, con la testa inclinata da una parte e il mento
appoggiato a un dito. Rimasi a fissarla per un po', ma nel suo aspetto non c'era nulla che facesse intuire
un animo non perfettamente calmo e sereno.
Tornai con lo sguardo al turbolento gruppetto di persone sedute sotto di me e vidi che si stavano
passando delle carte da gioco.
Solo allora mi resi conto che il nucleo di questo gruppo era composto dei signori ubriachi che
avevo incontrato al cinema la prima notte e poco prima nel corridoio.
La partita a carte divenne ancora pi chiassosa, finch l'intera masnada scoppi in schiamazzi e
risate. Molti guardavano i giocatori con disapprovazione, ma gradualmente un numero sempre pi
grande di persone si mise a chiacchierare, anche se con voce pi controllata.
L'omino calvo non mostr di accorgersene e tutto serio continu a recitare una poesia dopo
l'altra. Poi, una ventina di minuti dopo essere comparso in scena, fece una pausa e, ricomponendo
qualche foglio, disse: - Adesso entriamo nel secondo periodo. Come alcuni di voi gi sapranno, il
secondo periodo ha preso avvio da un episodio fondamentale. Un episodio che mi ha tolto la possibilit
di continuare a creare con gli strumenti che avevo impiegato fino a quel momento. In altre parole, la
scoperta che mia moglie mi aveva tradito.
Il poeta chin il capo come se questo ricordo lo affliggesse ancora. Fu allora che uno spettatore
del gruppo seduto sotto di me url: - Quindi ammette anche lui che stava usando gli strumenti sbagliati!
I suoi compagni si misero a ridere, poi qualcun altro disse forte: - Il cattivo operaio d sempre la
colpa agli strumenti.
- Anche sua moglie, a quanto pare, - aggiunse la prima voce.
Questo dialogo, chiaramente destinato a essere udito dal maggior numero possibile di persone,
suscit parecchie risatine soffocate. Non si cap quanto ne fosse giunto sul palcoscenico; fatto sta che
l'omino calvo si ferm e, senza guardare i disturbatori, rimescol di nuovo i suoi papiri. Poi, sempre
che ne avesse avuto l'intenzione, rinunci a dire ancora qualcosa a mo' di presentazione del secondo
periodo e riprese a recitare.
Il secondo periodo dell'omino calvo non era gran che differente dal primo, e questo non fece
che aumentare l'irrequietezza del pubblico, tanto che un paio di minuti dopo, quando uno dei signori
ubriachi url qualcosa che non riuscii a capire, gran parte della sala rise apertamente. Per la prima volta
l'omino calvo parve accorgersi che il pubblico gli stava sfuggendo di mano; alzando gli occhi a met di
una frase, rimase a sbattere le palpebre sotto i riflettori come paralizzato dallo stupore.
Un'ovvia scappatoia sarebbe stata quella di abbandonare la scena, oppure, pi dignitosamente,
di leggere ancora tre o quattro poesie prima di tagliare la corda. L'omino calvo, invece, scelse una terza
soluzione. In preda al panico, ricominci a leggere a precipizio, probabilmente con l'intenzione di
completare il programma originale il pi in fretta possibile, con il risultato non solo di apparire un po'
sconclusionato, ma anche di incoraggiare i suoi nemici, che si accorsero di essere quasi riusciti a
metterlo in fuga. I motteggi - non pi gridati solo dal gruppo seduto sotto di me - si moltiplicarono,
accolti ogni volta da risate generali.
Alla fine l'omino calvo fece un tentativo per riprendere in pugno la situazione. Mise da parte la
sua cartellina e, senza dire una parola, lanci uno sguardo implorante dal leggio. La folla, che in gran
parte stava sghignazzando, si zitt - forse pi per curiosit che per rimorso. E quando l'omino calvo
riprese a parlare, la sua voce aveva riacquistato una certa autorit.
- Vi ho promesso una piccola sorpresa, - disse. - Ebbene, eccola. Una nuova poesia. L'ho finita
non pi tardi di una settimana fa, e l'ho composta proprio per questa grande occasione.  intitolata,
semplicemente, vBrodsky il Conquistatore.v Se mi permettete.
Il poeta armeggi di nuovo con i suoi fogli, ma questa volta il pubblico tacque. Poi si chin in
avanti e cominci a recitare.
Dopo i primi versi alz un attimo gli occhi, come meravigliato che la sala fosse rimasta
silenziosa. Continu a leggere, sempre pi sicuro di s, tanto che poco dopo stava gi gesticolando
altezzosamente per sottolineare le frasi pi significative.
Mi aspettavo che la poesia fosse una specie di ritratto di Brodsky, ma mi accorsi presto che
riguardava solo le sue battaglie con l'alcool. Le prime strofe paragonavano Brodsky a vari eroi
mitologici. C'erano immagini in cui Brodsky scagliava giavellotti dalla cima di una collina per
respingere un esercito di invasori, oppure lottava con un serpente di mare, oppure era incatenato a una
rupe. Il pubblico ascoltava in modo rispettoso, persino solenne. Guardai di sfuggita la signorina
Collins, ma non mi parve che il suo atteggiamento fosse cambiato. Come prima, osservava il poeta con
interesse e allo stesso tempo distacco, con un dito premuto contro il mento.
Poi la poesia cambi tema. Abbandon lo sfondo mitologico e si occup invece di una serie di
episodi recenti di cui era stato protagonista Brodsky, episodi che ormai - cos almeno mi parve di capire
- erano entrati nella leggenda. Naturalmente, su di me la maggior parte delle allusioni and sprecata,
ma non mi sfugg il tentativo di rivalutare e nobilitare la figura di Brodsky in ciascun episodio. Sul
piano letterario, questa parte mi parve di gran lunga migliore della precedente, ma l'inserimento di
elementi cos concreti e familiari ebbe la conseguenza di sgretolare quel po' di rispetto che l'omino
calvo era riuscito a ottenere dal pubblico. Il riferimento alla tragedia della pensilina dell'autobus
provoc di nuovo qualche risatina soffocata, e le sghignazzate dilagarono quando si ud che Brodsky
in inferiorit numerica e spossato dalla battaglia era stato infine costretto a capitolare dietro la
cabina del telefono. Ma fu quando l'omino calvo parl della sfavillante prova di coraggio durante la
gita scolastica che l'intera sala, come un sol uomo, esplose in una risata.
Da quel momento fu chiaro che nulla avrebbe potuto salvare l'omino calvo. Quasi ogni verso
delle ultime strofe, dedicate a elogiare la recente sobriet di Brodsky, fu accolto da scrosci di risa.
Quando guardai di nuovo la signorina Collins, notai che si stava sfregando il mento con il solito dito,
ma per il resto mi parve composta come sempre. L'omino calvo, la cui voce, ormai, si udiva a stento tra
le risate e gli schiamazzi, concluse finalmente la recita, raccolse sdegnato i suoi papiri e tutto impettito
abbandon il palcoscenico. Una parte del pubblico, forse pensando di avere esagerato, lo applaud
generosamente.
Per qualche minuto il palcoscenico rimase vuoto, e presto tutti si misero a parlare ad alta voce.
Osservando i volti sotto di me, rimasi colpito da una cosa: sebbene molte persone si scambiassero
occhiate ridanciane, un numero non indifferente di spettatori sembrava adirato e gesticolava
severamente all'indirizzo di altre persone. Poi sul palcoscenico si accese un riflettore e comparve
Hoffman.
Il direttore dell'albergo era furibondo e si precipit verso il leggio senza tante cerimonie.
- Signore e signori, per piacere! - grid, anche se il clamore stava cominciando a scemare. - Per
piacere! Vi prego di ricordare l'importanza di questa serata. Per usare le parole del signor von
Winterstein, non siamo a uno spettacolo di cabaret!
A una parte del pubblico la veemenza del rimprovero non and gi, e dal gruppo seduto sotto di
me si lev un ironico ooh. Ma Hoffman prosegu: - In particolare, sono indignato che cos tanti di voi
si ostinino stupidamente a pensare del signor Brodsky cose ormai superate. Senza entrare nel merito
degli altri grandi pregi della poesia del signor Ziegler, nessuno pu metterne in dubbio la premessa
centrale, e cio che il signor Brodsky ha vinto una volta per tutte i dmoni che lo tormentavano. Quelli
di voi che un attimo fa hanno scelto di ridere dell'eloquente esposizione di questo concetto offertaci dal
signor Ziegler, ebbene, sono sicuro che fra pochissimo... s, nei prossimi istanti!... proveranno
vergogna. S, vergogna! Come poco fa ho provato io per l'intera citt!
Mentre pronunciava queste parole, Hoffman batt il pugno sul leggio, e una parte
sorprendentemente grande del pubblico scoppi in un applauso ipocrita. Il direttore dell'albergo,
visibilmente sollevato, ma anche incerto su come interpretare questa reazione, fece un paio di inchini
impacciati. Poi, prima che l'applauso si spegnesse completamente, si ricompose e dichiar ad alta voce
nel microfono: - Il signor Brodsky merita come minimo di diventare un personaggio eminente della
nostra comunit! Una fonte spirituale e culturale per i nostri giovani! Un faro per quelli di noi pi
avanti negli anni, forse, ma che ugualmente hanno smarrito la strada e sono precipitati nella
disperazione durante questi bui capitoli della storia della nostra citt! Questo  il minimo che meriti il
signor Brodsky! S, guardatemi bene in faccia! Mi gioco la mia reputazione, la mia credibilit su ci
che vi sto dicendo ora! Ma che bisogno c' di usare tante parole? Fra un attimo lo verificherete voi
stessi con i vostri occhi e le vostre orecchie.
Non era questa la presentazione che avevo in mente di fare, e mi spiace essere stato costretto a
parlarvi in questo modo. Ma non perdiamo altro tempo. Permettetemi di chiamare i nostri esimi ospiti,
l'Orchestra della Fondazione Nagel di Stoccarda, diretta questa sera dal nostro, nostrissimo... signor
Leo Brodsky!
Mentre Hoffman spariva dietro le quinte, vi fu un forte scroscio di applausi. Per qualche minuto
non successe nulla, poi la fossa dell'orchestra si illumin e i musicisti vennero fuori.
Vi fu un altro scroscio di applausi, seguito da un silenzio carico di tensione mentre gli
orchestrali si agitavano sulle sedie, accordavano gli strumenti e armeggiavano con i leggii.
Persino il turbolento gruppetto seduto sotto di me sembrava essersi reso conto della gravit del
momento; i giocatori avevano messo via le carte e sedevano attenti, con lo sguardo dritto davanti a s.
Quando l'orchestra ebbe terminato i preparativi, un riflettore illumin un punto in fondo al
palcoscenico. Per un altro minuto non successe niente, poi da dietro le quinte giunsero dei tonfi.
Il rumore crebbe di intensit, finch Brodsky usc nel cerchio di luce e si ferm, come per dare
agio al pubblico di notare la sua comparsa.
Sicuramente molti dei presenti avrebbero stentato a riconoscerlo. In abito da sera, con una
camicia di un bianco abbagliante e i capelli ben pettinati, Brodsky faceva colpo.
Inutile negare, per, che la malconcia asse da stiro che ancora gli faceva da gruccia sminuiva un
poco l'effetto. Inoltre, quando Brodsky si avvi verso il podio - con l'asse da stiro che batteva sul
pavimento a ogni passo - notai il modo in cui aveva risolto il problema della gamba vuota dei
pantaloni. Il desiderio che non sventolasse era perfettamente comprensibile. Ma invece di annodarla
all'altezza del moncone, Brodsky l'aveva tagliata un paio di centimetri sotto il ginocchio, lasciando un
orlo ondulato. Una soluzione del tutto elegante - me ne rendevo conto - non era possibile; ma molto
probabilmente quell'orlo cos appariscente sarebbe servito solo ad attirare maggiormente l'attenzione
sulla sua ferita.
Tuttavia, mentre Brodsky attraversava il palcoscenico, capii che su questo punto mi sbagliavo.
Mi aspettavo infatti che da un momento all'altro gli spettatori scoprissero le condizioni di Brodsky e
restassero a bocca aperta, ma ci non avvenne. Anzi, da quel che potevo vedere, il pubblico non si era
minimamente accorto della gamba amputata e aspettava silenzioso e trepidante che Brodsky
raggiungesse il podio.
Forse per la stanchezza, forse per la tensione, Brodsky non riusciva pi a manovrare l'asse da
stiro con la scioltezza di prima, quando l'avevo incontrato nel corridoio. Ondeggiava pericolosamente,
e mi resi conto che quell'andatura, finch il pubblico non si fosse accorto della menomazione, avrebbe
inevitabilmente destato il sospetto di ubriachezza. Brodsky era ancora a parecchi metri dal podio
quando si ferm e lanci un'occhiata furente all'asse da stiro; vidi allora che l'arnese stava
ricominciando ad aprirsi. Brodsky lo scosse, poi riprese a camminare. Riusc a fare ancora un paio di
passi, poi qualcosa cedette e l'asse da stiro si apr sotto di lui proprio mentre vi caricava sopra tutto il
suo peso. Brodsky e asse da stiro finirono per terra in un unico groviglio.
La reazione del pubblico fu strana. Sulle prime, invece di lanciare grida allarmate, come uno si
sarebbe potuto aspettare, gli spettatori ostentarono un silenzio di disapprovazione. Poi l'auditorium fu
percorso da un mormorio, una specie di hmm collettivo, come se ognuno si riservasse di trarre le
debite conclusioni da certi indizi scoraggianti. Anche i tre inservienti che si avvicinarono a Brodsky per
aiutarlo lo fecero senza alcuna premura, persino con un briciolo di disgusto. In ogni caso, prima che
potessero fare qualcosa, Brodsky, che intanto stava lottando con l'asse da stiro, url rabbiosamente che
si levassero di torno. I tre uomini si fermarono immediatamente e rimasero a osservarlo con una certa
affascinata morbosit.
Brodsky continu per un po' a dibattersi sul pavimento, tentando ora di rialzarsi, ora invece di
districare un lembo di stoffa intrappolato nel meccanismo dell'asse da stiro. A un certo punto esplose in
una serie di bestemmie - presumibilmente indirizzate all'arnese - che il sistema di amplificazione
ritrasmise fin troppo chiaramente. Lanciai un'altra occhiata alla signorina Collins e vidi che aveva il
busto proteso in avanti.
Poi per, mentre Brodsky continuava a dimenarsi, la donna si riappoggi lentamente allo
schienale, sollevando di nuovo il dito per sorreggere il mento.
Finalmente Brodsky vinse la sua battaglia. Riusc a rimettere in piedi l'asse da stiro aperta e a
tirarsi su. Poi, fiero dell'impresa, rimase l sulla gamba buona, afferrandosi all'asse con entrambe le
mani, i gomiti in fuori come se si preparasse a montare a cavallo. Subito lanci un'occhiataccia ai tre
inservienti, poi, quando questi cominciarono a indietreggiare verso le quinte, si gir a guardare il
pubblico.
- Lo so, lo so, - disse, e sebbene non parlasse forte i microfoni disposti lungo la ribalta
amplificarono la sua voce rendendola udibile. - Lo so a che cosa state pensando. Ma vi sbagliate.
Brodsky abbass gli occhi e parve considerare la sua non facile situazione. Poi raddrizz la
schiena e cominci a passare la mano sulla superficie imbottita dell'asse da stiro, come se si fosse
accorto solo in quel momento della sua funzione originale. Infine guard di nuovo il pubblico e disse: -
Non fatevi venire strane idee. Quello di poco fa, - e accenn con il capo al pavimento, -  stato solo uno
spiacevole incidente. Nient'altro.
L'auditorium fu percorso da un altro mormorio, poi torn il silenzio.
Brodsky rimase chino sull'asse da stiro, immobile, con gli occhi fissi sul podio del direttore
d'orchestra. Capii che stava valutando la distanza che lo separava dalla meta. Un attimo dopo, infatti, si
mise in marcia. Per avanzare, sollevava l'intera intelaiatura dell'asse da stiro, la sbatteva sul pavimento
come un deambulatore, poi le andava dietro trascinando l'unica gamba.
Sulle prime il pubblico parve perplesso, ma dato che Brodsky procedeva senza incertezze,
qualche spettatore, pensando di assistere a una specie di numero da circo, cominci a battere le mani. Il
suggerimento fu subito raccolto da tutta la sala, e Brodsky comp il resto del tragitto accompagnato da
vigorosi applausi.
Giunto alla meta, Brodsky lasci andare l'asse da stiro, si aggrapp alla ringhiera semicircolare
del podio e vi sal cautamente. Poi, appoggiandosi alla ringhiera per non perdere l'equilibrio, prese la
bacchetta.
L'applauso per l'esibizione con l'asse da stiro si era ormai spento, e in sala regnava di nuovo un
silenzio carico di attesa.
Anche i musicisti fissavano Brodsky con un certo nervosismo. Ma Brodsky sembrava
assaporare la sensazione di ritrovarsi al timone di un'orchestra dopo cos tanti anni, e per un po'
continu a sorridere e a guardarsi intorno. Finalmente sollev la bacchetta.
Gli orchestrali si tennero pronti, ma Brodsky cambi di nuovo idea, abbass la bacchetta e si
rivolse al pubblico. Sorridendo affabilmente, disse: - Voi siete convinti che io non sia altro che un
sudicio ubriacone. Adesso vedremo se  vero.
Il microfono pi vicino era a una certa distanza, ed ebbi l'impressione che solo una parte del
pubblico udisse le sue parole. Comunque sia, un attimo dopo Brodsky sollev la bacchetta e lanci
l'orchestra nelle aspre semibrevi iniziali di Verticalit di Mullery.
A me non parve un modo particolarmente insolito di attaccare il pezzo, ma chiaramente il
pubblico si aspettava qualcosa di diverso. Molti spettatori sussultarono visibilmente sulle loro poltrone,
e mentre le prolungate dissonanze si ripetevano nella sesta e settima battuta, notai su alcune facce
un'espressione prossima al panico. Persino alcuni orchestrali guardavano preoccupati ora il direttore ora
la loro partitura. Ma Brodsky continu imperterrito ad aumentare l'intensit e a mantenere un tempo
esageratamente lento. Quando giunse alla dodicesima battuta, in cui le note esplodono e ricadono
ondeggiando, il pubblico emise una specie di gemito. Ma quasi subito la musica ricominci a gonfiarsi.
Di tanto in tanto Brodsky si sorreggeva con la mano libera, ma ormai attingeva a una parte pi
profonda di se stesso e sembrava in grado di conservare l'equilibrio quasi senza sostegno.
Ondeggiava con il busto. Roteava entrambe le braccia nell'aria con abbandono. Durante i
passaggi iniziali del primo movimento, vidi qualche orchestrale lanciare sguardi contriti al pubblico,
come per dire: Ve lo giuro, ci ha detto lui di fare cos! Presto, per, i musicisti si lasciarono prendere
dalla visione di Brodsky. I primi a esserne avvinti furono i violini, poi notai che un numero sempre
maggiore di musicisti si concentrava nell'esecuzione. Quando Brodsky affront la malinconia del
secondo movimento, l'orchestra aveva ormai accettato completamente la sua autorit. A questo punto
anche il pubblico aveva dimenticato la precedente irrequietezza e sedeva pietrificato.
Brodsky approfitt della costruzione meno rigida del secondo movimento per avventurarsi in
territori ancora pi inconsueti, e persino io - per quanto abituato a vedere Mullery interpretato nei modi
pi diversi - ne fui affascinato. Brodsky, quasi perversamente, ignorava la struttura esteriore della
musica - le concessioni alla tonalit e alla melodia con cui il compositore decorava la superficie
dell'opera - per concentrarsi invece sulle singolari forme viventi che si nascondevano appena sotto il
guscio. In tutto ci c'era qualcosa di leggermente sordido, di prossimo all'esibizionismo, che induceva a
pensare che lo stesso Brodsky fosse profondamente imbarazzato dalla natura di ci che stava svelando,
ma non riuscisse a resistere al bisogno di spingersi ancora pi a fondo. L'effetto era snervante ma
irresistibile.
Studiai di nuovo la folla sotto di me. Senza dubbio l'animo di quel pubblico provinciale era
stato conquistato da Brodsky, e questo mi fece intravedere la possibilit che l'intermezzo con le
domande e le risposte si rivelasse meno scabroso di quanto avessi temuto. Ovviamente, se Brodsky
fosse riuscito a convincere gli spettatori con la sua arte, il modo in cui avrei risposto alle domande
sarebbe stato molto meno determinante. In sostanza, non avrei dovuto fare altro che confermare
qualcosa che il pubblico aveva gi accettato, nel qual caso, anche se le mie ricerche erano state
inadeguate, non c'era motivo perch non potessi cavarmela benissimo con qualche commento
diplomatico e un paio di battute. Se invece Brodsky avesse lasciato il pubblico in tumulto e in preda
all'indecisione, nonostante tutta la mia esperienza e la mia fama, mi sarei ritrovato con una bella gatta
da pelare.
L'atmosfera in sala era ancora tesa, e ricordando la rabbia tormentosa del terzo movimento mi
domandai che cosa sarebbe successo quando Brodsky l'avesse attaccato.
- In quel preciso istante mi venne in mente che non avevo ancora cercato i miei genitori in
mezzo al pubblico. E quasi simultaneamente mi balen il pensiero che ben difficilmente ne avrei
scoperto i volti sotto di me, visto che nelle numerose occasioni in cui avevo studiato la folla non li
avevo mai notati.
Ci nonostante mi sporsi in maniera quasi temeraria e scandagliai l'auditorium con lo sguardo.
Per quanto allungassi il collo, certe parti della sala rimanevano nascoste. Mi resi conto che prima o poi
sarei dovuto scendere sotto anch'io. L, almeno, se non fossi riuscito a trovare i miei genitori, avrei
potuto stanare Hoffman o la signorina Stratmann per chiedere loro notizie. Nell'uno come nell'altro
caso, non potevo permettermi di restare un secondo di pi a osservare il concerto dall'alto, cos,
girandomi con cautela, uscii dall'armadio.
Quando mi riaffacciai in cima alla scaletta, vidi che la coda si era allungata di parecchio.
Adesso c'erano almeno venti persone in attesa, e mi sentii in colpa per essere rimasto dentro cos a
lungo. Tutti discutevano animatamente, ma quando mi videro ammutolirono. Scesi i gradini e
bofonchiai qualcosa a mo' di scusa, poi, mentre la persona successiva si arrampicava affannosamente
nell'armadio, mi allontanai in tutta fretta.
Il corridoio era molto pi tranquillo di prima, soprattutto per il rallentamento dell'attivit del
personale addetto alla ristorazione. A intervalli di parecchi metri l'uno dall'altro incontrai numerosi
carrelli carichi, ai quali talvolta erano appoggiati uomini in grembiule che fumavano e bevevano da
tazzine di plastica. Dopo un po' mi fermai e domandai a uno di loro quale fosse la via pi corta per
scendere nell'auditorium.
L'inserviente si limit a indicarmi una porta alle mie spalle.
Ringraziandolo, la aprii e mi affacciai su una tromba delle scale mal illuminata.
Scesi almeno cinque rampe di gradini, poi spinsi due pesanti porte oscillanti e mi trovai in una
specie di antro dietro le quinte. Nella semioscurit scorsi, appoggiati al muro, i pannelli rettangolari di
un fondale dipinto: la stanza di un castello, un cielo illuminato dalla luna, una foresta. Sopra la mia
testa c'era un intreccio di cavi d'acciaio. Sentivo chiaramente l'orchestra, e mi diressi verso la musica
facendo del mio meglio per non inciampare nelle casse e negli scatoloni che ingombravano il
pavimento. Salita una breve scaletta di legno, mi accorsi di essere finito tra le quinte. Stavo per tornare
indietro - avevo sperato di sbucare con discrezione accanto alle prime file della platea - quando
qualcosa nella musica che mi giungeva in quel momento alle orecchie - qualcosa di inquietante che fino
a un attimo prima non c'era - mi costrinse a fermarmi.
Rimasi ad ascoltare per circa un minuto, poi avanzai di un passo e sbirciai oltre i pesanti
tendaggi che avevo davanti a me.
Naturalmente, lo feci con grande cautela - volevo evitare a tutti i costi che la folla scorgesse la
mia faccia e si mettesse ad applaudire freneticamente - ma scoprii che stavo guardando Brodsky e
l'orchestra da una posizione molto angolata, e che ben difficilmente il pubblico avrebbe potuto
vedermi.
Mi accorsi che mentre mi aggiravo per l'edificio le cose erano molto cambiate. Brodsky, cos
supposi, si era spinto troppo lontano, perch nell'esecuzione dell'orchestra si notava ora quella titubanza
che spesso segnala una mancanza di affinit tra il direttore e i musicisti. Sul volto degli orchestrali -
adesso potevo vederli da vicino - notai espressioni di incredulit, angoscia, persino disgusto. Poi,
quando i miei occhi si furono abituati alla violenta luce dei riflettori, guardai oltre l'orchestra, in
direzione del pubblico. Riuscii a distinguere solo le prime file, ma vidi subito che la gente si scambiava
occhiate preoccupate, tossiva imbarazzata, scuoteva il capo.
Proprio sotto i miei occhi, una signora si alz per andarsene. Ma Brodsky continuava a dirigere
in maniera appassionata, anzi sembrava desideroso di spingersi ancora pi in l. Poi vidi due
violoncellisti scambiarsi un'occhiata e scuotere la testa. Era un chiaro segno di ammutinamento, e senza
dubbio Brodsky lo not. Il suo modo di dirigere assunse un che di maniacale, e la musica sband
pericolosamente verso i regni della perversit.
Fino a quel momento non ero riuscito a vedere bene l'espressione di Brodsky - per lo pi mi
dava le spalle - ma quando i suoi contorcimenti divennero pi pronunciati, ebbi occasione di guardarlo
meglio in faccia. Solo allora mi balen il pensiero che il suo comportamento fosse influenzato da
qualche altro fattore. Di nuovo lo osservai attentamente - osservai il modo in cui il suo corpo si torceva
e si aggrappava a un ritmo interiore che si era impadronito di lui - e capii che Brodsky, probabilmente
da un pezzo, stava soffrendo le pene dell'inferno.
Non appena me ne accorsi, i segni divennero inequivocabili.
Brodsky stava a stento in piedi, e il suo volto era deformato da qualcosa di pi della semplice
passione.
Sentii il dovere morale di fare qualcosa e valutai rapidamente la situazione. Brodsky aveva
ancora davanti a s un movimento e mezzo di musica assai ardua, oltre al complesso epilogo.
L'impressione favorevole che era riuscito a creare in precedenza si stava rapidamente
sgretolando. C'era il rischio che da un momento all'altro il pubblico ridiventasse indisciplinato. Pi ci
pensavo, pi mi sembrava evidente che bisognava interrompere il concerto, tanto che cominciai a
domandarmi se non dovessi uscire subito sul palcoscenico e incaricarmene io. Probabilmente ero
l'unica persona che potesse farlo senza che il pubblico vi vedesse l'annuncio di una grave calamit.
Per qualche minuto, per, non mi mossi e rimasi l a domandarmi come, esattamente, eseguire
l'intervento. Dovevo venire avanti facendo segno con le braccia di smettere? C'era il pericolo che un
simile gesto, oltre ad apparire presuntuoso, lasciasse supporre una certa disapprovazione da parte mia, e
sarebbe stato un disastro. Forse era molto meglio aspettare l'inizio dell'andante, poi farmi avanti con la
massima modestia, sorridendo cortesemente a Brodsky e all'orchestra, camminando al ritmo della
musica come se l'ingresso fosse stato studiato in anticipo. Senza dubbio il pubblico avrebbe applaudito,
e a questo punto anch'io - senza mai smettere di sorridere - avrei potuto battere le mani prima a
Brodsky, poi agli orchestrali. Mi auguravo che Brodsky avesse la prontezza di far cessare gradualmente
la musica e di ringraziare il pubblico. Con la mia presenza sul palcoscenico, le probabilit che la folla
insorgesse contro di lui erano remote. Anzi, grazie al mio esempio - avrei continuato ad applaudire e a
sorridere con grande convinzione, come se Brodsky fosse reduce da una prestazione di indiscutibile
bellezza - il ricordo della parte precedente del concerto si sarebbe ripresentato con tale vigore da
riconquistargli i favori del pubblico. Brodsky avrebbe eseguito un dignitoso numero di inchini, poi si
sarebbe girato per andarsene, e a quel punto tutti avrebbero visto con quanta cordialit lo aiutavo a
scendere dal podio, magari richiudendo l'asse da stiro e porgendogliela perch potesse usarla di nuovo
a mo' di gruccia. Poi avrei potuto accompagnarlo verso le quinte, lanciando frequenti occhiate al
pubblico per incoraggiare gli applausi e cos via. Mi parve che la cosa potesse funzionare, a patto di
valutare ogni mossa con la massima precisione.
Ma in quell'istante successe qualcosa che probabilmente era;ormai nell'aria da un pezzo.
Brodsky descrisse un ampio arco con la bacchetta e quasi simultaneamente trafisse l'aria con l'altra
mano. Cos facendo, parve staccarsi da terra. Si sollev in aria di qualche centimetro, poi ricadde sul
proscenio trascinando con s la ringhiera del podio, l'asse da stiro, la partitura e il leggio.
Mi aspettai che tutti corressero in suo aiuto, ma il grido che accompagn la sua caduta si spense
in un silenzio imbarazzato.
Poi, mentre Brodsky giaceva a faccia in gi sul pavimento, senza pi muoversi, nell'auditorium
si lev un sommesso brusio.
Finalmente, uno dei violinisti pos il suo strumento e gli and vicino. Presto anche parecchie
altre persone - macchinisti, orchestrali - imitarono il suo esempio, ma nel modo in cui si strinsero
intorno alla figura prona di Brodsky notai ancora una punta di esitazione, come se si aspettassero di
scoprire qualcosa di assolutamente disdicevole.
Pi o meno a questo punto mi riscossi - avevo esitato a farmi avanti, non sapendo bene che
effetto avrebbe avuto la mia apparizione - e corsi a unirmi ai soccorritori di Brodsky. Mentre mi
avvicinavo, il violinista lanci un grido e, lasciandosi cadere sulle ginocchia, cominci a esaminare
Brodsky con nuova sollecitudine. Poi alz gli occhi verso di noi e bisbigli esterrefatto: - Dio mio, ha
perso una gamba!  un miracolo che non sia svenuto prima!
Vi fu qualche esclamazione di stupore, e la dozzina di persone che si erano radunate intorno a
Brodsky - fra le quali c'ero anch'io - si scambiarono un'occhiata. Non saprei dire perch, ma tutti
avemmo la netta sensazione che la notizia della gamba mancante non dovesse trapelare, sicch
stringemmo il cerchio per tenere lontani gli sguardi del pubblico. Quelli pi vicini a Brodsky stavano
discutendo a bassa voce se portarlo via dal palcoscenico. Poi qualcuno fece un segnale e il sipario
cominci a chiudersi. Ci accorgemmo subito che Brodsky era sdraiato esattamente sulla traiettoria della
tenda; parecchie braccia si protesero e lo trascinarono via dalla ribalta proprio mentre il sipario si
chiudeva.
Gli scossoni ebbero l'effetto di rianimarlo un po'; quando il violinista lo gir sul dorso, Brodsky
apr gli occhi e scrut a una a una le facce che gli stavano attorno. Poi, con una voce che sembrava pi
assonnata che altro, disse: - E lei dov'? Perch non  qui a sorreggermi?
Vi fu un nuovo scambio di occhiate. Poi qualcuno bisbigli: - La signorina Collins. Credo che si
riferisca alla signorina Collins.
Non appena queste parole furono pronunciate, udimmo alle nostre spalle un colpetto di tosse;
girandoci, vedemmo la signorina Collins in piedi, al di qua del sipario. Aveva ancora un atteggiamento
molto composto, il suo sguardo esprimeva una cortese sollecitudine. Solo le mani strette davanti al
petto, un po' pi in alto del dovuto, rivelavano il tumulto interiore.
- E lei dov'? - domand di nuovo Brodsky con voce assonnata.
Poi cominci improvvisamente a canticchiare fra s e s.
Il violinista alz gli occhi verso di noi. - Dite che  ubriaco? Puzza parecchio d'alcool.
Brodsky smise di cantare, poi, richiudendo gli occhi, ripet: E lei dov'? Perch non viene?
Questa volta la signorina Collins, che era rimasta accanto al sipario, gli rispose con voce
sommessa ma chiarissima: - Sono qui, Leo.
Il tono era prossimo alla tenerezza, ma quando le aprimmo un varco per farla passare lei non si
mosse. Tuttavia, alla vista del corpo steso sul pavimento, sul suo volto comparvero finalmente i segni
dell'angoscia. Brodsky, sempre a occhi chiusi, ricominci a canticchiare.
Un attimo dopo apr le palpebre e si guard intorno attentamente. Prima gir gli occhi verso il
sipario - forse in cerca del pubblico - poi, scoprendolo chiuso, esamin di nuovo le facce chine su di s.
Infine pos lo sguardo sulla signorina Collins.
- Abbracciamoci, - disse Brodsky. - Che il mondo intero ci veda. Il sipario... - Si sollev a fatica
sui gomiti e grid: Preparatevi a riaprire il sipario! - Poi, rivolgendosi alla signorina Collins, aggiunse
sottovoce: - Vieni a sorreggermi.
Abbracciamoci. E poi che aprano il sipario. Voglio che il mondo intero ci veda -. Lentamente, si
lasci andare di nuovo sulla schiena. - Su, avvicinati, - mormor.
La signorina Collins fu sul punto di dire qualcosa, poi cambi idea. Si volt invece a dare
un'occhiata al sipario, e nei suoi occhi comparve uno sguardo spaventato.
- Che ci vedano tutti, - disse Brodsky. - Che vedano che siamo stati insieme fino all'ultimo. Che
ci siamo amati per tutta la vita. Mostriamoglielo. Voglio che lo vedano con i loro occhi quando si aprir
il sipario.
La signorina Collins rimase a fissarlo per qualche istante, poi finalmente cominci ad
avvicinarsi. La gente si scost con discrezione; alcuni distolsero addirittura lo sguardo. Ma prima di
giungergli accanto, la donna si ferm e disse con voce un po' tremula: - Se vuoi possiamo tenerci per
mano.
- No, no. Questo  l'ultimo atto. Abbracciamoci come si deve.
Voglio che ci vedano tutti.
La signorina Collins ebbe un attimo di esitazione, poi and risoluta a inginocchiarsi al suo
fianco. Vidi che i suoi occhi erano pieni di lacrime.
- Amore mio, - disse Brodsky sottovoce. - Stringimi di nuovo.
La ferita mi fa cos male!
Improvvisamente, la signorina Collins ritrasse la mano che aveva cominciato a tendere e si alz
in piedi. Poi lanci un'occhiata gelida a Brodsky e torn a passo veloce verso il sipario.
Brodsky parve non accorgersi della sua fuga. Fissava il soffitto con le braccia protese e
spalancate, come se si aspettasse che la signorina Collins scendesse dall'alto.
- Dove sei? - disse. - Voglio che ci vedano tutti. Quando si aprir il sipario. Voglio che vedano
che siamo stati insieme fino alla fine. Dove sei?
- Io non vengo, Leo. Ovunque tu stia andando adesso, dovrai andarci da solo.
Probabilmente Brodsky not che il tono era cambiato, perch, pur continuando a fissare il
soffitto, lasci ricadere le braccia lungo i fianchi.
- La tua ferita, - disse la signorina Collins in tono pacato. Sempre la tua ferita -. Poi la sua faccia
si contorse in una smorfia orrenda. - Oh, come ti odio! Come ti odio per avermi rovinato la vita! Non te
lo perdoner mai, mai! La tua ferita, la tua piccola, stupida ferita! La ferita, ecco il tuo vero amore,
Leo, l'unico vero amore della tua vita! So gi come andrebbe a finire, anche se provassimo, anche se
riuscissimo a ricostruire qualcosa da capo. E con la musica succederebbe lo stesso. Anche se questa
sera tu venissi accettato, anche se diventassi famoso in questa citt, distruggeresti ogni cosa, ti faresti
crollare tutto addosso come in passato. E tutto per colpa di quella ferita. Per te, io e la musica non
siamo altro che amanti in cui cerchi conforto. Per poi tornare ogni volta dal tuo unico vero amore. La
ferita! E lo sai che cosa mi fa imbestialire? Leo, mi stai ascoltando? La tua ferita non  niente di
speciale, assolutamente niente di speciale. In questa citt conosco molte persone che ne hanno di ben
peggiori. Eppure tutte, dalla prima all'ultima, tirano avanti con molto pi coraggio di te. Vivono la loro
vita. Diventano degne persone. Invece tu guardati, Leo.
Sempre l a vezzeggiare la tua ferita. Mi ascolti? Apri bene le orecchie, perch voglio che tu
senta fino all'ultima parola!
Quella ferita  tutto ci che ti resta. Un tempo ho tentato di darmi a te anima e corpo, ma non te
ne importava niente, e non mi avrai una seconda volta. Mi hai rovinato la vita! E ora ti odio!
Mi senti, Leo? Guarda in che stato ti sei ridotto! Vuoi sapere che cosa ne sar di te adesso? Be',
te lo dir io. Andrai in un luogo orribile. Un luogo buio e deserto, e io non verr con te.
Vacci da solo! Vacci da solo con quella tua piccola, stupida ferita!
Brodsky stava agitando lentamente una mano. Approfittando della pausa, disse: - Forse... forse
torner a essere un direttore d'orchestra. La musica, poco fa, prima che cadessi. Era bella. L'hai sentita?
Forse torner a essere un direttore d'orchestra...
- Leo, tu non mi stai a sentire. Non sarai mai un vero direttore d'orchestra. Non lo sei mai stato,
neppure ai bei tempi. Non sarai mai in grado di renderti utile agli abitanti di questa citt, nemmeno se
fossero loro a volerlo. Perch non te ne importa niente delle loro vite, ecco perch. La tua musica sar
sempre e solo imperniata su quella piccola, stupida ferita; non sar mai altro che questo, non sar mai
qualcosa di profondo, qualcosa che abbia valore anche per gli altri. Io, almeno, nel mio piccolo, posso
dire di avere fatto ci che potevo. Di avere fatto del mio meglio per aiutare gli infelici di questa citt.
Tu, invece, guardati. Non ti sei mai curato di nulla all'infuori della tua ferita. Ecco perch non
sei mai stato un vero musicista, nemmeno ai bei tempi. E non lo diventerai certo adesso. Leo, mi
ascolti? Voglio che tu senta bene le mie parole: sarai sempre e solo un ciarlatano. Un impostore
codardo e irresponsabile...
Improvvisamente, un uomo robusto e paonazzo irruppe sul palcoscenico passando attraverso le
tende del sipario.
- La sua asse da stiro, signor Brodsky! - annunci allegramente, tenendo sollevato davanti a s
l'arnese. Poi, accorgendosi che c'era qualcosa che non andava, si ritrasse.
La signorina Collins squadr il nuovo arrivato, poi, lanciando un'ultima occhiata in direzione di
Brodsky, scapp via attraverso l'apertura del sipario.
La faccia di Brodsky era ancora rivolta al soffitto, ma i suoi occhi erano di nuovo chiusi. Mi
feci largo e mi inginocchiai accanto a lui per sentirgli il polso.
- I nostri marinai, - mormor Brodsky. - I nostri marinai. I nostri marinai ubriachi. Dove sono
finiti? E tu dove sei? Dove sei?
- Sono io, - dissi. - Ryder. Signor Brodsky, dobbiamo trovarle subito un dottore.
- Ryder -. Brodsky apr gli occhi e li gir verso di me. Ryder. Forse quello che ha detto  vero.
- Non si preoccupi, signor Brodsky. La sua musica era magnifica. Soprattutto i primi due
movimenti...
- No, no, Ryder. Non mi riferisco alla musica. Ormai quella non ha pi importanza. Mi riferisco
alle altre cose che ha detto. A proposito del posto buio e deserto dove dovr andare da solo.
Forse  vero -. All'improvviso Brodsky sollev la testa dal pavimento e mi fiss negli occhi. -
Non voglio andarci, Ryder, disse in un sussurro. - Non voglio andarci.
- Signor Brodsky, cercher di riportare qui la signorina Collins. Come le dico, i primi due
movimenti erano straordinariamente innovativi. Sono sicuro che riuscir a farla ragionare. Ma adesso
mi lasci andare, torno subito.
Liberando il braccio dalla sua stretta, mi infilai anch'io tra le tende del sipario.
...
.
...
35.
.
Fui stupito di trovare l'auditorium completamente trasformato.
Le luci erano state riaccese, e il pubblico, agli effetti pratici, non esisteva pi. Almeno due terzi
degli spettatori se ne erano andati, e quelli rimasti chiacchieravano in piedi nei corridoi. Non mi
soffermai a lungo su questa scena, per, perch nel corridoio centrale avevo scorto la signorina Collins
che si faceva largo verso l'uscita. Sceso dal palcoscenico, le corsi dietro attraverso la folla e le arrivai a
tiro di voce proprio mentre stava per uscire.
- Signorina Collins! Aspetti un momento, per piacere!
La donna si volt e, quando mi riconobbe, mi fiss con occhi duri. Colto un po' alla sprovvista,
mi fermai a met del corridoio. Improvvisamente, sentii svanire ogni proposito di raggiungerla e di
parlarle; chi sa perch, abbassai gli occhi impacciato e mi guardai i piedi. Quando risollevai la testa, la
signorina Collins era sparita.
Restai dov'ero, chiedendomi se avessi fatto una sciocchezza lasciandomela scappare a quel
modo. Ma a poco a poco la mia attenzione fu attratta dalle conversazioni che si svolgevano intorno a
me. In particolare, notai un gruppetto alla mia destra, formato da sei o sette persone piuttosto anziane.
Sentii che uno degli uomini stava dicendo: - Secondo la signora Schuster, quell'individuo non  rimasto
sobrio un solo giorno da quando  cominciata questa storia. Come si pu pretendere che rispettiamo un
uomo del genere, per quanto dotato? Che esempio darebbe ai nostri figli? No, no, qui si  superato ogni
limite.
- Alla cena della Contessa, - disse una donna, - persino l era ubriaco, ne sono quasi sicura.
Hanno dovuto fare i salti mortali perch non ce ne accorgessimo.
- Scusatemi, - dissi, intromettendomi nella discussione, - ma state parlando a vanvera. Vi posso
assicurare che siete mal informati.
Mi aspettavo che la mia sola presenza li facesse ammutolire sbigottiti. Loro, invece, mi diedero
un'occhiata cordiale - come se avessi semplicemente chiesto il permesso di unirmi al gruppo e ripresero
la conversazione.
- Nessuno vuole ricominciare a tessere gli elogi di Christoff, - disse il primo uomo. - Ma, come
giustamente dicevi, l'interpretazione di poco fa sfiorava il cattivo gusto.
- Sfiorava l'immoralit. Te lo dico io. Sfiorava l'immoralit.
- Scusatemi, - m'intromisi, questa volta con maggior forza. Ma ho ascoltato con molta
attenzione ci che il signor Brodsky  riuscito a fare prima della caduta, e la mia valutazione  diversa
dalla vostra. Penso che ci abbia offerto qualcosa di stimolante, di nuovo, qualcosa di molto vicino
all'intima essenza di quel brano musicale.
Rivolsi a tutti una gelida occhiata. Gli spettatori mi guardarono di nuovo con benevolenza;
qualcuno rise educatamente, come se avessi fatto una battuta. Poi il primo uomo disse: - Nessuno
difende Christoff. Ormai sappiamo di che pasta  fatto. Ma quando ascolti un concerto come quello di
poco fa, finisci con il vedere le cose sotto una prospettiva diversa.
- Evidentemente, - disse un altro uomo, - Brodsky  convinto che Max Sattler avesse ragione. 
persino andato in giro a dirlo per buona parte della giornata. Senza dubbio parlava sotto gli effetti
dell'alcool, ma, visto che  sempre ubriaco, dobbiamo ritenere che il suo pensiero sia quello. Max
Sattler. Questo spiega parecchio di ci che abbiamo appena sentito.
- Christoff, almeno, aveva il senso della struttura. Un metodo cui potevi afferrarti saldamente.
- Signori, - gridai, - mi date il voltastomaco!
Quando vidi che non mi degnavano nemmeno di uno sguardo, mi allontanai furente.
Mentre tornavo indietro lungo il corridoio, mi accorsi che tutti stavano discutendo del concerto.
Notai che molti parlavano per il semplice bisogno di sfogarsi dopo un'esperienza insolita, come
avrebbero fatto dopo avere assistito a un incendio o a un incidente. Quando giunsi sotto il palcoscenico,
vidi due donne che piangevano e una terza che le confortava dicendo: - Va tutto bene adesso,  finita. 
finita -. In questa parte della sala si sentiva un buon profumo di caff. Parecchie persone stringevano
convulsamente le tazze e i piattini, bevendo come per riprendersi da un'emozione.
In quell'istante mi ricordai che dovevo tornare di sopra a vedere come stava Gustav; facendomi
largo attraverso la folla, abbandonai l'auditorium da un'uscita di emergenza.
Mi ritrovai in un corridoio vuoto e silenzioso. Anche questo curvava gradualmente, ma a
differenza di quello del piano superiore era senza dubbio destinato al pubblico. La moquette era
generosa, la luce soffusa e calda. Lungo la parete erano appesi quadri con la cornice dorata. Non mi ero
aspettato che il corridoio fosse deserto, e per un attimo esitai non sapendo da che parte andare. Poi, non
appena mi incamminai, sentii alle mie spalle una voce che mi chiamava: - Signor Ryder!
Mi girai e, in fondo al corridoio, vidi Hoffman che si sbracciava. Il direttore dell'albergo mi
chiam di nuovo, ma per qualche strana ragione rimase incollato dov'era, tanto che alla fine fui
costretto a tornare sui miei passi.
- Signor Hoffman, - dissi, avvicinandomi. - Mi spiace molto per ci che  successo.
- Un disastro. Un disastro totale.
- Mi spiace davvero moltissimo, signor Hoffman. Ma non deve lasciarsi abbattere. Lei ha fatto
tutto ci che poteva perch la serata riuscisse bene. E poi, tenga presente che io devo ancora comparire
in scena. Le assicuro che mi prodigher per riportare la serata sui binari giusti. Anzi, mi stavo
chiedendo se non sarebbe meglio rinunciare all'intermezzo con le domande e le risposte nella sua forma
originale. Io suggerirei un semplice discorso, qualcosa di adatto alle circostanze. Per esempio, potrei
dire qualche parola invitando tutti noi a serbare nel nostro cuore il significato della straordinaria
interpretazione che il signor Brodsky ci stava offrendo prima di sentirsi male; a sforzarci di essere
fedeli allo spirito di tale interpretazione, o qualcosa del genere. Naturalmente, non mi dilungher. Poi,
magari, potrei dedicare il mio concerto al signor Brodsky, o alla sua memoria, secondo le sue
condizioni del momento...
- Signor Ryder, - disse Hoffman in tono grave, e mi accorsi che non mi era stato a sentire. Era
pensieroso, ed evidentemente mi aveva guardato in faccia solo per potermi interrompere alla prima
opportunit. - Signor Ryder, c' una cosa di cui vorrei parlarle.
Una cosa di poco conto.
- Oh, di che si tratta, signor Hoffman?
- Di poco conto per lei. Ma di una certa importanza per me e per mia moglie -. All'improvviso
la sua faccia si contorse in una smorfia di rabbia. Hoffman tir indietro il braccio di scatto; per un
attimo temetti che volesse colpirmi, poi mi accorsi che stava indicandomi qualcosa in fondo al
corridoio. Nella luce soffusa vidi la sagoma di una donna che ci dava la schiena; era davanti a una
nicchia dalle pareti rivestite di specchi, con il busto flesso in avanti. La sua testa toccava quasi il vetro,
tanto che l'immagine riflessa sembrava saldata al suo corpo.
Mentre fissavo la donna, Hoffman, forse pensando che il primo gesto non fosse stato
sufficientemente chiaro, tir indietro il braccio una seconda volta. Poi disse: - Mi riferisco, signor
Ryder, agli album di mia moglie.
- Gli album di sua moglie. Ah, s. S, sua moglie, davvero molto gentile... Ma non sembra anche
a lei, signor Hoffman, che questo non sia il momento pi...
- Signor Ryder, non avr dimenticato che mi ha promesso di esaminarli? E che per riguardo alla
sua persona, per evitare che potessi disturbarla in un momento inopportuno, ci eravamo messi
d'accordo... se n' forse dimenticato, signor Ryder?... ci eravamo messi d'accordo su un segnale. Un
segnale che lei mi avrebbe fatto quando fosse stato pronto a esaminare gli album. Se ne ricorda?
- Ma certo, signor Hoffman. E avevo tutte le intenzioni di...
- L'ho osservata con ansia, signor Ryder. Ogni volta che la vedevo girare per l'albergo,
attraversare l'atrio, prendere una tazza di caff, mi dicevo: Ah, sembra libero. Forse  il momento
buono. E aspettavo un suo cenno, la osservavo con molta attenzione, ma chi l'ha visto il segnale? Puh!
E adesso eccoci qui, la sua visita  agli sgoccioli, e fra poche ore sar in volo per Helsinki, dove
l'attende il suo prossimo impegno! A volte mi veniva il sospetto di non avere visto il segnale; pensavo
magari di essermi distratto per un secondo e poi, dopo essermi girato di nuovo a guardarla, di avere
scambiato la fine del suo segnale per un gesto qualsiasi. Naturalmente, se cos fosse, se davvero mi
avesse lanciato ripetuti segnali e fossi io il tonto che non li ha visti, allora mi profonderei in scuse,
senza riserve, senza ritegno, senza dignit, striscerei ai suoi piedi. Ma io credo, signor Ryder, che lei
non mi abbia mai fatto segnali. In altre parole, che lei abbia trattato... trattato... - Hoffman si volt a
guardare la figura in fondo al corridoio e abbass la voce. Che lei abbia trattato mia moglie con
disprezzo. Tenga, eccoli qua!
Solo allora mi accorsi che aveva in mano due grossi volumi. Me li porse.
- Ecco, signor Ryder. Il frutto dell'ammirazione di mia moglie per la sua meravigliosa carriera.
Il segno della sua devozione.
Guardi queste pagine! - Hoffman si contorse per mettersi sotto il braccio uno degli album e
aprire l'altro. - Guardi, signor Ryder.
Ci sono persino piccoli ritagli insignificanti di riviste che nessuno ha mai sentito nominare.
Frasi dette di sfuggita sul suo conto. Lo vede come le  devota mia moglie? Guardi qui, signor Ryder!
E qui, e qui! E lei non trova nemmeno il tempo di dare un'occhiata a questi album? Che cosa
racconter, adesso, a mia moglie? - E di nuovo mi indic la figura in fondo al corridoio.
- Mi spiace, - dissi. - Mi spiace moltissimo. Ma vede, mentre ero qui le cose si sono complicate.
Avevo tutte le intenzioni di... - Improvvisamente capii che, nella crescente confusione della serata, io
almeno dovevo mantenere la calma. Feci una pausa, poi dissi con una certa autorit: - Signor Hoffman,
forse sua moglie trover pi facile accettare le mie scuse sincere se le sente direttamente dalle mie
labbra. Ho avuto il grande piacere di conoscerla questa sera. Forse, se sar cos gentile da
accompagnarmi subito da lei, riusciremo a risolvere la questione in fretta. Poi bisogna assolutamente
che mi presenti sul palcoscenico, dica due parole sul signor Brodsky e suoni il mio pezzo. I miei
genitori, in particolare, cominceranno a spazientirsi.
Hoffman parve leggermente sconcertato dalle mie parole. Poi, cercando di riattizzare la propria
collera, disse: - Guardi queste pagine, signor Ryder! Le guardi! - Ma il fuoco si era spento, e il direttore
dell'albergo mi fiss un po' impacciato. Allora andiamo, - disse sommessamente, e nella sua voce c'era
tutto lo scoramento dello sconfitto. - Andiamo pure.
Ma per un po' non si mosse, ed ebbi l'impressione che stesse rimuginando qualche lontano
ricordo. Poi, fattosi coraggio, si avvi verso la moglie, e io lo seguii a qualche passo di distanza.
Mentre ci avvicinavamo, la signora Hoffman si gir. Per riguardo, mi fermai un po' in disparte,
ma la donna non degn di uno sguardo il marito e si rivolse a me: -  un piacere rivederla, signor
Ryder. Purtroppo, sembra che la serata non stia andando come speravamo.
- Gi, - dissi, - sembra proprio di no -. Poi, facendo un passo avanti, aggiunsi: - E come se non
bastasse, signora, mi sono accorto che per un motivo o per l'altro ho trascurato parecchie cose che mi
stavano molto a cuore.
Mi aspettavo che la donna cogliesse la mia allusione, invece si limit a guardarmi con interesse,
aspettando che proseguissi. Poi Hoffman si schiar la gola e disse: - Tesoro. Io... io sapevo che ti
avrebbe fatto piacere.
Con un timido sorrisetto, il direttore dell'albergo sollev gli album, tenendoli uno per mano.
La signora Hoffman inorrid. - Dammi quegli album, - disse aspramente. - Non avevi alcun
diritto! Dammeli subito.
- Tesoro... - Hoffman ridacchi e si guard i piedi.
La signora Hoffman, con la faccia furibonda, continuava a tendere la mano. Il direttore
dell'albergo le porse prima un volume, poi l'altro. La moglie diede a ciascuno una rapida occhiata per
verificare che fossero proprio i suoi, poi parve sopraffatta dalla vergogna.
- Tesoro, - bofonchi Hoffman, - pensavo che non ci fosse nulla di male... - Di nuovo lasci la
frase in sospeso e rise.
La signora Hoffman lo gel con lo sguardo. Poi, rivolgendosi a me, disse: - Signor Ryder, sono
davvero dispiaciuta che mio marito abbia sentito il bisogno di importunarla con simili sciocchezze.
Buonasera a lei.
Si mise gli album sotto il braccio e si gir per andarsene. Non aveva fatto tre passi, per, che
Hoffman esclam all'improvviso: - Sciocchezze? No, no! Non sono affatto sciocchezze! E non  una
sciocchezza neppure l'album su Kosminsky. E neppure quello su Stefan Haller. Altro che sciocchezze!
Ah, se lo fossero. Se solo riuscissi a convincermi che lo sono!
Sua moglie si ferm ma non si gir. Hoffman e io restammo a fissare da dietro la sua sagoma,
immobile nella fioca luce del corridoio. Poi Hoffman si avvicin di qualche passo.
- La serata  un macello. Perch fingere che non sia cos?
Perch continui a tollerarmi? Anno dopo anno, cantonata dopo cantonata. Sono sicuro che avevi
gi esaurito la pazienza dopo il Festival della Giovent. Ma no, hai continuato a sopportarmi. Poi la
Settimana delle Mostre. E hai continuato a sopportarmi. Mi hai dato ancora una possibilit. S, lo so, te
l'ho chiesta io. Ti ho supplicato di darmi una prova d'appello. E tu non hai avuto il coraggio di
rifiutarmela. Per farla breve, mi hai concesso questa serata. E con quale risultato? La serata  un
macello. Nostro figlio, il nostro unico figlio, si  reso ridicolo davanti ai nostri concittadini pi illustri.
S,  stata colpa mia, lo so.
Sono io che l'ho incoraggiato. Sapevo che avrei dovuto fermarlo, anche all'ultimo momento, ma
non ne ho avuta la forza. Ho lasciato che andasse sino in fondo. Credimi, tesoro, non era questo che
volevo. Sin dal principio mi sono detto, domani gliene parlo, domani, quando ci sar pi tempo, ci
faremo una bella chiacchierata. Domani, domani, e continuavo a rimandare. S, sono stato un debole, lo
ammetto. Ancora questa sera mi dicevo, qualche minuto e gliene parlo, invece no, no, non ce l'ho fatta,
e lui  salito sul palcoscenico. S, il nostro Stephan  salito lass di fronte al mondo intero e ha suonato
il pianoforte! E ora ridono di lui! Ah, ma questo  il meno! Tutti sanno chi  il responsabile di questa
serata. L'intera citt sa chi si era preso l'impegno di recuperare il signor Brodsky. Sta bene, sta bene,
non lo nego, ho fallito, non sono riuscito a farlo cambiare.
Quell'uomo  un ubriacone, avrei dovuto accorgermi subito che non c'era niente da fare. Mentre
noi siamo qui che parliamo, la serata sta andando a rotoli. Ormai neppure il signor Ryder, neppure lui,
pu salvarla. La sua presenza non fa che aumentare il nostro imbarazzo. Il miglior pianista del mondo,
e a che scopo l'ho fatto venire qui? Perch partecipi a questa vergogna? Perch non mi  stato impedito
di avvicinare le mie goffe manacce a cose cos divine come la musica, l'arte, la cultura? Tu vieni da una
famiglia piena di talento, avresti potuto sposare chiunque. Che errore hai fatto. Una tragedia. Ma tu sei
in tempo. Sei ancora bellissima. Che cosa aspetti? Di che prova hai ancora bisogno?
Lasciami. Lasciami. Trovati qualcuno degno di te. Un Kosminsky, un Haller, un Ryder, un
Leonhardt. Come hai potuto compiere un simile errore? Lasciami, te ne supplico, lasciami. Non vedi
come mi  odioso il pensiero di essere il tuo secondino? Peggio, di essere per te una palla al piede?
Lasciami, lasciami... Improvvisamente, Hoffman si pieg in avanti, si port il pugno alla fronte e rifece
il gesto che lo avevo visto provare quella sera nel camerino. - Amore mio, amore mio, lasciami. La mia
posizione  diventata insostenibile. Questa sera la mia finzione  stata smascherata. Ormai lo sanno
tutti, persino i neonati. Da oggi, ogni volta che mi vedranno correre di qui e di l tutto indaffarato,
sapranno che non ho niente, n talento, n sensibilit, n finezza. Lasciami, lasciami. Sono un vbue, un
bue, un bue!v Hoffman ripet il gesto, tenendo il gomito bizzarramente in fuori mentre si batteva la
fronte. Poi cadde in ginocchio e si mise a piangere.
-  andato tutto a rotoli, - mormor tra i singhiozzi. - A rotoli.
La signora Hoffman si era girata e osservava il marito con attenzione. Non sembrava affatto
stupita dello sfogo, e i suoi occhi avevano un'espressione tenera, quasi nostalgica. Un po' esitante, fece
un passo, poi un altro, verso la sagoma accasciata di Hoffman e allung plano piano un braccio, come
per sfiorargli la testa. La sua mano indugi per un secondo sopra di lui, senza toccarlo, poi si ritrasse.
Un attimo dopo la donna si era girata ed era sparita in fondo al corridoio.
Hoffman continu a singhiozzare, evidentemente ignaro del gesto della moglie. Rimasi un
momento a guardarlo, senza sapere che cosa fare. Poi mi resi improvvisamente conto che mi
aspettavano in scena, e che ero gi molto in ritardo. In un impeto di commozione, mi ricordai che non
avevo ancora trovato un solo segno della presenza dei miei genitori nell'edificio. I miei sentimenti per
Hoffman, che fino a quel momento erano stati prossimi alla compassione, cambiarono di colpo.
Avvicinandomi a lui, gli urlai nell'orecchio: - Signor Hoffman, pu anche darsi che sia riuscito a
mandare a rotoli la sua serata. Ma io non mi lascer trascinare a fondo con lei. Voglio presentarmi al
pubblico e suonare. Far del mio meglio per riportare un po' di ordine in questo caos. Ma prima, signor
Hoffman, esigo che mi dica una volta per tutte che ne  dei miei genitori.
Hoffman sollev gli occhi e parve leggermente stupito di non vedere pi sua moglie. Poi,
fissandomi con una punta di irritazione, si alz in piedi.
- E lei che cosa vuole? - mi domand in tono esausto.
- I miei genitori, signor Hoffman. Dove sono? Mi aveva assicurato che vi sareste occupati di
loro. Eppure poco fa, quando ho guardato, non erano tra il pubblico. Fra un attimo mi presenter in
scena, e desidero che i miei genitori siano comodamente sistemati al loro posto. Quindi, signor
Hoffman, esigo una risposta. Dove sono?
- I suoi genitori, signor Ryder? - Hoffman inspir a fondo e si pass una mano tra i capelli con
aria stanca. - Deve chiedere alla signorina Stratmann.  lei che ha l'incarico di occuparsi di loro. Io ho
curato solo l'organizzazione generale della serata. E dato che, come pu vedere, ho fallito su tutta la
linea, non capisco come possa sperare di ottenere da me una risposta alla sua domanda...
- S, s, s, - dissi, spazientendomi. - Allora dov' la signorina Stratmann?
Hoffman sospir e indic alle mie spalle. Girandomi, vidi che dietro di me c'era una porta.
- La signorina Stratmann  l dentro? - domandai seccamente.
Hoffman annu, poi, barcollando verso la nicchia dove prima c'era sua moglie, si guard allo
specchio.
Bussai energicamente alla porta. Non ottenendo risposta, mi voltai verso Hoffman pronto ad
accusarlo. Il direttore dell'albergo era chino sulla mensola della nicchia. Stavo per ricominciare a
sfogare su di lui la mia rabbia, quando dall'interno udii una voce che mi diceva di entrare. Diedi un
ultimo sguardo alla figura ingobbita di Hoffman, poi aprii la porta.
36.
L'ufficio ampio e moderno in cui mi trovai si distaccava completamente dal resto dell'edificio.
Era una specie di annesso, costruito - cos mi sembr - tutto di vetro. Nella stanza non c'era
illuminazione artificiale, ma vidi che il giorno era finalmente spuntato. Le prime tenui chiazze di sole
sfioravano le traballanti pile di documenti, le guide del telefono, le cartelline e gli schedari sparpagliati
sui tavoli. Nell'ufficio c'erano tre scrivanie, ma in quel momento la signorina Stratmann era l'unica
persona presente.
Stava lavorando, e mi parve strano che avesse spento la luce, perch il debole chiarore della
stanza era appena sufficiente per leggere o scrivere. L'unica spiegazione era che l'avesse spenta
momentaneamente per godersi lo spettacolo del sole che sorgeva in lontananza, dietro gli alberi. Infatti,
quando entrai, la signorina Stratmann era seduta alla sua scrivania, con il telefono in mano e lo sguardo
perso oltre gli enormi pannelli di vetro.
- Buon giorno, signor Ryder, - disse, girandosi verso di me. Sar da lei fra un secondo -. Poi
riprese a parlare al telefono: - S, fra circa cinque minuti. Anche le salsicce. Bisogna cominciare a
friggerle al pi presto. E non dimenticate la frutta. Ormai dovrebbe essere pronta.
- Signorina Stratmann, - dissi, avanzando verso la scrivania, non me ne importa niente di
quando dovete friggere le vostre salsicce. Ci sono cose pi urgenti.
La donna alz gli occhi e ripet: - Sar da lei fra un secondo, signor Ryder -. Poi ricominci a
parlare al telefono prendendo appunti.
- Signorina Stratmann, - dissi, indurendo la voce, - devo chiederle di posare quel telefono e di
starmi a sentire.
- Resta in linea, - disse la signorina Stratmann al telefono. Mi  arrivato uno tra i piedi e devo
occuparmi di lui. Mi libero in un secondo -. Poi pos il ricevitore e mi fulmin con lo sguardo. - Che
cosa c', signor Ryder?
- Signorina Stratmann, - dissi, - la prima volta che ci siamo visti ha promesso di tenermi
pienamente informato su tutti gli aspetti della mia visita. Di spiegarmi il programma e la natura dei
miei numerosi impegni. Credevo di potermi fidare di lei. Mi spiace dover dire che si  dimostrata ben al
di sotto delle mie aspettative.
- Signor Ryder, non so a che cosa devo questa tirata. C' qualcosa in particolare che non la
soddisfa?
- Tutto, signorina Stratmann. Non mi avete dato informazioni importanti quando ne avevo
bisogno. Non mi avete avvertito che il mio programma era stato cambiato all'ultimo momento. Non mi
avete aiutato n assistito nei momenti cruciali. Con la conseguenza che non ho potuto prepararmi come
avrei voluto per il compito che mi era stato affidato. Ci nonostante, fra poco mi presenter sul
palcoscenico e tenter di salvare qualcosa di questa serata, che per tutti voi si sta rivelando una
catastrofe. Prima, per, ho una semplice domanda da farle. Dove sono i miei genitori? Devono essere
arrivati da un pezzo su una carrozza a cavalli. Ma poco fa, quando li ho cercati nell'auditorium, non li
ho visti. Non erano nei palchi n nelle prime file, quelle riservate alle personalit. Quindi glielo chiedo
di nuovo, signorina Stratmann: dove sono? Perch non vi siete presi cura di loro come avevate
promesso?
La signorina Stratmann mi studi attentamente alla luce dell'alba, poi sospir.
- Signor Ryder, era da un po' che volevo affrontare questo discorso con lei. Qualche mese fa,
quando ci ha informati che i suoi genitori avevano intenzione di visitare la nostra citt, la cosa ci ha
fatto molto piacere. Tutti si sono rallegrati. Ma le ricordo, signor Ryder, che  stato da lei, e da lei solo,
che abbiamo saputo dei loro progetti. Ebbene, negli ultimi tre giorni, e oggi in particolare, ho fatto il
possibile per scoprire dov'erano. Ho ripetutamente telefonato all'aeroporto, alla stazione ferroviaria,
alle societ di pullman, a tutti gli alberghi della citt, e non ho trovato traccia dei suoi genitori.
Nessuno li ha sentiti, nessuno li ha visti. Dunque, signor Ryder, sono io che chiedo a lei: 
sicuro che vengano?
Mentre la signorina Stratmann parlava, ero stato assalito dai dubbi. Improvvisamente, qualcosa
dentro di me cominci a franare; per nascondere il mio disagio, mi voltai dall'altra e guardai lo spuntare
del giorno.
- Be', - dissi infine, - ero sicurissimo che questa volta sarebbero venuti.
- Era sicurissimo -. La signorina Stratmann, ovviamente ferita nell'orgoglio professionale dalla
mia lavata di capo, mi stava fissando con sguardo accusatore. - Si rende conto, signor Ryder, che tutti si
sono fatti in quattro per l'arrivo dei suoi genitori? La predisposizione dell'assistenza medica,
l'accoglienza, il cavallo e la carrozza. Un gruppo di signore ha dedicato parecchie settimane a preparare
un programma per intrattenere i suoi genitori durante il loro soggiorno. E lei dice che era sicurissimo
che sarebbero venuti.
- Naturalmente, - dissi accennando una risata. - Non avrei mai creato tutto questo trambusto se
non ne fossi stato pi che convinto. Il fatto ... - di nuovo mi venne da ridere, - il fatto  che ero sicuro
che questa volta, finalmente, sarebbero venuti.
Non mi dir che la mia era una supposizione irragionevole? In fondo, ora sono al culmine delle
mie capacit. Per quanto tempo sar ancora costretto a viaggiare in questo modo?  ovvio che mi
spiace se ho causato disturbo a qualcuno inutilmente, ma vedr che non  cos. I miei devono essere qui
da qualche parte. Li ho anche sentiti. Quando ho fermato la macchina nel bosco, ho sentito arrivare il
cavallo e la carrozza. Li ho sentiti, devono essere qui, gliel'assicuro, non  poi cos irragionevole...
Mi accasciai su una sedia e mi accorsi che stavo singhiozzando.
Di colpo, ricordai che le probabilit che i miei visitassero quella citt erano sempre state molto
tenui. Non riuscivo a capire come mi fossi potuto sentire cos sicuro da esigere una spiegazione prima
da Hoffman, poi dalla signorina Stratmann, e per giunta con quel tono. Continuai a singhiozzare per un
po', finch mi accorsi che la signorina Stratmann si era alzata in piedi ed era venuta accanto a me.
- Signor Ryder, signor Ryder, - ripeteva gentilmente la donna.
Poi, quando riuscii a dominare le lacrime, aggiunse in tono cordiale: - Signor Ryder. Forse
nessuno gliel'ha mai detto. Ma una volta, parecchi anni fa, i suoi sono venuti qui per davvero.
Smisi di singhiozzare e sollevai la testa per guardarla in faccia. La signorina Stratmann mi
sorrise, poi si avvicin lentamente alla vetrata e di nuovo contempl l'alba.
- Probabilmente si erano presi una vacanza, - disse, con gli occhi ancora lontani. - Arrivarono in
treno e si fermarono due o tre giorni a visitare la citt. Come le dico,  passato molto tempo. Lei non
era ancora celebre come adesso, ma non era certo uno sconosciuto, e qualcuno, forse il personale
dell'albergo, chiese loro se fossero suoi parenti. Sa, stesso cognome, stessa nazionalit. E cos
scoprimmo che quei due simpatici vecchietti inglesi erano i suoi genitori. La notizia suscit meno
scalpore di quanto ne susciterebbe oggi, ma i suoi furono trattati con ogni riguardo. Poi, con il passare
degli anni, la sua fama  cresciuta, e la gente si  ricordata di quell'episodio, della volta che i suoi
genitori erano venuti qui. Personalmente, mi  rimasto impresso molto poco della loro visita, perch ero
piccola. Ma ricordo che la gente ne parlava.
Osservai attentamente la sua schiena. - Signorina Stratmann, non lo sta dicendo solo per
consolarmi, vero?
- No, no,  tutto vero. Chieda conferma a chi vuole. Come le dico, io ero solo una bambina, ma
molti, qui in citt, sarebbero in grado di raccontarle tutto per filo e per segno. E poi, esiste una
documentazione completa.
- Ma sembravano felici? Ridevano insieme? Avevano l'aria di godersi la vacanza?
- Sono sicura di s, signor Ryder. Stando ai racconti, si sono divertiti moltissimo. Tutti li
ricordano come una coppia piacevole. Sempre gentili e premurosi l'uno con l'altra.
- Ma... ma quello che voglio sapere, signorina Stratmann,  se vi siete presi cura di loro. 
questo che mi interessa...
- Ma certo che ci siamo presi cura di loro. E le assicuro che si sono divertiti. Sono stati felici per
tutta la durata del soggiorno.
- Come fa a ricordarselo? Mi ha detto lei stessa che allora era una bambina.
- Le riferisco quello che dicono tutti.
- Se la cosa  vera, come mai nessuno me ne ha parlato prima?
La signorina Stratmann esit un istante e si gir di nuovo verso gli alberi e il sole nascente. -
Non lo so, - disse sottovoce, scuotendo la testa. - Non so perch. Ma ha ragione. La gente ne parla
poco, meno di quanto sarebbe logico aspettarsi. Ma  cos, gliel'assicuro. Ricordo tutto distintamente da
quand'ero bambina.
Dall'esterno giunsero i primi cori di uccelli. La signorina Stratmann continu a fissare gli alberi
in lontananza, forse ripensando ad altri ricordi d'infanzia. La osservai per un po', poi dissi: - E mi
assicura che li avete trattati bene?
- Oh, s, - disse la signorina Stratmann quasi in un bisbiglio, con lo sguardo ancora distante. - Li
abbiamo trattati benissimo.
Doveva essere primavera, e qui la primavera  incantevole. La citt vecchia, l'ha visto anche lei,
 affascinante.
Probabilmente la gente, la gente comune che incontravano per strada, indicava loro le cose da
vedere. Gli edifici pi interessanti, il museo dei mestieri, i ponti. E quando i suoi genitori si fermavano
da qualche parte per un caff o uno spuntino e non sapevano che cosa ordinare, magari a causa di un
problema di lingua, il cameriere o la cameriera si facevano in quattro per aiutarli. Oh s, sono stati
benone, qui da noi.
- Ha detto che sono arrivati in treno. Qualcuno li avr aiutati a portare le valigie?
- Oh, i facchini della stazione saranno corsi ad aiutarli.
Avranno portato tutti i bagagli fino al tass. Poi se ne sar occupato il tassista. Avr
accompagnato i suoi genitori in albergo, e tutto sar finito l. Sono sicura che non hanno dovuto
nemmeno preoccuparsi delle loro valigie.
- In albergo? Quale albergo?
- Un albergo molto confortevole, signor Ryder. Uno dei migliori di allora. Sicuramente i suoi
genitori si sono trovati benissimo, sin dal primo momento.
- Spero che non fosse troppo vicino alle strade principali. Mia madre ha sempre odiato il rumore
del traffico.
- Be', allora il traffico non era ancora un problema. Ricordo che da bambine, in certe zone
residenziali, potevamo saltare la corda e giocare alla palla in mezzo alla strada. Oggi una cosa del
genere non sarebbe nemmeno pensabile! S, giocavamo spesso cos, anche per ore e ore. Ma per tornare
alla sua domanda, signor Ryder, - e qui la signorina Stratmann si gir verso di me con un sorriso
malinconico, - l'albergo dei suoi genitori era molto lontano dal traffico. Un posto idilliaco. Oggi non
esiste pi, ma se vuole le mostro una fotografia. Le farebbe piacere vedere l'albergo dove sono stati i
suoi genitori?
- Moltissimo, signorina Stratmann.
La donna sorrise di nuovo e attravers la stanza dirigendosi verso la scrivania. Pensai che stesse
per aprire un cassetto, ma all'ultimo momento cambi rotta e si avvicin alla parete di fondo. Alzando
il braccio, afferr una corda e cominci a srotolare qualcosa che sulle prime presi per una carta nautica.
Poi vidi che si trattava invece di una gigantesca fotografia a colori. La signorina Stratmann la
tir gi, finch l'avvolgitore fece uno scatto e si blocc. Poi torn alla scrivania, accese la lampada da
tavolo e la punt sulla fotografia, che arrivava quasi al pavimento.
Per qualche istante tutti e due studiammo l'immagine in silenzio. L'albergo assomigliava in
piccolo a quei castelli da fiaba che i re matti facevano costruire nel secolo scorso.
Sorgeva sul ciglio di una valle scoscesa, coperta di felci e di fiori primaverili. La fotografia era
stata scattata in un giorno di sole dal versante opposto della valle, e apparteneva a quel genere di
tranquille composizioni che si addicono alle cartoline e ai calendari.
- Credo che i suoi genitori stessero in questa stanza, - sentii che diceva la signorina Stratmann.
Aveva tirato fuori una bacchetta e mi stava indicando una finestra su una delle torrette dell'albergo. -
Dovevano avere una vista magnifica, non le sembra?
- S, ha ragione.
La signorina Stratmann abbass la bacchetta, ma io continuai a fissare la finestra, cercando di
immaginarne la vista. Mia madre, soprattutto, doveva averla apprezzata. Ne avrebbe tratto grande
consolazione anche se le fosse capitata una di quelle giornate storte che la costringevano a letto.
Avrebbe osservato la brezza soffiare sulla valle, disturbando le felci e il fogliame degli alberi contorti
che si arrampicavano sulle pendici opposte. Le sarebbe piaciuta anche l'ampia distesa di cielo visibile
dalla stanza. Poi, proprio in primo piano - nell'angolino di destra notai un tratto della strada collinare da
cui presumibilmente era stata scattata la fotografia. Fui quasi sicuro che mia madre, dalla sua camera,
vedesse anche la strada. Era quindi probabile che avesse avuto modo di osservare da lontano qualche
scena di vita locale. Il saltuario passaggio di una macchina o del furgone del droghiere, forse persino un
carro tirato da un cavallo; di tanto in tanto un trattore, o qualche bambino in gita.
Sicuramente queste visioni l'avevano molto rallegrata.
Alla fine, mentre continuavo a guardare la finestra, ricominciai a piangere, anche se non pi
come prima, in maniera incontrollata. Le lacrime mi salivano agli occhi e mi rigavano il volto con
regolarit. La signorina Stratmann se ne accorse, ma questa volta non reput necessario consolarmi. Mi
sorrise gentilmente e si gir di nuovo verso la fotografia.
Un improvviso colpo alla porta mi fece sobbalzare. Anche la signorina Stratmann sussult. Poi
disse: - Mi scusi, signor Ryder, - e and ad aprire.
Girandomi sulla sedia, vidi entrare un individuo in uniforme bianca che si tirava dietro un
carrello per le vivande. L'uomo lasci il carrello a cavallo della soglia, in modo da puntellare la porta e
tenerla aperta, poi guard fuori della vetrata.
- Sar una bella giornata, - disse, rivolgendoci a turno un sorriso. - Le ho portato la colazione,
signorina. Vuole che gliela metta su quella scrivania?
- La colazione? - La signorina Stratmann pareva disorientata. Dovrebbe essere servita non
prima di un'altra mezz'ora.
- Il signor von Winterstein ha ordinato di cominciare subito, signorina. E secondo me ha
ragione. A quest'ora la gente ha bisogno di fare colazione.
- Ah -. La signorina Stratmann non sembrava ancora convinta e mi guard come in cerca di
consiglio. Poi domand al cameriere: Sta andando tutto bene l fuori?
- Oh, adesso s, signorina. Naturalmente, dopo che il signor Brodsky  svenuto, c' stato un po'
di panico, ma adesso la gente  contenta e beata. Vede, poco fa il signor von Winterstein ha tenuto un
bel discorso nel foyer, parlando del magnifico retaggio di questa citt, di tutte le cose di cui dobbiamo
essere orgogliosi. Ha citato i risultati conseguiti nel corso degli anni; ha sottolineato gli spaventosi
problemi che assillano le altre citt e di cui noi non abbiamo mai dovuto preoccuparci. Era quel che ci
voleva, signorina. Mi  dispiaciuto che lei non ci fosse. Quel discorso ci ha fatto sentire fieri di noi
stessi e della nostra citt, e adesso tutti sono beati. Guardi, c' gi qualcuno -. L'uomo indic la vetrata,
ed effettivamente, nella debole luce esterna, intravidi parecchie figure che passeggiavano sull'erba
guardandosi intorno in cerca di un posto per sedersi, ben attente a non rovesciare il piatto che avevano
in mano.
- Scusatemi, - dissi, alzandomi in piedi. - Devo andare a suonare, altrimenti far tardi. Signorina
Stratmann, le sono molto riconoscente. Per le sue attenzioni e per tutto il resto.
Ma adesso la prego di scusarmi.
Senza aspettare una risposta, sgusciai tra il carrello della colazione e lo stipite della porta e uscii
in corridoio.
...
.
...
37.
.
La pallida luce del mattino stava diffondendosi nella penombra del corridoio. Diedi un'occhiata
alla nicchia dove avevo lasciato Hoffman, ma il direttore non c'era pi. Mi affrettai in direzione
dell'auditorium e ripassai accanto ai quadri con la cornice dorata. A un certo punto incontrai un altro
cameriere munito di carrello della colazione che si era chinato per bussare a una porta, ma per il resto il
corridoio era deserto.
Continuai a camminare a passo svelto, cercando l'uscita di sicurezza che mi aveva portato in
quel corridoio. Sentivo un incontenibile bisogno di mettermi subito a suonare. Mi rendevo conto che le
delusioni di poc'anzi non diminuivano affatto le mie responsabilit nei confronti di tutti coloro che
aspettavano da settimane il momento in cui mi sarei finalmente seduto al pianoforte. In altre parole, era
mio dovere suonare in maniera degna di me. Altrimenti - ne ebbi improvvisamente la certezza si
sarebbe aperta una strana porta oltre la quale sarei precipitato in uno spazio buio e sconosciuto.
Dopo un po' non riconobbi pi il corridoio. La tappezzeria era diventata blu scuro, al posto dei
quadri c'erano fotografie firmate. Capii di avere oltrepassato la mia porta, ma, vedendo che poco pi
avanti ce n'era un'altra assai pi imponente con la scritta Palcoscenico, decisi di entrare di l.
Per qualche istante brancolai nel buio, poi mi trovai di nuovo tra le quinte. Vidi il pianoforte in
mezzo al palcoscenico vuoto, fiocamente illuminato dall'alto da un paio di luci. Vidi anche che il
sipario era ancora chiuso e mi feci avanti silenziosamente.
Diedi un'occhiata al punto in cui era caduto Brodsky, ma non erano rimasti segni. Poi mi girai a
guardare il pianoforte, incerto sul da farsi. Forse, se mi fossi seduto sullo sgabello e avessi
semplicemente cominciato a suonare, i tecnici avrebbero avuto il buon senso di aprire il sipario e di
accendere i riflettori. Ma c'era il rischio - nessuno poteva sapere che cosa fosse successo - che i tecnici
avessero abbandonato il loro posto, nel qual caso il sipario non si sarebbe nemmeno aperto.
Inoltre, l'ultima volta che avevo visto la sala, gli spettatori erano in piedi e chiacchieravano
imperterriti. La soluzione migliore, conclusi, era quella di sgusciare tra le tende del sipario per
annunciarmi, in modo da dare a tutti - tanto al pubblico quanto ai tecnici - la possibilit di prepararsi.
Mi studiai rapidamente un discorsetto, poi, senza altro indugio, mi avvicinai al sipario e scostai i
pesanti tendoni.
Mi aspettavo di trovare un certo disordine in sala, ma ci che vidi mi colse completamente alla
sprovvista. Non solo non c'era pi traccia del pubblico, ma erano sparite persino le poltrone.
Sulle prime pensai che ci fosse un qualche marchingegno, una semplice leva da tirare, per far
rientrare tutti i sedili nel pavimento - in modo che l'auditorium potesse trasformarsi in salone da ballo o
che so io - poi ricordai l'et dell'edificio e la cosa mi parve assai improbabile. L'unica spiegazione era
che le poltrone, del tipo impilabile, fossero state sgombrate per prevenire gli incendi. Fatto sta che
davanti a me, adesso, c'era un immenso spazio buio e vuoto. Le luci erano spente, ma qui e l nel
soffitto c'erano delle grandi aperture rettangolari, dalle quali la luce del giorno scendeva in pallide
colonne sul pavimento.
Scrutando nella penombra, mi parve di scorgere un gruppetto di persone proprio in fondo alla
sala. Sembravano impegnate in una discussione - forse erano i macchinisti teatrali che stavano finendo
di mettere in ordine - poi udii l'eco dei passi di una di loro che si allontanava.
Rimasi li sul proscenio a chiedermi che cosa dovessi fare.
Evidentemente, mi ero trattenuto nell'ufficio della signorina Stratmann pi a lungo di quanto
avessi pensato - forse addirittura un'ora - e il pubblico aveva abbandonato ogni speranza di vedermi
comparire. Tuttavia, se si fosse fatto un annuncio, gli invitati sarebbero tornati in sala nel giro di pochi
minuti. E anche se non c'erano pi le poltrone, non vedevo per quale motivo non avrei potuto tenere un
concerto pi che soddisfacente. Non era chiaro, per, dove fosse finita tutta la gente, e mi resi conto
che per prima cosa dovevo trovare Hoffman, o il nuovo responsabile, per discutere con lui la prossima
mossa.
Scesi dal palcoscenico e mi incamminai attraverso la sala, ma non ero nemmeno a met strada
che gi cominciai a sentirmi disorientato dall'oscurit. Deviai leggermente, puntando verso la colonna
di luce pi vicina, e in quel momento una sagoma mi pass davanti sfiorandomi.
- Oh, mi scusi, - disse la persona.
Riconobbi la voce di Stephan e dissi: - Ciao. Almeno tu ci sei ancora.
- Oh, signor Ryder. Mi spiace, non l'avevo vista -. Sembrava stanco e demoralizzato.
- Dovresti essere pi allegro, - gli dissi. - Hai suonato benissimo. Il pubblico era profondamente
commosso.
- S. S, credo di avere ricevuto una buona accoglienza.
- Be', congratulazioni. Dopo tante fatiche, deve essere una bella soddisfazione.
- S, immagino di s.
Ci incamminammo nell'oscurit, l'uno di fianco all'altro. I fasci di luce che scendevano dal
soffitto rendevano, se possibile, ancora pi difficile vedere dove stavamo andando, ma Stephan dava
l'impressione di conoscere la strada.
- Sa, signor Ryder, - disse il giovane dopo un momento. - Le sono davvero riconoscente. Ha
saputo incoraggiarmi in maniera meravigliosa. Ma la verit  che questa notte ho tradito le attese. Le
mie, se non altro. Certo, il pubblico mi ha dato una mano, ma solo perch non si aspettava nulla di
speciale. In realt, so che la strada  ancora lunga. I miei genitori hanno ragione.
- I tuoi genitori? Santo cielo, smettila di preoccuparti di loro.
- No, no, signor Ryder, lei non capisce. I miei genitori sono estremamente esigenti. Le persone
che erano qui questa notte, be', sono state molto gentili, ma in realt non sanno gran che di queste cose.
Hanno visto un ragazzo del posto che suonava abbastanza bene e si sono entusiasmate. Ma io voglio
essere valutato in termini assoluti. E so che anche i miei genitori la pensano cos. Ho preso una
decisione, signor Ryder. Me ne vado.
Ho bisogno di un ambiente meno soffocante, ho bisogno di studiare sotto qualcuno come
Lubetkin o Peruzzi. Ho capito che qui, in questa citt, non riuscir mai ad arrivare dove voglio. Pensi
solo a come mi hanno applaudito dopo un'esecuzione di vPassioni di vetrov che, in fondo, era piuttosto
ordinaria. Questo le dice tutto. Prima non me ne rendevo conto, ma credo di potermi definire un pesce
grosso in uno stagno troppo piccolo. Ho bisogno di andare via per un po'. Per vedere di che cosa sono
veramente capace.
Stavamo ancora camminando, e i nostri passi riecheggiavano nell'auditorium. Dopo un
momento dissi: - Potrebbe essere una decisione saggia. Anzi, hai sicuramente ragione. Il fatto di
trasferirti in una citt pi grande, di porti traguardi pi difficili, non potr che giovarti. Ma devi
scegliere bene i tuoi maestri. Se vuoi, provo a pensarci e vedo se posso organizzarti qualcosa.
- Signor Ryder, le sarei grato per l'eternit. S, ho bisogno di sapere fin dove posso arrivare. Poi
un giorno torner qui e far vedere a tutti qual  il vero modo di suonare vPassioni di vetrov -. Stephan
proruppe in una risata, ma si capiva che era ancora tutt'altro che allegro.
- Sei un ragazzo dotato. Hai la vita davanti a te. Non dovresti abbatterti a questo modo.
- Ha ragione. Ma forse sono un po' spaventato. Prima di questa notte non mi ero reso conto di
quanto fosse ancora alta la montagna che devo scalare. Lei lo trover molto divertente, ma si figuri che
con il concerto di questa notte mi illudevo di essere arrivato. Ecco che cosa succede a vivere in un
posto come questo.
Si comincia a pensare in piccolo. S, pensavo che il concerto di questa sera fosse lo scopo della
mia vita! Lo vede com'erano ridicole le mie convinzioni fino a oggi? I miei genitori hanno
perfettamente ragione. Ho ancora moltissimo da imparare.
- I tuoi genitori? Senti, se vuoi un consiglio, dimenticati di loro per un po'. Non capisco proprio
come possano...
- Oh, eccoci. Mi segua -. Eravamo arrivati davanti a un vano nel muro, e Stephan stava
scostando la tenda che lo chiudeva.
- Scusa, ma dove si va di qui?
- Al conservatorio. Oh, non gliene hanno mai parlato?  molto famoso.  stato costruito un
centinaio di anni dopo il palazzo dei concerti, ma ormai  quasi altrettanto celebre. Sono tutti l a fare
colazione.
Ci trovammo in un corridoio con una lunga fila di finestre su uno dei lati. Attraverso la pi
vicina vidi il cielo azzurro pallido del mattino.
- Tra l'altro, - dissi, mentre riprendevamo a camminare, - mi chiedevo che fine ha fatto il signor
Brodsky. ...  passato a miglior vita?
- Il signor Brodsky? Oh, no, sono sicuro che se la caver.
L'hanno portato da qualche parte. Mi sembra alla Clinica St' Nicholas.
- La Clinica St' Nicholas?
-  un ospedale dove ricoverano la gente spiantata. Poco fa, nel conservatorio, la gente ne
parlava e diceva, be',  il posto che fa per lui, l almeno sanno come affrontare il suo problema.
Se vuole saperlo, sono proprio indignato. Anzi, in confidenza, le dir che questo  uno dei
motivi per cui ho deciso di andarmene di qui. Secondo me, il concerto del signor Brodsky  la cosa
migliore che si sia sentita in questo palazzo da molti molti anni a questa parte. Sicuramente da quando
sono in grado di apprezzare la musica. E invece ha visto anche lei che cosa  successo. Non hanno
voluto saperne, si sono spaventati. Il signor Brodsky li ha messi davanti a una musica molto pi
impegnativa di quella che si aspettavano. E quando  crollato a terra svenuto tutti hanno tirato un
respiro di sollievo. E adesso si rendono conto di volere qualcos'altro. Qualcosa di un po' meno estremo.
- Magari qualcosa di non molto diverso dal signor Christoff.
Stephan riflett sulla mia osservazione. - Non molto, ma un po' s. Un nuovo nome, almeno.
Ormai hanno capito che il signor Christoff non  una cima. Vogliono qualcosa di un po' meglio. Ma
non... non questo.
Attraverso i vetri delle finestre vedevo un grande prato e il sole che spuntava in lontananza
dietro una fila di alberi.
- Che cosa pensi che ne sar del signor Brodsky? - domandai.
- Il signor Brodsky? Oh, torner a essere quello di sempre.
Finir i suoi giorni come l'ubriacone della citt, immagino.
Sicuramente non gli daranno molta scelta, non dopo questa sera.
Come le dico, l'hanno portato alla Clinica St' Nicholas. Io sono cresciuto qui, signor Ryder, e
amo ancora la mia citt. Ma in questo momento non vedo l'ora di andarmene.
- Forse dovrei provare a dire qualcosa. Parlare al pubblico nel conservatorio. Dire due parole sul
signor Brodsky. Aprire gli occhi alla gente.
Stephan riflett per qualche passo, poi scosse la testa.
- Non ne vale la pena, signor Ryder.
- Ma questa storia mi disgusta non meno di quanto disgusti te.
E poi, non si sa mai. Forse se glielo dicessi io...
- Non credo proprio, signor Ryder. Ormai non ascolteranno nemmeno lei. Non dopo ci che ha
fatto il signor Brodsky. Il suo concerto ha riportato a galla tutte le loro paure. E poi, nel conservatorio
non c' un microfono; non c' niente, nemmeno un palco su cui salire per parlare. Non riuscirebbe mai
a farsi sentire in quel bailamme. Vede, la sala  piuttosto grande, grande quasi come l'auditorium. Da
un angolo all'altro saranno... be', anche se si attenesse rigidamente alla diagonale, abbattendo i tavoli e
gli invitati che le intralciano la strada, sarebbero ancora almeno cinquanta metri. Vedr con i suoi occhi
quant' grande. Se fossi in lei, signor Ryder, mi rilasserei e mi godrei la colazione. In fondo, deve
cominciare a pensare a Helsinki.
Il conservatorio, effettivamente, era un salone gigantesco, inondato in quel momento dal sole
del mattino. Dappertutto c'era gente che chiacchierava allegramente, in parte seduta ai tavoli, in parte in
piedi, divisa in gruppetti. C'era chi beveva caff o succo di frutta, chi invece mangiava da piatti o
scodelle. Mentre avanzavamo attraverso la folla, il mio naso colse di volta in volta profumo di pane
fresco, di crocchette di pesce, di pancetta affumicata. I camerieri sfrecciavano da una parte all'altra
portando piatti e caraffe di caff. Intorno a me era tutto un incrociarsi di saluti festosi, e notai che
l'atmosfera della sala ricordava molto quella di una rimpatriata. Eppure quelle persone si vedevano tutti
i santi giorni. Evidentemente gli avvenimenti della notte avevano provocato un profondo rivolgimento
nel loro modo di giudicare se stessi e la loro comunit, e adesso, per qualche ragione, tutti sentivano il
bisogno di festeggiarsi a vicenda.
Capii che Stephan aveva ragione. Era inutile tentare di parlare a quella folla, e ancora pi inutile
sperare di convincerla a tornare nell'auditorium per sentirmi suonare il pianoforte.
Improvvisamente stanco e affamato, decisi di sedermi e di fare colazione anch'io. Quando mi
guardai intorno, per, non vidi sedie libere. Stephan, tra l'altro, non era pi al mio fianco; era stato
fermato da un gruppo di persone di un tavolo che avevamo appena passato. Vidi che veniva accolto con
calore, e pensai che probabilmente mi avrebbe presentato. Ma il giovane si mise a chiacchierare
dimentico di tutto, e presto anche lui fu contagiato dall'allegria generale.
Decisi di lasciarlo dov'era e proseguii attraverso la folla.
Pensavo che prima o poi un cameriere mi avrebbe visto e sarebbe accorso con un piatto e una
tazza di caff, o magari per accompagnarmi a un tavolo. Ma i pochi camerieri che mi venivano incontro
mi scartavano all'ultimo momento, e ogni volta mi toccava guardarli mentre servivano qualcun altro.
Dopo un po' mi accorsi di essere vicino all'ingresso principale del conservatorio. Le porte erano
state spalancate, e molti ospiti si erano riversati sul prato. Feci qualche passo all'aperto e fui stupito
dalla temperatura gelida dell'aria.
Anche qui la gente chiacchierava a gruppetti, bevendo e mangiando in piedi. C'era chi stava
girato con la faccia al sole, chi invece passeggiava per sgranchirsi le gambe. Un gruppetto si era
persino seduto sull'erba bagnata, sparpagliando tutto intorno piatti e caffettiere come per un picnic.
Non lontano da me scorsi un cameriere chino su un carrello portavivande. Sempre pi affamato,
mi diressi verso di lui. Stavo per toccarlo sulla spalla, quando l'uomo si gir e scapp via con le braccia
cariche di piatti, lasciandomi con una fuggevole visione di uova strapazzate, salsicce, funghi e
pomodori. Lo seguii con gli occhi mentre si allontanava di corsa, poi decisi che non mi sarei mosso dal
carrello fino a quando non fosse tornato.
Mentre aspettavo e mi guardavo intorno, mi resi conto che mi ero preoccupato inutilmente di
non essere capace di soddisfare le esigenze di questa citt. Come sempre, la mia esperienza e il mio
intuito erano stati pi che sufficienti a trarmi dagli impicci.
Certo, ero un po' deluso per l'andamento della serata; ma, ripensandoci, capii che il mio era un
sentimento ingiusto. In fondo, se una comunit riusciva a trovare una forma di equilibrio senza bisogno
di farsi guidare da un estraneo, tanto di guadagnato.
Visto che dopo parecchi minuti - durante i quali fui tormentato dai profumini che si levavano
dai vari scaldavivande del carrello - il cameriere non era ancora tornato, pensai che potevo benissimo
servirmi da solo. Avevo gi preso un piatto, e stavo per chinarmi a cercare le posate sul piano inferiore,
quando mi accorsi che alle mie spalle si era radunato un gruppetto di persone. Girandomi, mi trovai
davanti i facchini.
Cos, di primo acchito, mi parve che ci fossero tutti quelli all'incirca una dozzina - che avevo
visto al capezzale di Gustav.
Quando mi voltai, parecchi abbassarono gli occhi, altri invece continuarono a fissarmi
intensamente.
- Santo cielo, - dissi, cercando di non dare a vedere che avevo intenzione di riempirmi il piatto.
- Santo cielo, che cosa  successo? Stavo proprio per venire a chiedervi notizie di Gustav.
Pensavo che ormai fosse in ospedale, cio in buone mani. Vi assicuro che sarei venuto non
appena... - Mi fermai, vedendo l'espressione addolorata del loro volto.
Il facchino barbuto fece un passo avanti e tossicchi impacciato. - Gustav  spirato mezz'ora fa,
signor Ryder. Negli ultimi anni aveva avuto qualche problema di salute, ma era molto robusto, quindi
non ce l'aspettavamo. No, non ce l'aspettavamo proprio.
- Mi spiace moltissimo -. Scoprii che la notizia mi rattristava per davvero. - S, mi spiace
moltissimo. E grazie, grazie a tutti voi, di essere venuti subito a dirmelo. Come sapete, conoscevo
Gustav solo da pochi giorni, ma era stato gentilissimo con me. Mi aveva portato le valigie e via
dicendo.
Vedevo che i facchini fissavano il loro collega barbuto come per incitarlo a dire qualcosa.
L'uomo respir a fondo.
- Naturalmente, signor Ryder, - disse, - siamo corsi a cercarla perch sapevamo che le avrebbe
fatto piacere essere informato subito. Ma anche... - Il facchino abbass improvvisamente lo sguardo. -
Ma anche perch... ecco, vede, signor Ryder, prima di spirare, Gustav continuava a chiederci. Voleva
sapere se lei aveva gi fatto il suo discorso. Sa, il discorsetto in nostro favore, signor Ryder. Fino
all'ultimo istante ha insistito per avere notizie.
Adesso tutti i facchini avevano abbassato gli occhi e aspettavano in silenzio la mia risposta.
- Ah, - dissi. - Allora non sapete ancora che cosa  successo nell'auditorium.
- Siamo stati con Gustav fino a un attimo fa, - disse il facchino barbuto. - L'hanno appena
portato via. Deve perdonarci, signor Ryder.  stato molto maleducato da parte nostra non presenziare al
suo discorso, soprattutto se ha avuto la bont di ricordarsi della piccola promessa che ci aveva fatto...
- Sentite, - lo interruppi gentilmente, - le cose sono andate in maniera molto diversa dal
previsto. Mi stupisce che non l'abbiate saputo, anche se effettivamente, viste le circostanze... - Feci una
pausa, poi, inspirando a fondo, aggiunsi con voce pi ferma: - Mi spiace, ma purtroppo ci sono state
parecchie cose, e non solo il discorsetto che mi ero preparato per voi, che non sono andate secondo i
piani.
- Quindi, signor Ryder, ci sta dicendo... - Il facchino barbuto non fin la frase e chin il capo
deluso. A uno a uno, anche i suoi colleghi, che mi stavano fissando, abbassarono gli occhi.
Poi un facchino in fondo al gruppo grid in tono quasi rabbioso: - Gustav continuava a
chiedercelo. Ce l'ha chiesto fino all'ultimo istante. Ancora nessuna notizia del signor Ryder? Cos ci
chiedeva.
I suoi colleghi si affrettarono a calmarlo, poi vi fu un lungo momento di silenzio. Alla fine il
facchino barbuto, senza alzare lo sguardo dall'erba, disse: - Non importa. Continueremo la nostra
battaglia, come prima.
Anzi, cercheremo di superarci. Non tradiremo Gustav. Ci  sempre stato di esempio, e anche se
adesso non c' pi le cose non cambieranno. Sappiamo che la nostra strada  in salita, lo  sempre stata,
e da oggi non sar certo pi facile. Ma non rinunceremo ai nostri princip, mai. Ci ricorderemo di
Gustav e stringeremo i denti. Certo, il suo discorsetto, signor Ryder, avrebbe potuto... insomma, ci
avrebbe aiutati, su questo non ci sono dubbi. Ma se lei non ha ritenuto opportuno...
- Sentite, - dissi, cominciando a perdere la pazienza, - presto scoprirete anche voi come sono
andate le cose. Davvero, mi stupisce che non vi siate presi la briga di informarvi dei problemi ben pi
gravi della vostra comunit. E poi, si direbbe che non vi rendiate minimamente conto del tipo di vita
che faccio. Delle enormi responsabilit che ricadono su di me. In questo momento, invece di stare qui a
parlare con voi, dovrei pensare ai miei prossimi impegni di Helsinki. Se non tutto  andato come
speravate, mi spiace. Ma non avete alcun diritto di venire a seccarmi con queste storie...
Le parole mi si spensero sulle labbra. In lontananza, alla mia destra, c'era un viottolo che dal
palazzo dei concerti portava nel bosco circostante. Da un po' vedevo un rivolo di gente emergere
dall'edificio e sparire dietro gli alberi, e avevo immaginato che gli invitati stessero tornando a casa per
riposare un paio d'ore prima di cominciare la giornata. Ma ora, in mezzo alla folla, avevo scorto Sophie
e Boris. Camminavano a passo svelto lungo il viottolo. Il bambino teneva di nuovo un braccio intorno
alla madre, come per sorreggerla; per il resto, chi li avesse guardati di sfuggita non avrebbe mai
sospettato la loro angoscia. Cercai di vedere l'espressione del loro volto, ma erano troppo lontani; e un
attimo dopo anche loro svanirono dietro gli alberi.
- Mi spiace, - dissi un po' pi gentilmente, girandomi verso i facchini, - ma adesso devo andare.
- Non rinunceremo ai nostri princip, - ripet sottovoce il facchino barbuto. Guardava ancora per
terra. - Un giorno vinceremo la nostra battaglia. Vedr.
- Scusatemi.
Mentre stavo per andarmene, il cameriere torn di corsa e spinse via i vecchi facchini per
avvicinarsi al suo carrello.
Ricordandomi del piatto che tenevo ancora nascosto dietro la schiena, glielo sbattei in mano.
- Questa mattina il servizio fa schifo, - dissi gelidamente, poi scappai via.
...
.
...
38.
.
Il viottolo tagliava il bosco in linea retta, per cui potevo spaziare con lo sguardo fino all'alto
cancello di ferro che sorgeva all'altra estremit. Sophie e Boris avevano gi fatto un notevole tratto di
strada, e dopo qualche minuto, sebbene camminassi pi in fretta che potevo, mi accorsi che la distanza
che ci separava era rimasta quasi immutata. Tra l'altro, ero continuamente intralciato da un gruppo di
ragazzi che camminavano davanti a me; ogni volta che cercavo di superarli, acceleravano il passo,
oppure si allargavano bloccando il viottolo. Alla fine, quando vidi che Sophie e Boris stavano per
raggiungere il cancello, mi misi a correre e li spinsi da parte, senza pi preoccuparmi delle apparenze.
Superato il gruppo di ragazzi, continuai a passo veloce, ma quando Sophie e Boris varcarono il
cancello io non ero ancora nemmeno a tiro di voce. Arrivai al cancello senza fiato e fui costretto a
fermarmi.
Il viottolo sbucava su un viale vicino al cuore della citt. Il sole del mattino illuminava il
marciapiede opposto. I negozi erano ancora chiusi, ma in giro c'era gi parecchia gente, probabilmente
diretta al lavoro. Poi, alla mia sinistra, vidi una fila di persone che salivano su un tram. In fondo alla
coda c'erano Sophie e Boris. Mi avviai da quella parte, ma il tram doveva essere pi lontano di quanto
pensassi, perch, pur camminando a passo svelto, lo raggiunsi solo quando tutti erano gi a bordo e la
vettura stava per ripartire. Gesticolando freneticamente, riuscii a fermare il conducente e a salire
anch'io.
Mentre il tram si rimetteva in moto con uno scossone, avanzai barcollando lungo il corridoio.
Ero cos a corto di fiato che quasi non mi accorsi che la vettura era semivuota, e solo quando mi lasciai
cadere su un sedile verso il fondo mi resi conto che dovevo avere oltrepassato Sophie e Boris. Ancora
ansimante, mi sporsi di lato ed esaminai il corridoio.
La vettura era divisa in due parti, nettamente separate dall'uscita centrale. In quella anteriore, i
sedili erano disposti in due lunghe file contrapposte. Scorsi Sophie e Boris seduti l'uno accanto all'altra
sul lato al sole, non lontano dalla cabina del conducente. La mia visuale era ostacolata da alcuni
passeggeri che erano rimasti in piedi accanto all'uscita e si tenevano alle cinghie. Mentre provavo a
sporgermi di pi, l'uomo seduto davanti a me - nella nostra met della carrozza i sedili erano messi di
traverso e si fronteggiavano a due a due si batt la mano sulla coscia e disse: - A quanto pare avremo
un'altra giornata di sole.
I suoi vestiti, anche se modesti, erano in ordine. Portava un giubbotto con la cerniera lampo, e
immaginai che fosse un operaio specializzato, magari un elettricista. Abbozzai un sorriso, e lui
cominci a raccontarmi qualcosa a proposito di una casa in cui lui e i suoi colleghi lavoravano ormai da
parecchi giorni. Lo ascoltai distrattamente, ricordandomi di tanto in tanto di sorridergli o di fare
qualche verso d'assenso. Nel frattempo i passeggeri si alzavano in piedi e si accalcavano davanti
all'uscita sempre pi numerosi, nascondendomi Sophie e Boris.
Poi il tram si ferm, la gente scese, e la mia visuale miglior. Boris, composto come sempre,
teneva una mano sulla spalla di Sophie e guardava gli altri passeggeri sospettosamente, come se
rappresentassero una minaccia per sua madre. Il volto di Sophie era ancora nascosto, ma a intervalli di
pochi secondi la vedevo fare un gesto irritato con la mano, come per scacciare un insetto che le
svolazzava intorno.
Stavo per cambiare di nuovo posizione per vedere meglio, quando mi accorsi che l'elettricista,
non so come, si era messo a parlare dei suoi genitori. Mi stava dicendo che ormai avevano superato
tutti e due gli ottanta, e che lui cercava di andarli a trovare ogni giorno, anche se gli impegni di lavoro
rendevano la cosa sempre pi difficile. Di colpo mi balen un pensiero e lo interruppi: - Mi scusi, a
proposito di genitori, mi hanno detto che qualche anno fa i miei sono venuti qui, in questa citt. Sa,
come turisti. Deve essere passato molto tempo, ormai. La persona che me l'ha raccontato era ancora
una bambina, e purtroppo non se li ricorda molto bene. Quindi, visto che si parlava di genitori e che lei,
be', non per essere maleducato, ma deve avere passato da un pezzo la cinquantina, mi chiedevo se per
caso non ricorda qualcosa della loro visita.
- Pu darsi, - disse l'elettricista. - Ma deve descrivermeli.
- Be', mia madre  una donna piuttosto alta. Capelli scuri lunghi fino alle spalle. Naso un po'
aquilino. Quest'ultimo le d un'aria arcigna anche quando non vorrebbe.
L'elettricista riflett per un momento, guardando la citt che scorreva fuori del finestrino. - S, -
disse, annuendo. - S, mi sembra di ricordare una signora fatta cos. Si  fermata pochi giorni. Andava
in giro a visitare monumenti e cose del genere.
- S, s. Allora se la ricorda?
- S, aveva l'aria simpatica. Ma sar stato, oh, almeno tredici o quattordici anni fa. Se non di pi.
Annuii con entusiasmo. - Quadra con quello che mi ha raccontato la signorina Stratmann. S,
quella donna era mia madre. Mi dica, le  sembrato che si trovasse bene?
L'elettricista si concentr, poi disse: - Da quel che ricordo, mi sembra che il posto le piacesse,
s. Anzi, - aggiunse, notando il mio sguardo preoccupato, - anzi, ne sono sicuro -. Poi si sporse in avanti
e mi batt gentilmente sul ginocchio. - Sono sicurissimo che si  trovata bene. Non potrebbe essere
altrimenti, no? Ci pensi un momento.
- Forse ha ragione, - dissi, girandomi verso il finestrino. Il sole stava spostandosi attraverso il
tram. - S, forse ha ragione. Solo che... - Emisi un profondo sospiro. - Solo che vorrei averlo saputo
allora. Vorrei che qualcuno si fosse dato la briga di informarmi. E mio padre? Le  sembrato contento
anche lui?
- Suo padre? Hhm -. L'elettricista incroci le braccia e corrug la fronte.
- Doveva essere gi piuttosto magro, - dissi. - Capelli grigi.
Aveva una giacca che portava sempre. Di tweed verde chiaro, con le toppe di pelle sui gomiti.
L'elettricista continu a pensare. Alla fine scosse il capo. Mi spiace. Non posso dire di ricordare
suo padre.
- Ma non  possibile. La signorina Stratmann mi ha assicurato che i miei genitori sono venuti
qui insieme.
- Sono sicuro che le ha detto la verit. Ma io personalmente non ricordo suo padre. Sua madre,
s. Ma suo padre... - E di nuovo scosse la testa.
- Ma  ridicolo! Che cosa ci sarebbe venuta a fare mia madre qui da sola?
- Non sto dicendo che suo padre non c'era. Dico solo che non lo ricordo. Senta, non si agiti cos.
Se l'avessi immaginato, non sarei stato cos sincero. Ho una pessima memoria, sa. Lo dicono tutti. Non
pi tardi di ieri ho lasciato la cassetta degli attrezzi a casa di mio cognato, dove ero andato a pranzare.
Ho perso quaranta minuti per tornare a prenderla. La mia cassetta degli attrezzi! - L'elettricista scoppi
a ridere. - Lo vede? Ho una pessima memoria. Sono l'ultima persona cui bisogna chiedere una cosa cos
importante. Di sicuro, suo padre era qui con sua madre. Soprattutto se anche altri le hanno detto cos.
Davvero, sono l'ultima persona al mondo di cui bisogna fidarsi.
Ma io avevo smesso di ascoltarlo e guardavo di nuovo la met anteriore della carrozza, dove
Boris aveva finalmente ceduto alla commozione. Si era lasciato abbracciare dalla madre e aveva le
spalle scosse dai singhiozzi. Improvvisamente, tutto il resto mi parve privo di importanza, e volli solo
correre da lui.
Mormorando una scusa frettolosa all'elettricista, mi alzai e mi avviai lungo il corridoio.
Avevo quasi raggiunto Sophie e Boris, quando il tram svolt bruscamente, e io fui costretto ad
aggrapparmi a un palo per non cadere. Quando li guardai di nuovo, mi resi conto che non si erano
accorti di me, sebbene ormai fossi vicinissimo a loro. Se ne stavano avvinghiati l'uno all'altra, con gli
occhi chiusi.
Sulle loro braccia e sulle loro spalle passavano fuggevoli chiazze di sole. In quel modo di
consolarsi a vicenda c'era qualcosa di cos intimo che sul momento mi parve impossibile qualsiasi
intromissione, persino da parte mia. Guardandoli, cominciai a provare - nonostante la loro evidente
angoscia - una strana sensazione d'invidia. Mi avvicinai ancora, finch mi parve di palpare la
consistenza del loro abbraccio.
Finalmente Sophie apr gli occhi e, mentre il bambino continuava a singhiozzarle contro il
petto, mi guard con volto impassibile.
- Mi dispiace, - dissi. - Mi dispiace moltissimo per tutto. Ho saputo di tuo padre solo un attimo
fa. E naturalmente vi sono subito corso dietro...
Nella sua espressione c'era qualcosa che mi costrinse a fermarmi. Sophie mi fiss gelidamente
ancora per qualche istante, poi disse con voce stanca: - Lasciaci in pace. Ti sei sempre tenuto al di fuori
del nostro amore. E guarda adesso. Sei al di fuori anche del nostro dolore.
Lasciaci in pace. Vattene.
Boris si stacc da Sophie e si gir a guardarmi. Poi disse a sua madre: - No, no. Dobbiamo
restare insieme.
Sophie scosse il capo. - No, lascialo perdere, Boris. Lascia che se ne vada per il mondo a
dispensare la sua competenza e la sua saggezza. Ne ha bisogno. Lasciamoglielo fare.
Boris, smarrito, fiss prima me poi sua madre. Mi parve sul punto di dire qualcosa, ma in quel
momento Sophie scatt in piedi.
- Muoviti, Boris. Dobbiamo scendere. Boris, muoviti.
Il tram rallent, e parecchi passeggeri si alzarono. Un paio di persone mi passarono davanti
spingendomi, poi anche Sophie e Boris s'infilarono nel corridoio. Ancora aggrappato al mio palo, vidi
Boris allontanarsi verso l'uscita. A un certo punto il bambino si volt a guardarmi e disse: - Ma
dobbiamo restare insieme. A tutti i costi.
Poi vidi dietro di lui la faccia di Sophie che mi fissava con strano distacco, e udii la sua voce
dire: - Non sar mai uno di noi. Devi cercare di capirlo, Boris. Non ti amer mai come un vero padre.
Altri passeggeri mi spinsero per passarmi davanti. Alzai una mano nell'aria.
- Boris! - chiamai.
Il bambino, opponendosi al flusso della gente, si gir ancora una volta verso di me.
- Boris! La gita in autobus, te la ricordi? La gita in autobus al lago artificiale. Ti ricordi com'
stato bello? Tutti erano gentili con noi. Ci facevano regalini, cantavano. Ti ricordi, Boris?
I passeggeri avevano cominciato a scendere. Boris mi lanci un ultimo sguardo, poi spar. Altre
persone si fecero largo a spintoni, poi il tram ripart.
Dopo un momento mi girai e tornai al mio posto. Mentre mi risedevo davanti a lui, l'elettricista
mi sorrise allegramente.
Poi lo vidi chinarsi in avanti e battermi su una spalla, e solo allora mi accorsi che stavo
piangendo.
- Sa, - mi disse l'uomo, - sul momento ci si dispera. Ma poi passa, il diavolo non  mai brutto
come lo si dipinge. Su con il morale -. L'elettricista continu a blaterare per un po', mentre io
singhiozzavo. Poi lo udii dire: - Senta, perch non fa colazione. Mangi qualcosa anche lei. Vedr che si
sentir subito meglio. Su. Vada a servirsi.
Alzai gli occhi e vidi che in grembo aveva un piatto con un croissant mordicchiato e una piccola
noce di burro. Le sue ginocchia erano coperte di briciole.
- Oh, - dissi, drizzando la schiena e ritrovando la mia compostezza. - Dove ha preso quella
roba?
L'elettricista indic un punto alle mie spalle. Girandomi, vidi un gruppo di passeggeri che
faceva ressa proprio in fondo al tram, dove era stato allestito un buffet. Notai che la met posteriore
della carrozza si era molto affollata, e che intorno a me tutti i passeggeri mangiavano e bevevano. La
colazione dell'elettricista era modesta in confronto a quella di altri.
Vidi parecchie persone che si facevano largo nella calca con grandi piatti di uova, pancetta,
pomodori e salsicce.
- Su, - ripet l'elettricista. - Vada a prendersi anche lei qualcosa da mangiare. Poi parleremo dei
suoi guai. O se preferisce, ci dimenticheremo di questa storia e parleremo di quello che le far pi
piacere, purch la tenga allegro. Che so, di calcio, o di cinema. Quel che vuole. Ma prima deve fare
colazione. Ha l'aria di uno che non mangia da un pezzo.
- Ha ragione, - dissi. - Ora che ci penso, non metto niente sotto i denti da un bel po'. Ma mi dica,
per piacere. Dove va questo tram? Io devo tornare in albergo a fare le valigie. Sa, questa mattina ho un
volo per Helsinki. Devo tornare subito in albergo.
- Oh, il tram la porter pi o meno dove vuole. Questo  il cos detto circuito del mattino. Poi
c' anche il circuito serale. Due volte al giorno il tram fa il giro dell'intera citt.
Oh, s, con questo tram pu andare da per tutto. E lo stesso la sera, anche se la sera c'
un'atmosfera molto diversa. Oh, s.
Questo  un tram meraviglioso.
- Fantastico. Allora, mi scusi. Credo che seguir il suo consiglio e andr a fare colazione. Ha
proprio ragione. Al solo pensiero mi sento meglio.
- Cos mi piace, - disse l'elettricista, sollevando il croissant in segno di saluto.
Mi alzai e mi diressi verso il fondo della carrozza, dove fui accolto dagli effluvi del cibo.
C'erano parecchie persone che si stavano servendo, ma sbirciando sopra le loro spalle vidi un grande
tavolo semicircolare proprio contro il finestrino posteriore del tram. Il buffet offriva praticamente tutto
quel che si poteva desiderare: uova strapazzate, uova fritte, carni fredde e affettati, patate saltate in
padella, funghi, pomodori cotti. Vidi anche un largo vassoio di aringhe arrotolate e altri bocconcini di
pesce, due grandi cestini di croissant e diversi tipi di pane, una ciotola di vetro piena di frutta fresca,
numerose caraffe di caff e succhi di frutta. Tutti sembravano ansiosi di servirsi, ma intorno al buffet
l'atmosfera era cordialissima; la gente si passava le cose chiacchierando allegramente.
Mentre prendevo un piatto, alzai gli occhi. Attraverso il finestrino posteriore vidi le strade della
citt che si allontanavano, mi sentii risollevare lo spirito. Le cose, in fondo, non erano andate cos male.
Nonostante le delusioni riservatemi da questa citt, non c'era dubbio che la mia presenza fosse stata
grandemente apprezzata - come in tutti gli altri posti in cui ero stato fino a quel momento. E ora,
mentre la mia visita era agli sgoccioli, eccomi davanti a un buffet veramente straordinario, che mi
offriva tutto ci che avrei potuto desiderare per colazione. I croissant, in particolare, sembravano
invitanti. Anzi, dal modo in cui i passeggeri, un po' in tutta la vettura, li divoravano, si capiva che erano
freschissimi e di ottima qualit. D'altronde, non c'era nulla di ci che avevo sotto gli occhi che non
fosse a dir poco allettante.
Cominciai a prendere un po' di tutto. E, mentre mi servivo, mi immaginai di nuovo seduto al
mio posto, intento a chiacchierare piacevolmente con l'elettricista. Tra un boccone e l'altro avrei
guardato fuori, rimirando le strade immerse nella luce del mattino. Per molti aspetti l'elettricista era un
interlocutore ideale. Non c'era dubbio che fosse una persona di animo gentile, ma nello stesso tempo
stava ben attento a non diventare invadente. Lo guardai. Stava ancora mangiando il suo croissant, ed
evidentemente non aveva nessuna fretta di scendere dal tram.
Anzi, sembrava intenzionato a restare seduto dov'era ancora per un bel po'. E sicuramente, se la
conversazione fosse stata piacevole - visto che il tram compiva un percorso circolare avrebbe
rimandato il momento di scendere, aspettando di ripassare davanti alla sua fermata. Anche il buffet era
chiaramente destinato a durare a lungo, e di tanto in tanto avremmo potuto interrompere la
conversazione per riempire di nuovo i piatti.
Immaginavo gi che ci saremmo incitati a vicenda. Su! Ancora una salsiccia! Mi dia il suo
piatto, gliela prendo io. Saremmo rimasti seduti l'uno di fronte all'altro, mangiando e scambiandoci
opinioni sul calcio e su tutto ci che ci sarebbe passato per la testa, mentre fuori il sole sarebbe salito
sempre pi in alto in cielo, illuminando le strade e il nostro lato della carrozza. E solo alla fine, dopo
avere riempito per bene la pancia ed esaurito gli argomenti di conversazione, l'elettricista avrebbe dato
un'occhiata all'orologio e, con un sospiro, mi avrebbe fatto notare che presto saremmo passati di nuovo
davanti alla fermata del mio albergo. Anch'io avrei sospirato, poi, un po' riluttante, mi sarei alzato in
piedi e mi sarei scosso le briciole dal grembo. Ci saremmo stretti la mano e augurati una buona giornata
- anche lui, cos mi avrebbe detto, doveva scendere di l a poco - poi mi sarei unito all'allegra brigata in
attesa davanti all'uscita. Forse, mentre il tram si fermava, avrei fatto ancora un cenno di saluto
all'elettricista; poi sarei sceso, sicuro di poter guardare agli impegni di Helsinki con orgoglio e
ottimismo.
Riempii quasi fino all'orlo la tazza del caff. Poi, tenendo la tazza in una mano e il piatto
stracolmo nell'altra, mi girai per tornare al mio posto.
...
FINE.